mercoledì 23 maggio 2018

Erinna di Telo

S. Solomon, Saffo ed Erinna nel giardino di Mitilene (1864)

Di Erinna in effetti si sa molto poco. Il Lessico Suda (X secolo) afferma stringativamente:«Erinna: di Teo o Lesbo, o anche Telos secondo alcuni; Telos è un'isoletta presso Cnido. Altri la dicono di Rodi. Compose versi epici. Scrisse la "Conocchia": è un poema in dialetto eolico e dorico di 300 esametri. Ha composto anche epigrammi. Morì vergine a 19 anni. I suoi versi furono giudicati degni di Omero. Fu compagna di Saffo e sua contemporanea».La sua patria più probabile fu Telo (Telos), isoletta vicina a Cnido e Cos; difficilmente Tenos, isola delle Cicladi e ancor meno probabile Lesbo, isola alla quale fu accostata – forse – solo per associarla in qualche modo a Saffo. Ancor meno si può dire dell’epoca in cui visse: contemporanea di Saffo (VI secolo) o poco dopo (V secolo); ma secondo alcuni addirittura dell’epoca ellenistica (sarebbe vissuta intorno al 352 a.C.), considerato il suo rilievo nell’Antologia Palatina. In questa raccolta le si attribuiscono tre epigrammi di argomento funebre, più una serie di cinque epigrammi di altri poeti che ne celebrano la fama. La sua opera più nota è però un poemetto, La conocchia, che in origine era costituito da trecento esametri in dialetto dorico misto ad elementi epici (in dialetto eolico).
Da tutti questi testi sono dedotti gli altri (pochi) elementi biografici citati nel Lessico Suda: che morì diciannovenne, vergine, ossia non sposata, e che per la bellezza e l’altezza delle sue composizioni poetiche fu paragonata da molti ad Omero, ma forse anche qui, soltanto per il fatto che scrisse versi con caratteri epici, ossia elementi in dialetto eolico.L’evento più rilevante della sua vita fu la perdita dell’amica del cuore Bauci, morta prematuramente giovanissima poco dopo il matrimonio. Da questo lutto la poetessa rimase sconvolta, al punto che tutta la produzione poetica che ci rimane oggi (meno di 100 versi, peraltro molto frammentari) ha al centro la figura di Bauci (tranne un epigramma, dedicato a una certa Agatarchide, comunque di carattere funebre e sulla falsariga degli altri componimenti).

martedì 17 aprile 2018

Adso di Montier-en-Der, De Antichristo

Apocalisse di re Fernando e Sancha, 1047
(Madrid, Biblioteca Nacional, Ms. Vitr. 14.2)

Adso (910/915-992), di nobile famiglia franca, poi monaco benedettino presso l'abbazia di Luxeuil, e infine abate (dal 967 circa) di Montier-en-Der, nella Francia nord-orientale, è l'autore di un celebre libello 
De Antichristo, il cui titolo completo è De ortu et tempore de Antichristo ('La nascita e il tempo dell'Anticristo'), opera che ebbe una vastissima diffusione del Medioevo (171 i manoscritti superstiti, comprese non meno di sette rielaborazioni successive, allestite fra XI e XII secolo).
La figura di Adso è in realtà assurta a una certa fama in tempi recenti a seguito del successo editoriale, a livello mondiale, del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco (Milano, Bompiani 1980), dove è richiamata dal personaggio di Adso da Melk, il novizio al centro del racconto, insieme al suo maestro, il frate francescano Guglielmo da Baskerville (che a sua volta riprende la figura di Sherlock Holmes ne Il mastino dei Baskerville).
Scritto fra il 949 e il 954, il libello di Adso è dedicato a Gerberga, regina consorte dei Franchi occidentali in quanto moglie di Luigi IV di Francia; e in effetti il tema politico è centrale nell'opera di Adso.
Il libricino (meno di dieci pagine in tutto) è strutturato come una piccola biografia dell'Anticristo, sul modello rovesciato dei modelli agiografici tanto in voga nel Medioevo, comprendenti una succinta vita dei santi, comprese le gesta e i miracoli, e i tempi e i luoghi di svolgimento dell'azione.
La figura dell'Anticristo, presente in maniera costante e talvolta ossessiva in tutta la letteratura cristiana fin dalle origini, trova nell'opera di Adso una linfa nuova, alla luce dell'approssimarsi del fatidico anno Mille ("Mille e non più mille"), che allungava ombre sinistre su un imminente fine dei tempi e sulla resa finale fra bene e male, fra i fedeli del vero Dio e i seguaci del diavolo. Non a caso il libro di Adso incontrerà poi enorme fortuna nella letteratura apocalittica e nelle ansie escatologiche che torneranno a investire l'Europa fra XI e XII secolo e oltre (da Gioacchino da Fiore ai Fraticelli e agli Spirituali francescani).

giovedì 11 gennaio 2018

Dies Irae (XII secolo)

L'angelo dell'apocalisse suona la prima tromba

Il Dies irae è certamente uno dei componimenti più noti di tutta la poesia mediolatina. Si tratta di una sequenza, ossia di un testo poetico-musicale di carattere liturgico utilizzato nelle celebrazioni della messa. L’autore del Dies irae, tradizionalmente identificato con il frate francescano Tommaso da Celano (1190-1265 circa), è dubbio ed oggi fortemente discusso. 
Ancor oggi l’inno è cantato – soprattutto nella cosiddetta Messa tridentina in uso fino al Concilio Vaticano II – nell’ufficio dei defunti; in origine però esso veniva cantato, come tutte le sequenze, prima della lettura dei Vangelo, e precisamente precedeva la lettura di Luca 21, 6 e sgg., durante la prima domenica del Tempo di Avvento, in cui si annunciava la fine del mondo e il giudizio finale che attendeva ciascun uomo.
                                                                                                    Il Dies Irae di Mozart

