martedì 24 luglio 2018

Un Canavacciuolo nella Roma imperiale: Apicio


Gli antichi Romani, si sa, erano - parafrasando la celebre canzone - una società di magnaccioni; e il re dei magnaccioni a Roma aveva un nome e un cognome: Marco Gavio Apicio.
Apicio fu senza dubbio alcuno il più grande e il più famoso cuoco dell'antica Roma: visse fra l'età di Augusto (era molto amico del celebre Mecenate, e cenò con lui in qualche occasione), e quella di Tiberio, epoca in cui divenne una vera e propria star, conteso e richiesto da tutta l'aristocrazia romana, fino a diventare il cuoco ufficiale dell'imperatore. 
Viveva nel lusso sfrenato, spendendo e spandendo a destra e a manca; preparava cibi raffinati e pranzi sontuosi, destando l'ammirazione (e l'invidia) di tutta Roma. Per stupire e divertire gli annoiati patrizi romani e i nuovi ricchi, creava ricette originalissime, accostamenti stravaganti, piatti esotici, intingoli e salse sofisticati. Era un maestro dell'impiattare, e riusciva a presentare il piatto sempre in maniera scenografica e sfarzosa. Si favoleggiava di lui (e si sa, vox populi vox Dei) che nutrisse le murene con la carne degli schiavi, o che desse del mosto dolce o dei fichi secchi ai suoi maiali e alle sue oche per ingrassarne un fegato, risultando in tal modo l'inventore del foie gras. Il tutto insomma lo rendeva "il più grande scialacquatore di tutti i tempi" (parola di Plinio il Vecchio, che la sapeva lunga). 
Di lui ci resta un libro, il De re coquinaria (ossia "Della cucina"), preziosissimo perché, al di là delle sue creazioni culinarie, è l'unico di ricette dell'antica Roma giunto fino a noi integralmente, e grazie al quale possiamo farci un'idea precisa di cosa mangiavano a tavola i (ricchi) romani, oltre a metterci in condizione di riprodurre quelle antiche ricette (se qualcuno ne avesse il coraggio). 
Il volume è diviso in 10 libri, per un totale di poco meno di 500 ricette, molte delle quali però un po' lontane, diciamo così, dal gusto moderno... qualche esempio? Calli di dromedario (magari ottimi!), creste di volatili vivi, pasticci di lingue di pappagalli parlatori. E poi carne di struzzo, di fenicottero, pavone e gru, pappagalli lessi, lingue di usignoli (che notoriamente cantano bene usando la lingua). 

lunedì 23 luglio 2018

La legge del contrappasso: la (comica) morte dei tragici greci

Edipo e la Sfinge (IV secolo a.C., Vaticano, Museo Gregoriano Etrusco)

Chi non ricorda, fra i traumi del liceo classico, la tristissima filastrocca basata su un gioco di parole, per far ricordare a noi ragazzi i (difficili) nomi dei tre grandi tragediografi greci? "Eschilo eschilo, ragazzi, che qui si sofocle! Ma attenti alle scale, che sono euripide!".
La tragedia greca è in effetti una delle vette della letteratura, e in genere del pensiero e della cultura dell'antica Grecia: i suoi temi fondamentali sono il senso del dolore nel mondo, il rapporto fra l'aspirazione alla felicità degli uomini e l'"invidia" degli dèi, il senso della storia, rispecchiata dal mito, e della vita in generale: insomma un vero mattone!
Ma a dispetto della tragicità - è proprio il caso di dire - dei temi trattati nelle loro opere, tutti e tre i tragediografi sono accomunati da un insolito destino: le loro morti stupide, dal carattere decisamente comico. Siamo ovviamente nel campo della leggenda, niente di storicamente certo insomma, ma le fonti antiche sono concordi, e ci restituiscono un quadro degno dei Darwin Awards, il premio - per chi non lo avesse mai sentito nominare - riservato in tempi recenti alle morti più stupide dell'anno.
Eschilo, in tarda età, decide di lasciare Atene per trasferirsi in Magna Grecia, precisamente a Gela, presso il famoso tiranno Ierone di Siracusa. Un giorno esce per fare una passeggiata, e finisce per sedersi su un masso; sfortunatamente in quel preciso momento sfreccia nel cielo un'aquila, che nelle intenzioni di mangiarsi una tartaruga appena catturata e che stringeva fra i possenti artigli (ma le aquile poi, mangiano le tartarughe?), decide di mollare la presa per farla sfracellare sulle rocce, onde distruggerne il guscio e poterne pappare la gustosa carne. Sfiga vuole che Eschilo fosse calvo, e avesse una pelata liscia e soda, tale da indurre in errore l'incolpevole aquila, che scambia la testa del nostro per un bel cocuzzolo di roccia, lasciandoci cadere sopra la tartaruga. Un oracolo, tempo addietro, aveva predetto ad Eschilo il suo futuro, ma in maniera alquanto ambigua, come nella migliore tradizione greca: "Sarai ucciso da un proiettile vagante!", aveva sentenziato. Il povero Eschilo magari evitava i capodanni o le feste di villaggio, pensando alla pistolettata di qualcuno un po' euforico affacciato al balcone, o chissà cosa: ma essere ucciso da una tartaruga in testa, sganciata da un'aquila affamata, no, a questo non avrebbe mai pensato.

