giovedì 11 gennaio 2018

Dies Irae (XII secolo)

L'angelo dell'apocalisse suona la prima tromba

Il Dies irae è certamente uno dei componimenti più noti di tutta la poesia mediolatina. Si tratta di una sequenza, ossia di un testo poetico-musicale di carattere liturgico utilizzato nelle celebrazioni della messa. L’autore del Dies irae, tradizionalmente identificato con il frate francescano Tommaso da Celano (1190-1265 circa), è dubbio ed oggi fortemente discusso. 
Ancor oggi l’inno è cantato – soprattutto nella cosiddetta Messa tridentina in uso fino al Concilio Vaticano II – nell’ufficio dei defunti; in origine però esso veniva cantato, come tutte le sequenze, prima della lettura dei Vangelo, e precisamente precedeva la lettura di Luca 21, 6 e sgg., durante la prima domenica del Tempo di Avvento, in cui si annunciava la fine del mondo e il giudizio finale che attendeva ciascun uomo.
                                                                                                    Il Dies Irae di Mozart

L’ispirazione originale dell’inno nasce da un passo di Sofonia (1,15-16), dove si afferma: «Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies vastitatis et desolationis, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos» [“Giorno dell’ira, quel giorno, giorno di tribolazione e di angoscia, giorno di devastazione e di desolazione, giorno di tenebre e di nebbia, giorno di nuvole e di tempesta, giorno della tromba e di grida di guerra sulle città fortificate e sulle torri d’angolo”].

martedì 9 gennaio 2018

Il colorito linguistico della "Commedia": una questione da riaprire?, «Carte Romanze» 5 (2017), 2, pp. 105-24


Proposta di adottare, per la veste linguistica della Commedia, i codici pienamente fiorentini (e antichi) Parm e/o Fior. Pal. 319, contro il tradizionale Triv[ulziano 1080] ovvero Urb[inate lat. 366], quest'ultimo secondo le proposte più recenti di Federico Sanguineti e Paolo Trovato.

mercoledì 3 gennaio 2018

Inizio d'anno con l'antifilosofia leopardiana


Scritto nel 1832, il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere (penultimo brano delle Operette morali) riassume la visione della felicità secondo Leopardi, e in genere dà pienamente ragione del suo sistema di “antifilosofia”.
Filosofico’ è ogni sistema di pensiero in cui lo svelamento di una qualche verità rende liberi e felici, in quanto fa pienamente consapevoli della realtà e delle leggi ad essa sottese. L’antifolosofia leopardiana, invece, è una filosofia del paradosso e della contraddizione: essendo la realtà dolore e noia, non solo la conoscenza della verità non rende liberi e felici, ma fa sì che il filosofo, il sapiente, sia l’essere più infelice sulla terra, comprendendo «l'infinita vanità del tutto». Meglio quindi essere ignoranti che sapienti, meglio ignorare che conoscere. 
La felicità, oggetto di ricerca della filosofia, non solo, per Leopardi, non è raggiungibile, ma è un’illusione: essa è attesa e speranza di una condizione felice futura, ma che mai arriverà. Il presente è infelicità, e di conseguenza si sogna, si attende un qualche riscatto futuro: questa tensione futura, mai reale, è la felicità. Mai oggetto del presente, ma solo del futuro (come speranza appunto), o al massimo di recupero nostalgico del passato (la rimembranza, il ricordo perduto della giovinezza).