L’ispirazione originale dell’inno nasce da un passo di Sofonia (1,15-16), dove si afferma: «Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies vastitatis et desolationis, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos» [“Giorno dell’ira, quel giorno, giorno di tribolazione e di angoscia, giorno di devastazione e di desolazione, giorno di tenebre e di nebbia, giorno di nuvole e di tempesta, giorno della tromba e di grida di guerra sulle città fortificate e sulle torri d’angolo”].

martedì 9 gennaio 2018

Il colorito linguistico della "Commedia": una questione da riaprire?, «Carte Romanze» 5 (2017), 2, pp. 105-24


Proposta di adottare, per la veste linguistica della Commedia, i codici pienamente fiorentini (e antichi) Parm e/o Fior. Pal. 319, contro il tradizionale Triv[ulziano 1080] ovvero Urb[inate lat. 366], quest'ultimo secondo le proposte più recenti di Federico Sanguineti e Paolo Trovato.

mercoledì 3 gennaio 2018

Inizio d'anno con l'antifilosofia leopardiana


Scritto nel 1832, il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere (penultimo brano delle Operette morali) riassume la visione della felicità secondo Leopardi, e in genere dà pienamente ragione del suo sistema di “antifilosofia”.
Filosofico’ è ogni sistema di pensiero in cui lo svelamento di una qualche verità rende liberi e felici, in quanto fa pienamente consapevoli della realtà e delle leggi ad essa sottese. L’antifolosofia leopardiana, invece, è una filosofia del paradosso e della contraddizione: essendo la realtà dolore e noia, non solo la conoscenza della verità non rende liberi e felici, ma fa sì che il filosofo, il sapiente, sia l’essere più infelice sulla terra, comprendendo «l'infinita vanità del tutto». Meglio quindi essere ignoranti che sapienti, meglio ignorare che conoscere. 
La felicità, oggetto di ricerca della filosofia, non solo, per Leopardi, non è raggiungibile, ma è un’illusione: essa è attesa e speranza di una condizione felice futura, ma che mai arriverà. Il presente è infelicità, e di conseguenza si sogna, si attende un qualche riscatto futuro: questa tensione futura, mai reale, è la felicità. Mai oggetto del presente, ma solo del futuro (come speranza appunto), o al massimo di recupero nostalgico del passato (la rimembranza, il ricordo perduto della giovinezza).

mercoledì 27 dicembre 2017

Alfonso Maria de' Liguori, Tu scendi dalle stelle

Matthias Stromer (1600-1650 ca.), Natività
Alfonso Maria de' Liguori (Napoli, 1696-1787), sacerdote, fondatore della Congregazione del SS. Redentore (1732), beato (nel 1816), quindi proclamato santo della Chiesa cattolica (da papa Gregorio XVI nel 1839), è l'autore - oltre a una serie di opere ascetiche e morali - di una serie di Canzoncine spirituali (1732), fra le quali spicca la Canzoncina a Gesù Bambino, meglio conosciuta, dal primo verso, come Tu scendi dalle stelle, componimento che conobbe fin da subito una diffusione immensa.
La poesia fu composta dal santo nel dicembre 1754 a Nola, in preparazione del Natale, e risulta un adattamento di un altro componimento dello stesso Liguori, ma scritto in dialetto napoletano, dal titolo Quanno nascette Ninno (‘Quando nacque il Bambino’), portato a termine nel convento della Consolazione di Deliceto (Foggia), nello stesso periodo. Di entrambi i componimenti il santo scrisse, insieme alle parole, anche la melodia, che è la medesima nei due brani; mentre a livello testuale i due componimenti risultano essere molto diversi fra di loro. 

domenica 3 dicembre 2017

A. N. Ostrovskij, L'uragano (1859)


Aleksandr Nikolaevic Ostrovskij (1823-1886) è stato un autore teatrale molto noto, nel genere della commedia di costume, nella Russia zarista della seconda metà del XIX secolo. Oggi però il suo nome è pochissimo conosciuto, se non completamente dimenticato, soprattutto al di fuori dei confini nazionali. Si tratta tuttavia di uno dei maggiori esponenti del teatro realistico dell'Ottocento, ed è da molti considerato il fondatore del teatro russo moderno, al punto che Turgenev lo definì (forse un po' esageratamente) "lo Shakespeare della classe mercantile russa".
L'uragano (Grozà, 1859) e La foresta (Les, 1870) sono le sue opere più note e riuscite - in un quadro di una cinquantina di opere totali -, ma la prima rappresenta senz'altro il suo capolavoro.
Come nella maggior parte delle commedie di Ostrovskij, la protagonista è la classe mercantile russa, di cui si denunciano l'arretratezza, il bigottismo unito a un conservatorismo politico di tipo retrivo, e l'ipocrisia di fondo. 
Ne L'uragano la classe mercantile è rappresentata da due personaggi principali: il primo, Dikoi, è un membro di spicco della cittadina di Kalìnov sul Volga, ed è tratteggiato come un burbero irascibile e ubriacone che attacca violentemente chiunque osi chiedergli del denaro, compreso quello che egli legittimamente deve ai suoi contadini e ai suoi dipendenti; la seconda è la Kabànova, vedova di un ricco mercante che sfoga sui suoi familiari (soprattutto sul figlio inetto Tichon Kabànov e sulla nuora Katerina) il suo atteggiamento bigotto e ipocrita, improntato a una serie di massime spicciole all'insegna del rispetto che i giovani devono ai vecchi, e alla funzione di potere che deve spettare in famiglia all'uomo, mentre la donna deve sempre essere sottomessa al marito.