lunedì 16 luglio 2018

"Chi bussa alla porta?". Le (strambe) case degli antichi Greci


Diciamocelo pure: alzi la mano chi non ha mai invidiato in cuor suo il commissario Montalbano, il quale, nonostante il (si presume) non ricchissimo stipendio da impiegato statale, può tuttavia permettersi una casa sulla spiaggia, con tanto di terrazza vista mare dove brindare insieme a Livia. 
Una bella casa, con belle finestre e ampie porte è il sogno di tutti gli italiani, notoriamente fissati con il mattone. Pochi però sanno che le case hanno subìto grandi evoluzioni nel corso della storia. 
Le prime case del Neolitico, per esempio, erano dei cubi senza porte né finestre: addossate le une alle altre, si camminava sul tetto, e poi ci si calava all'interno tramite una botola che fungeva anche da lucernario. 
Le case popolari degli antichi Greci (ma non le ville dei Briatori del tempo!) erano inserite in quartieri piccoli e affollati, come del resto anche a Roma, dove nel quartiere popolare della Suburra - ci informa il poeta Marziale (I,86) - i palazzi erano talmente attaccati e gli spazi di separazione fra di essi talmente ristretti che se ci si affacciava, si poteva tranquillamente stringere la mano all'inquilino del palazzo di fronte! 
In Grecia le case erano fatte di materiali fragili e scadenti (anche all'epoca evidentemente esistevano imprenditori disonesti!): pietre legate con calce o mattoni crudi, l'ideale per i topi di appartamento che non avevano bisogno di piede di porco o di altri strumenti complicati per sfondare la porta. Bastava infatti praticare un foro nel muro, e il più era fatto: non era un caso che uno dei modi per dire in greco "ladro" era la parola τοιχωρύχος ("toichorùchos"), cioè "foratore di muri"!

martedì 10 luglio 2018

Insegnanti di potenziamento: una risorsa non sfruttata


La figura dell'insegnante di potenziamento è stata prevista dall'ultima riforma della scuola, la Legge 107 del 2015 (la famosa "Legge della Buona Scuola"), e nelle intenzioni del legislatore doveva affiancare il docente nell'organico di diritto per ampliare e rafforzare l'offerta formativa delle singole scuole, nel quadro dell'autonomia delle stesse.
Tuttavia gli insegnanti di potenziamento vengono con sempre maggiore frequenza utilizzati dai Dirigenti scolastici soltanto per coprire le supplenze brevi, ossia le assenze temporanee (di pochi giorni se non poche ore) dei colleghi, e per nient'altro, limitando quindi drasticamente la loro funzione professionale.  
La nota 2852 del MIUR del 5 settembre 2016 chiarisce però qual è il ruolo e la funzione degli insegnanti di potenziamento, i quali non devono essere utilizzati dalla scuola di riferimento esclusivamente per coprire le supplenze brevi, ma devono costituire un "arricchimento dell'offerta formativa". 

lunedì 9 luglio 2018

Gli Spartani 'donnicciole'?



Quando si pensa al cittadino tipo di Sparta, il pensiero va subito al guerriero, lo "spartiata": una sorta di macho man, tutto muscoli e poco cervello, tutto casa e palestra, anzi più palestra che casa! 
Ma c'era un aspetto su cui ateniesi, calcidesi, tessali, beoti e abitanti dell'Elide, insomma tutti i restanti Greci, deridevano apertamente gli spartani: il trattamento riservato alle donne.
Ad Atene una ragazza a 13-14 anni era in età da marito; anche in seguito rimaneva sotto tutela dello sposo, raramente poteva uscire di casa; viveva reclusa in una parte della casa a lei riservata (il 'gineceo'), che la separava dal resto del mondo esterno; di regola non studiava, quindi non sapeva né leggere né scrivere, né poteva partecipare a cerimonie pubbliche (tranne quelle religiose) e passava la giornata al fuso e al telaio. Nelle faccende domestiche non metteva becco, perché si sa, in casa i pantaloni li porta il maschio!

