lunedì 31 luglio 2017

M. I. Finley, Il mondo di Odisseo


Il libro di Finley è articolato in cinque capitoli, dedicati rispettivamente a un aspetto specifico della civiltà micenea, più due Appendici su alcune questioni puntuali che riguardano l’approccio dell’autore rispetto alla tematica affrontata. 
Il Capitolo i, Omero e i Greci, chiarisce la visione che i Greci avevano di Omero, e su che cosa egli rappresentasse per la loro storia. Nel Capitolo ii, Cantori ed eroi, l’autore concentra la sua attenzione sulle figure degli aedi e dei cantori, sul rapporto fra oralità e scrittura, e sulla definizione dei poemi omerici come “poemi eroici”. Il Capitolo iii, Ricchezza e lavoro, affronta il tema, nell’età micenea, dei ricchi e dei poveri, ossia la divisione della società in classi. Il Capitolo iv, Casa, parentela e comunità, discute del rapporto fra mentalità individuale e individualistica, tipica della società eroica omerica, e la collettività. Il Capitolo v e ultimo tratta il tema Moralità e valori presso gli Achei. Nella prima Appendice Finley discute sulla più o meno storicità e attendibilità dei poemi omerici come fonti storiche, condannando l’atteggiamento di prendere Omero alla lettera, considerando vera ogni sua testimonianza, dalla guerra di Troia alle figure mitiche al centro della sua opera. Nell’Appendice II, infine, lo studioso dibatte i risultati degli scavi a Troia, compresi quelli più recenti, rimarcando il fatto che dagli stessi non emerga assolutamente nessun elemento che deponga circa una distruzione della città da parte di truppe micenee, o di un lungo assedio. Gli scavi di Troia non gettano luce dunque sulla guerra di Troia di Omero. 
Il libro di Finley rappresenta ormai un classico degli studi del settore, imprescindibile per chiunque voglia approfondire il quadro storico di riferimento di Omero, e i limiti della sua testimonianza come fonte per la storia della Grecia arcaica nel passaggio dall'Età del Bronzo a quella del Ferro.

Scheda completa sul volume qui

martedì 13 giugno 2017

Lettera aperta a una mamma (sull'obbligo dei vaccini a scuola)

video
Il video della mamma antivaccinista dal sito de Il Fatto quotidiano

Vaccini sì o vaccini no nella scuola? Chiariamo il punto una volta per tutte.
Si tratta di tutelare due diritti costituzionali, ugualmente legittimi: la libertà dei genitori di scegliere per i propri figli, e il diritto alla salute ad esempio di quei (purtroppo tanti) bambini che nelle scuole pubbliche, a causa di una serie di circostanze - immunodeficienze, malattie varie, ecc. - non possono certo correre il rischio, pena la vita, di beccarsi nemmeno un raffreddore, figuriamoci una malattia qualsiasi (anche il banale morbillo può risultare letale) trasmessa da chi vaccinato non è. 
Alla mamma che protesta, in nome della libertà di scelta, e dichiara di preferire all'obbligo di vaccinazione piuttosto far affrontare al proprio figlio i rischi della malattia, bisogna chiedere, esigendo una risposta chiara e netta: "cara signora, è disposta a scegliere di non vaccinare suo figlio, a patto però di rinunciare, esplicitamente e in forma scritta, al diritto all'istruzione sancito dalla Costituzione italiana? Insomma lei è libera di non vaccinare suo figlio, ma poi se lo tiene a casa sua, alla larga dalla scuola". Negli Stati Uniti basta l'autorizzazione dei genitori per rinunciare all'istruzione pubblica, a favore di una "istruzione domestica" impartita in casa dai parenti. "Se si potesse fare così anche da noi, cara signora, le andrebbe bene? Perché delle due l'una: o vieni a scuola, e vaccini; o non vaccini, ma non vieni a scuola".
Perché la tua libertà - è il principio cardine delle democrazie liberali - finisce dove inizia quella degli altri: e la tua libera scelta di rischiare di ammalarti, o eventualmente di morire, non può tradursi in una licenza di uccidere chi non c'entra niente con te, con tuo figlio e con la tua famiglia (ricordo per inciso, da collega e si dica pure in maniera egoistica, anche i molti insegnanti morti a causa di patologie - la meningite su tutte - trasmesse da allievi non vaccinati per tempo). 

venerdì 19 maggio 2017

La tradizione manoscritta della Commedia. Un percorso nella Biblioteca Trivulziana, con un'appendice sulla tradizione lombardo-veneta (σ), «Libri&Documenti» XL-XLI (2014-2015), pp. 153-76