lunedì 16 luglio 2018

"Chi bussa alla porta?". Le (strambe) case degli antichi Greci


Diciamocelo pure: alzi la mano chi non ha mai invidiato in cuor suo il commissario Montalbano, il quale, nonostante il (si presume) non ricchissimo stipendio da impiegato statale, può tuttavia permettersi una casa sulla spiaggia, con tanto di terrazza vista mare dove brindare insieme a Livia. 
Una bella casa, con belle finestre e ampie porte è il sogno di tutti gli italiani, notoriamente fissati con il mattone. Pochi però sanno che le case hanno subìto grandi evoluzioni nel corso della storia. 
Le prime case del Neolitico, per esempio, erano dei cubi senza porte né finestre: addossate le une alle altre, si camminava sul tetto, e poi ci si calava all'interno tramite una botola che fungeva anche da lucernario. 
Le case popolari degli antichi Greci (ma non le ville dei Briatori del tempo!) erano inserite in quartieri piccoli e affollati, come del resto anche a Roma, dove nel quartiere popolare della Suburra - ci informa il poeta Marziale (I,86) - i palazzi erano talmente attaccati e gli spazi di separazione fra di essi talmente ristretti che se ci si affacciava, si poteva tranquillamente stringere la mano all'inquilino del palazzo di fronte! 
In Grecia le case erano fatte di materiali fragili e scadenti (anche all'epoca evidentemente esistevano imprenditori disonesti!): pietre legate con calce o mattoni crudi, l'ideale per i topi di appartamento che non avevano bisogno di piede di porco o di altri strumenti complicati per sfondare la porta. Bastava infatti praticare un foro nel muro, e il più era fatto: non era un caso che uno dei modi per dire in greco "ladro" era la parola τοιχωρύχος ("toichorùchos"), cioè "foratore di muri"!

martedì 10 luglio 2018

Insegnanti di potenziamento: una risorsa non sfruttata


La figura dell'insegnante di potenziamento è stata prevista dall'ultima riforma della scuola, la Legge 107 del 2015 (la famosa "Legge della Buona Scuola"), e nelle intenzioni del legislatore doveva affiancare il docente nell'organico di diritto per ampliare e rafforzare l'offerta formativa delle singole scuole, nel quadro dell'autonomia delle stesse.
Tuttavia gli insegnanti di potenziamento vengono con sempre maggiore frequenza utilizzati dai Dirigenti scolastici soltanto per coprire le supplenze brevi, ossia le assenze temporanee (di pochi giorni se non poche ore) dei colleghi, e per nient'altro, limitando quindi drasticamente la loro funzione professionale.  
La nota 2852 del MIUR del 5 settembre 2016 chiarisce però qual è il ruolo e la funzione degli insegnanti di potenziamento, i quali non devono essere utilizzati dalla scuola di riferimento esclusivamente per coprire le supplenze brevi, ma devono costituire un "arricchimento dell'offerta formativa". 

lunedì 9 luglio 2018

Gli Spartani 'donnicciole'?