giovedì 5 luglio 2018

Brodo nero


L'antica città di Sparta, nota fra l'altro per la spietatezza dei suoi costumi e la rigidità della sua educazione di tipo militare, non era da meno in ambito culinario. Il piatto più famoso (ma meglio sarebbe dire, famigerato) era il cosiddetto "brodo nero" (μέλας ζωμός).
Ricetta (per i più temerari): spezzatino di maiale a tocchetti, comprese le frattaglie, messo a mollo nel "sanguinaccio", ossia nel sangue dello stesso maiale, che bollito, assumeva quella tipica colorazione scura, nera appunto. Il tutto poteva poi essere condito con spezie o verdure.
Il piatto era considerato immangiabile dai non spartani, per non dire vomitevole, a causa della sua puzza e del suo sapore aspro.
Durante le numerose guerre fra Atene e Sparta, servire a tavola una zuppa di brodo nero era un utile stratagemma atto a rivelare le spie non spartane, che regolarmente vomitavano al solo assaggiarlo (e chissà che brutta fine facevano poi).

APPROFONDIMENTI: Sergio Valzania, "Brodo nero. Educazione spartana", Milano, Jouvence 2016.

qui il post su Facebook (Gruppo Amici della storia dell'Antica Grecia)

lunedì 2 luglio 2018

L'alternanza scuola-lavoro: perché non limitarla al mondo del volontariato?


La cosiddetta "alternanza scuola-lavoro" è una disposizione prevista per la scuola fin dalla Legge Moratti (Legge 28/3/2003 n° 53, art. 4), poi confermata da una serie di decreti attuativi successivi, e da ultimo prevista anche nella cosiddetta "Legge della Buona Scuola" (Legge 107 del 13/7/2015), con la quale diventa a tutti gli effetti obbligatoria per tutti gli studenti delle classi terze del secondo ciclo di istruzione. 
Nelle intenzioni del legislatore l'alternanza scuola-lavoro si prefiggeva un nobile intento, che era quello di raccordare mondo della scuola e mondo del lavoro, che in Italia troppo spesso - per non dire regolarmente - procedono su binari paralleli senza mai incontrarsi, e permettere così ai ragazzi di approcciarsi al mondo del lavoro, e di maturare un'esperienza formativa in aziende del territorio, creando in tal modo anche un importante aggancio fra scuola e territorio.
Ma, come sempre in Italia, fatta la legge se ne scoprono poi le storture e i limiti costitutivi: 1. conciliare studio e lavoro non è cosa facile per i ragazzi; 2. le ore da dedicare all'attività lavorativa (400 ore annue per gli Istituti Tecnici, la metà, 200, per i Licei) sono probabilmente troppe, da cui la pessima idea da parte di certe scuole di spalmarle non soltanto nell'arco dell'anno scolastico, ma di estenderle al periodo delle vacanze estive; 3. numerosi i problemi legati alla copertura assicurativa e in generale alla tutela contro gli infortuni durante lo svolgimento delle attività lavorative da parte dei ragazzi; 4. problemi giuridici e costituzionali riguardanti lo status dei ragazzi, che lavoratori non sono, ma che poi a tutti gli effetti sono trattati come tali, trovandosi così nella condizione, costituzionalmente controversa, di dover prestare attività di lavoro a titolo gratuito (art. 36 della Costituzione: "il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro").
Per questi e mille altri motivi, il tema dell'alternanza scuola-lavoro è stato ed è tuttora al centro di acceso dibattito nel mondo della scuola, con profonde divisioni fra sostenitori da un lato, e denigratori dall'altro che ne vorrebbero invece l'immediata abrogazione.

giovedì 14 giugno 2018

L'insegnamento della religione cattolica a scuola (IRC) e le attività alternative


L'ultima riforma attuata in ambito in ambito scolastico, la cosiddetta "Legge della buona scuola" (in realtà Legge 107/2015) non ha minimamente intaccato la voce relativa all'insegnamento della religione cattolica (IRC) e/o delle attività alternative ad essa per quanti non se ne avvalessero. Resta pertanto immutato il quadro legislativo di riferimento, che in materia prevede la scelta, da parte di chi non si avvale dell'IRC, fra quattro possibilità:

1. attività didattiche e formative, ossia "insegnamenti alternativi", tenuti da docenti incaricati dalla scuola e solo per materie non curricolari (ossia non oggetto di insegnamento nella scuola in questione);
2. studio individuale assistito (ossia con la presenza di un docente);
3. studio individuale libero (gestito cioè autonomamente dallo studente e senza la presenza di insegnanti a supporto);
4. uscita dall'edificio scolastico.

