martedì 10 marzo 2020

San Francesco, Ammonizioni, 2

Wiligelmo, Storie di Adamo ed Eva, 1099 ca. (Modena, Portale del Duomo)

Nella II Ammonizione Francesco discute, a partire dall'episodio della Genesi relativo al peccato di Adamo ed Eva, dell'origine del male nell'uomo e della sua incapacità di fare il bene. 
Il primo peccato commesso dai progenitori è stato quello della disubbidienza nei confronti di Dio, che aveva loro espressamente vietato di mangiare dall'albero della conoscenza del bene e del male. Il secondo peccato, mangiando il frutto della conoscenza del bene, è stato quello di ritenere che l'uomo possa attribuirsi il bene fatto, che invece è opera di Dio che a sua volta si serve dell'uomo come suo strumento; mentre all'uomo solo si deve attribuire il male commesso. La conseguenza di questo duplice peccato è stata una giusta pena: la cacciata dell'uomo dall'Eden.
L'insegnamento di questa ammonizione è che l'uomo, per sua natura, è incline al peccato, e al peccato di disubbidienza in modo particolare: la sua superbia, il suo orgoglio, lo conducono spesso a ribellarsi a Dio, e la conseguenza è la perdita della felicità e la caduta nelle spire del male. Ciascuno di noi deve pertanto sforzarsi di tornare a Dio, con il pentimento e una conversione continua dell'anima. E il primo passo è riconoscere che Dio è il solo e il più grande dei beni: qualunque cosa buona che noi facciamo, è Dio che opera in noi, utilizzandoci come suoi strumenti. L'essere docili strumenti nelle mani di Dio è il nostro solo vanto. All'uomo invece appartengono solo vizi e peccati.
Il testo critico è quello dell'edizione di K. Esser OFM, Gli scritti di S. Francesco d'Assisi, Padova, Edizioni Messaggero 1995 (il testo della II Ammonizione si trova alle pp. 125 e 138).


[Cap. II: De malo propriae voluntatis]

1. Dixit Dominus ad Adam: De omni ligno comede, de ligno autem scientiae boni et mali non comedas (cfr. Gen 2,16.17). 2. De omni ligno paradisi poterat comedere, quia, dum non venit contra obedientiam, non peccavit. 3. Ille enim comedit de ligno scientiae boni, qui sibi suam voluntatem appropriat et se exaltat de bonis, quae Dominus dicit et operatur in ipso; 4. et sic per suggestionem diaboli et transgressionem mandati factum est pomum scientiae mali. 5. Unde oportet, quod sustineat poenam.

[Del male della nostra volontà egoistica]
1. Disse il Signore a Adamo: Mangia pure i frutti di qualunque albero, ma i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male non li mangiare. 2. Gli era lecito mangiare da qualunque albero del paradiso, poiché, non peccò, finché non agì contro l'obbedienza. 3. Mangia infatti i frutti dell'albero del bene, colui che si appropria della sua volontà e si vanta dei beni che il Signore dice e compie per mezzo di lui; 4. in tal modo, per la suggestione del diavolo e la trasgressione del comandamento, quel pomo diventa conoscenza del male. 5. Quindi è necessario che ne sopporti la pena.]

Commento
1-2. Il peccato dell'uomo, secondo Francesco, è il suo atto di disobbedienza a Dio. Nel paradiso gli era lecito mangiare da ogni albero, con una sola eccezione: l'albero della conoscenza del bene e del male. L'uomo, mangiando proprio da quell'albero, commette un aperto atto di ribellione contro Dio, disobbedendogli: questo è il primo peccato dell'uomo.
3. Mangiando i frutti dell'albero della conoscenza del bene, l'uomo, secondo Francesco, arriva a commettere un secondo peccato, dopo quello della disubbidienza: conoscendo il bene, ritiene erroneamente che il bene fatto possa essere attribuito alla sua volontà, mentre, nell'ottica francescana, l'uomo è di per sé incapace di compiere il Bene: è solo Dio l'autore del bene, e l'uomo è unicamente uno strumento nelle mani di Dio per compiere il bene. Specularmente, il male solo va attribuito tutto e interamente all'uomo, e non a Dio. L'uomo quindi può compiere il male, seguendo la sua perversa volontà egoistica; mentre, laddove realizzasse opere di bene, non è per merito suo ma di Dio, che dell'uomo si è servito, per compiere quel bene. "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?". Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo" (Marco 10, 17-18). E Francesco chiosa, nella preghiera finale delle Laudes ad omnes horas dicendae (Lodi da dire ad ogni ora): "Omnipotens, sanctissime, altissime et summe Deus, omne bonum, summum bonum, totum bonum, qui solus es bonus" ("Onnipotente, santissimo, altissimo e sommo Dio, ogni bene, sommo bene, tutto il bene, che solo sei buono"). E nella Regola non bollata (al capitolo XVII, 7-8): "Et firmiter sciamus, quia non pertinent ad nos nisi vitia et peccata" ('e siamo fermamente convinti che non appartengono a noi se non i vizi e i peccati').
4. Per l'istigazione del diavolo (che è una tentazione esterna) e per la deliberata trasgressione da parte dell'uomo del comandamento di Dio (che è un cedimento interno, frutto della sua disubbidienza), il frutto della conoscenza del bene, di cui l'uomo si è appropriato, diventa automaticamente anche frutto della conoscenza del male. Dopo aver quindi conosciuto l'idea di bene, l'uomo - in conseguenza del suo peccato - fa la diretta conoscenza anche del male.
5. Come conseguenza del duplice peccato commesso, l'uomo deve pagare una giusta pena, la cui conseguenza è appunto la caduta dell'uomo dalla condizione edenica originaria, all'esilio sulla terra; da una condizione di vita eterna, semidivina, a una condizione in cui l'uomo dovrà sperimentare la fatica, il dolore e la morte. La morte fa quindi il suo ingresso a seguito del peccato originale commesso da Adamo ed Eva.

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