Quando si pensa al cittadino tipo di Sparta, il pensiero va subito al guerriero, lo "spartiata": una sorta di macho man, tutto muscoli e poco cervello, tutto casa e palestra, anzi più palestra che casa! 
Ma c'era un aspetto su cui ateniesi, calcidesi, tessali, beoti e abitanti dell'Elide, insomma tutti i restanti Greci, deridevano apertamente gli spartani: il trattamento riservato alle donne.
Ad Atene una ragazza a 13-14 anni era in età da marito; anche in seguito rimaneva sotto tutela dello sposo, raramente poteva uscire di casa; viveva reclusa in una parte della casa a lei riservata (il 'gineceo'), che la separava dal resto del mondo esterno; di regola non studiava, quindi non sapeva né leggere né scrivere, né poteva partecipare a cerimonie pubbliche (tranne quelle religiose) e passava la giornata al fuso e al telaio. Nelle faccende domestiche non metteva becco, perché si sa, in casa i pantaloni li porta il maschio!

giovedì 5 luglio 2018

Brodo nero


L'antica città di Sparta, nota fra l'altro per la spietatezza dei suoi costumi e la rigidità della sua educazione di tipo militare, non era da meno in ambito culinario. Il piatto più famoso (ma meglio sarebbe dire, famigerato) era il cosiddetto "brodo nero" (μέλας ζωμός).
Ricetta (per i più temerari): spezzatino di maiale a tocchetti, comprese le frattaglie, messo a mollo nel "sanguinaccio", ossia nel sangue dello stesso maiale, che bollito, assumeva quella tipica colorazione scura, nera appunto. Il tutto poteva poi essere condito con spezie o verdure.
Il piatto era considerato immangiabile dai non spartani, per non dire vomitevole, a causa della sua puzza e del suo sapore aspro.
Durante le numerose guerre fra Atene e Sparta, servire a tavola una zuppa di brodo nero era un utile stratagemma atto a rivelare le spie non spartane, che regolarmente vomitavano al solo assaggiarlo (e chissà che brutta fine facevano poi).

APPROFONDIMENTI: Sergio Valzania, "Brodo nero. Educazione spartana", Milano, Jouvence 2016.

qui il post su Facebook (Gruppo Amici della storia dell'Antica Grecia)

lunedì 2 luglio 2018

L'alternanza scuola-lavoro: perché non limitarla al mondo del volontariato?


La cosiddetta "alternanza scuola-lavoro" è una disposizione prevista per la scuola fin dalla Legge Moratti (Legge 28/3/2003 n° 53, art. 4), poi confermata da una serie di decreti attuativi successivi, e da ultimo prevista anche nella cosiddetta "Legge della Buona Scuola" (Legge 107 del 13/7/2015), con la quale diventa a tutti gli effetti obbligatoria per tutti gli studenti delle classi terze del secondo ciclo di istruzione. 
Nelle intenzioni del legislatore l'alternanza scuola-lavoro si prefiggeva un nobile intento, che era quello di raccordare mondo della scuola e mondo del lavoro, che in Italia troppo spesso - per non dire regolarmente - procedono su binari paralleli senza mai incontrarsi, e permettere così ai ragazzi di approcciarsi al mondo del lavoro, e di maturare un'esperienza formativa in aziende del territorio, creando in tal modo anche un importante aggancio fra scuola e territorio.
Ma, come sempre in Italia, fatta la legge se ne scoprono poi le storture e i limiti costitutivi: 1. conciliare studio e lavoro non è cosa facile per i ragazzi; 2. le ore da dedicare all'attività lavorativa (400 ore annue per gli Istituti Tecnici, la metà, 200, per i Licei) sono probabilmente troppe, da cui la pessima idea da parte di certe scuole di spalmarle non soltanto nell'arco dell'anno scolastico, ma di estenderle al periodo delle vacanze estive; 3. numerosi i problemi legati alla copertura assicurativa e in generale alla tutela contro gli infortuni durante lo svolgimento delle attività lavorative da parte dei ragazzi; 4. problemi giuridici e costituzionali riguardanti lo status dei ragazzi, che lavoratori non sono, ma che poi a tutti gli effetti sono trattati come tali, trovandosi così nella condizione, costituzionalmente controversa, di dover prestare attività di lavoro a titolo gratuito (art. 36 della Costituzione: "il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro").
Per questi e mille altri motivi, il tema dell'alternanza scuola-lavoro è stato ed è tuttora al centro di acceso dibattito nel mondo della scuola, con profonde divisioni fra sostenitori da un lato, e denigratori dall'altro che ne vorrebbero invece l'immediata abrogazione.