Analisi filologica dei testimoni della Commedia conservati nella Biblioteca del Gabinetto Civico e Trivulziana di Milano, all'interno del quadro più vasto della tradizione manoscritta del poema dantesco. Segue un'appendice, con una prima sistemazione interna del gruppo l di σ (Bol. Un. 589 e affini), e sul contributo del ramo lombardo-veneto per la nuova edizione critica della Commedia.

martedì 9 maggio 2017

Iconografia e filologia. Dai manoscritti alle stampe. 2, Convegno: Dante visualisé. Les cartes qui rient III: 1450-1500, Tours-Paris 31 mai-2 juin 2017


Seconda (e ultima) puntata dedicata all'approfondimento dei rapporti, nella tradizione della Commedia, fra iconografia e filologia, tesa a riconoscere il possibile contributo che lo studio dell'iconografia dantesca - miniature, illustrazioni, ecc. - può fornire alla critica testuale del poema dantesco.

mercoledì 8 marzo 2017

Recensione a S. Bertelli, La tradizione della Commedia. Vol. II, Firenze, Olschki 2016 (Rivista di Studi Danteschi, 16, 2016, 1, pp. 194-6)


Recensione all'ultimo volume di Sandro Bertelli, La tradizione della Commedia: dai manoscritti al testo. II. I codici trecenteschi (oltre l'antica vulgata) conservati a Firenze, Firenze, Olschki 2016; contenente una carrellata sui grandi pregi dell'opera - soprattutto, per chi scrive, da un punto di vista filologico - insieme a una serie di notazioni sulla tradizione manoscritta della Commedia.

martedì 7 marzo 2017

Una (noiosissima) polemica fra filologi: Trovato vs. Mecca


Paolo Trovato, che da qualche anno si occupa attivamente della Commedia dantesca, e in particolare della sua tradizione manoscritta in vista di una nuova edizione del poema, non ha decisamente gradito alcuni miei Appunti, sulla medesima questione, in cui chi scrive avanzava una proposta alternativa, e contestava - nel merito - alcune discutibili prese di posizione dello studioso (in particolare relative al presunto - molto presunto - archetipo della Commedia, e alla scelta dei codici-base per l'edizione, frutto di una drastica eliminatio e di un sostanziale accantonamento della strabocchevole massa dei manoscritti toscani, in pro di un numero risibile di codici, tutti peraltro di area settentrionale e stretti parenti del celebre Urb).
Come è la logica degli studi, chi propone nuove teorie avanza critiche e riserve nei confronti delle teorie avverse, cercando - legittimamente - di mettere in evidenza i punti deboli o problematici delle idee altrui: questa era l'intenzione dell'estensore degli Appunti, non certo quella di creare una diatriba personale.
Ma Paolo Trovato, con una acredine ingiustificata e del tutto fuori luogo, ha pensato bene di buttarla proprio sul personale, facendo del sarcasmo e dell'ironia gratuita e fine a se stessa, ma guardandosi bene dal replicare nel merito alle obiezioni puntuali e ai rilievi mossi alle sue proposte testuali. 
Decisamente una caduta di stile. 
Soprattutto da parte di chi si professa - o aspirerebbe ad essere - un maestro delle nuove generazioni, sia pure nel piccolissimo e ristretto campo delle lettere e degli studi filologici.
Non solo ho dovuto - a malincuore - replicare a mia volta, con il rischio, questa volta concreto, che il tutto degeneri in una modestissima e squallida querelle personale, degna più dell'osteria che dell'aula accademica; ma, a riprova dell'insensatezza dell'attacco di Trovato, alla mia si è aggiunta una nota del professor Enrico Malato, che - pur non condividendo, come è giusto e normale che sia, molte delle mie idee in merito alla tradizione della Commedia -, si è giustamente risentito per il tono denigratorio di Trovato che ha coinvolto malignamente anche la Rivista di Studi Danteschi, di cui Malato è Direttore responsabile, insieme ad altri studiosi molto noti.
Una brutta pagina. Ma soprattutto, ripeto, una caduta di stile da parte di un uomo che evidentemente si ritiene l'unico depositario della Verità, e che attacca a testa bassa chiunque osi pensarla diversamente da Lui, quale reo di lesa maestà.
Sopra l'ultimo numero della Rivista di Studi Danteschi (XVI, vol. 1, 2017), con la mia replica e la nota di Enrico Malato.