Spetta alla famiglia - o eventualmente allo studente maggiorenne - optare per una delle quattro possibilità indicate dalla legge, che si pongono tutte sullo stesso piano, sono cioè equivalenti e parimenti legittime. Le statistiche elaborate dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ci dicono però che solo il 10% circa di chi non si avvale dell'IRC opta per un insegnamento alternativo; mentre il 20% circa sceglie lo studio assistito, il 25% quello libero, e il restante 45%-47% - ossia quasi la metà del totale - preferisce l'uscita dalla scuola. Questi numeri mettono in luce un dato preoccupante e per molti aspetti allarmante: la metà degli studenti non avvalentisi rinuncia a qualsiasi forma di attività didattica, preferendo uscire da scuola per fare altro (ossia, diciamolo pure a chiare lettere, per non far nulla).
Come spiegare tale stato delle cose?

martedì 12 giugno 2018

La voragine delle supplenze brevi nella scuola pubblica


Che le supplenze costituiscano una vera e propria voragine nell'orario delle scuole pubbliche è un fatto ampiamente riconosciuto e che non merita grandi discussioni. Quando si parla però di supplenze, si tende automaticamente a pensare alle supplenze di lungo periodo, con chiamata di un insegnante supplente esterno per sostituire un collega per un periodo più o meno breve, da qualche settimana a dei mesi. Nessuno però considera anche le supplenze brevi, quelle cioè di assenza di un collega per sole poche ore o di un giorno, che pure però vengono ad incidere pesantemente sull'orario di servizio, e che potrebbero costituire una risorsa importante per la didattica, qualora fossero adeguatamente organizzate in un quadro o in un piano formativo della scuola.
Le assenze temporanee di un docente variano ovviamente da scuola a scuola, e da collega a collega, ma è da credere che in tutte le scuole esse costituiscano un'importante voce di bilancio del quadro orario. Ho scorso il registro elettronico dell'ITT Marco Polo di Firenze (anno scolastico 2017/18), scoprendo che mediamente almeno due ore a settimana del monte orario, costituito da 30 ore settimanali di lezione (nel triennio del liceo linguistico), sono costituite da supplenze di un'ora: per assenza temporanea del docente titolare, malattia o richiesta di permesso, o altre variabili diverse. Se pensiamo al fatto che un'ora a settimana è il totale delle ore a disposizione per una materia come Religione, e due ore sono il tempo totale per svolgere i programmi annuali di Filosofia, o di Fisica o di Storia dell'Arte, ci si può ben rendere conto di come il capitolo supplenze brevi nelle scuole sia un immenso "tempo vacante" e un vero e proprio buco nero nel programma didattico stabilito dalla scuola.
Che cosa fare di tutto questo tempo a disposizione? La risposta delle scuole è ovviamente diversificata, ma disarmante nella sua banalità. Si tratta infatti di sostituire - da parte della dirigenza - i colleghi assenti con altri colleghi "a disposizione": questi ultimi possono essere insegnanti che non svolgono tutte le 18 ore di servizio in classe, per mancanza nella scuola della cattedra intera, o per esigenze di servizio a discrezione del Dirigente, oppure, ancora più banalmente, insegnanti che hanno l'ora libera per assenza della propria classe in orario (per uscita didattica, progetto o altro). In ogni caso tali insegnanti vengono utilizzati in tutto e per tutto in qualità di "tappabuchi": l'importante, per la dirigenza, è "coprire" i buchi in orario con personale di sorveglianza. Ma cosa facciano poi tali insegnanti nelle classi scoperte non è interesse della dirigenza, né primario né secondario: il tutto è demandato all'insegnante stesso, e per la dirigenza la faccenda si esaurisce nel non lasciare soli dei ragazzi minorenni, di cui risponderebbe direttamente la scuola. Se l'insegnante supplente temporaneo è anche insegnante della classe, la faccenda si risolve come se fosse un'ora normale di lezione, o di recupero o di approfondimento del programma fin qui svolto; ma se non è un insegnante della classe, tutto è lasciato alla pura improvvisazione: far svolgere compiti per l'ora successiva, chiedere ai ragazzi se non hanno capito qualcosa, far vedere film o documentari, escogitare giochi di gruppo di una qualche intelligenza...