lunedì 6 marzo 2017

Liberalizzare la riproduzione digitale con mezzi propri del patrimonio librario


Chiunque frequenti una biblioteca sa quanto è difficile riprodurre (fotocopiare/fotografare) il materiale librario, di qualsiasi tipo. Le biblioteche vietano esplicitamente la riproduzione digitale con mezzi propri (smartphone e quant'altro), e in generale scoraggiano in ogni modo qualsiasi forma di riproduzione, applicando furbescamente tariffe altissime e fuori dal mercato: la Biblioteca Nazionale di Firenze, ad esempio, fa pagare 39 centesimi a foglio (e nei fatti pochissimi usufruiscono del servizio), ma altrove si arriva fino a 50 centesimi a copia; e i costi si innalzano spaventosamente se poi si tratta di riprodurre materiale antico o manoscritti: a chi scrive è stato chiesto anche 3 euro a scatto, e per chi - come il sottoscritto - necessiterebbe della riproduzione di un intero codice, l'unica opzione è accendere un mutuo o chiedere un prestito alla finanziaria di turno.
Che uno scatto digitale possa danneggiare il manoscritto, come asseriscono pretenziosamente alcune biblioteche, è assurdo e falso come Giuda: sempre la Nazionale di Firenze, con un avviso in bella mostra esposto all'ingresso, giustifica l'alto costo delle riproduzioni - i 39 centesimi di sopra - affermando che la semplice fotocopia (ottenuta per contatto) danneggerebbe il materiale; cosa per cui si impone la scansione digitale, e il successivo eventuale trasferimento su carta o CD. La scansione digitale, quindi, non comporta danneggiamento di sorta, per ammissione delle stesse biblioteche, che in caso contrario vieterebbero del tutto le riproduzioni.
L'ipocrisia di tanti si spinge poi fino a negare l'evidenza, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà: comodamente seduto in sala lettura, qualsiasi utente, con il suo bravo libro chiesto regolarmente al banco distribuzione, lo fotografa da tutti i lati possibili con il suo smartphone, che ovviamente non può essere requisito da nessuno. Io personalmente l'ho fatto e lo faccio in ogni circostanza, e mi autodenuncio. Ma così fan tutti. E tutti sanno. Se si tenta di arginare de iure la riproduzione digitale, la si concede de facto, girandosi dall'altro lato e facendo finta di niente.
Cui prodest? Le biblioteche guadagnano assai miseramente dalle riproduzioni: un tempo, forse, molto prima dell'avvento degli smartphone, qualcosa raggranellavano; ma oggi quasi più nulla. Il servizio riproduzioni è quasi sempre esternalizzato, per cui si tenta - impedendo le riproduzioni in proprio - di non intaccare i privilegi acquisiti. Gelosie egoistiche e ormai di altri tempi, spingono infine a custodire gelosamente il proprio materiale, considerando una minaccia la libera riproduzione.
Ma i tempi avanzano. Inesorabilmente. Un provvedimento del 2014, noto come Art Bonus, consentì per una breve finestra temporale - un mesetto circa - la libera riproduzione digitale con mezzi propri: e il sottoscritto ha scattato più foto in quel mese quanto forse un'intera troupe di Magnum in diversi anni. Ma un emendamento infilato - come costume italiano - in maniera surrettizia (dall'onorevole Flavia Piccoli Nardelli, Partito Democratico, attuale Presidente della Commissione Cultura alla Camera, facciamo pure nomi e cognomi), cancellò con un colpo di spugna il provvedimento, ripristinando lo status quo, ossia il divieto assoluto di riproduzioni in proprio.
Ma un nuovo appello per la liberalizzazione delle riproduzioni digitali è stato nuovamente rilanciato dal movimento "Fotografie libere per i Beni Culturali", sorto nel settembre 2014 (all'indomani dell'approvazione del subdolo emendamento) per iniziativa di Andrea Brugnoli, Stefano Gardini e Mirco Modolo, lanciando una petizione cui hanno aderito oltre 5000 studiosi di ambito umanistico, appello che finalmente è in dritta di arrivo al Parlamento con una proposta di modifica dell'art. 108 in materia di beni culturali. 
Rilanciamo quindi ancora una volta l'appello per questa battaglia di civiltà, invitando chiunque abbia a cuore il problema a sottoscriverlo, a diffonderlo il più possibile e a vigilare bene questa volta, affinché venga finalmente approvato dal Parlamento e a che una manina più o meno anonima - Piccoli Nardelli o simili - non intervenga nuovamente col favor delle tenebre a ripristinare gli antichi e intoccabili privilegi di pochi contro il bene e l'interesse di tutti. 
La cultura deve essere libera, senza lucro, open access per tutti coloro che vogliano studiare e apprendere.
Allego sopra un bell'intervento di Mirco Modolo, riassuntivo di tutta la questione e della posta che c'è in ballo, apparso su Reti Medievali (che fu la promotrice del primo appello che portò all'approvazione dell'Art Bonus del giugno 2014).