venerdì 20 novembre 2020

 


Una riflessione fra diritti della collettività (nella fattispecie alla salute) e libertà intangibili dell'individuo.

Su Rivoluzione Liberale

venerdì 25 settembre 2020

lunedì 21 settembre 2020

La scuola, fra la politica e la scienza

La scuola è la scuola, e se la vogliamo preservare e salvaguardare, bisogna preservarne e salvaguardarne l'indipendenza. La scuola non può essere strattonata per la giacchetta dalla politica, e la scienza può intervenire soltanto nell'interesse del bene della scuola, non in quello della politica contro la scuola.

Eppure in occasione della riapertura delle scuole dopo l'emergenza COVID, si è assistito a un teatrino della politica, che, pur di salvaguardare i propri interessi di parte, anche contro la scuola e l'interesse pubblico, non si è fatta scrupolo di esercitare pressioni sulla scienza - nella figura del CTS, il Comitato tecnico-scientifico, della cui collaborazione si avvale il governo in tempo di pandemia - per poter aprire a tutti i costi, anche in barba alle elementari misure di sicurezza che per legge (vedi Dpcm del 7 settembre 2020) sono vincolanti in tutta Italia per tutti i comuni cittadini.

Di questa aberrazione la ministra Azzolina e il governo Conte non potranno non risponderne. 

qui il mio articolo su Rivoluzione liberale

lunedì 6 aprile 2020

L'Inno "Horis peractis undecim" (XI secolo?)

Corale latino con notazione musicale (XII secolo)

L'inno latino Horis peractis undecim ("Trascorsa l'ora undicesima") è un inno anonimo di incerta datazione, ma databile al massimo al secolo XI. E' inserito nel Breviario mozarabico, fra gli inni gotici (si intenda "visigotici") dell'antico rito spagnolo della liturgia cattolica. L'inno è costituito da tre strofe di versi di otto sillabe (ottonari) sdruccioli, ossia che finiscono con un dattilo finale (– ᴗ ᴗ), ed è inserito nella Liturgie delle ore al Vespro del venerdì della seconda settimana.
Il motivo ispiratore dell'inno è la parabola dei lavoratori della vigna (Matteo 20, 1-16), dove si racconta di un padrone che recluta operai per la sua vigna, e al termine del giorno, con la fine della giornata lavorativa, chiama a sé gli operai per dare loro il salario pattuito, elargendolo con amore e infinita misericordia. Allo stesso modo nell'inno si ringrazia il Signore per l'arrivo della sera e, al termine delle fatiche del giorno, si richiede il suo aiuto insieme alla mercede promessa (nelle sue molteplici accezioni simboliche).
Il testo di riferimento è quello dell'edizione di J. C. Sànchez, Hymnodia Hispanica, Turnhout, Brepols 2010 (Corpus Christianorum. Series Latina 167), pp. 256, 814; ma presenta qua e là delle varianti, attestate principalmente nell'edizione degli Analecta Hymnica Medii Aevi, vol. 27 (Inni gotici: gli inni mozarabici dell'antico rito spagnolo), p. 106, segnalate al lato fra parentesi quadre.

Horis peractis undecim,
ruit dies in vesperum;
solvamus omnes debitum
mentis libenter canticum.                   [libenter: al. benignae]

Labor diurnus transiit
quo, Christe, nos conduxeras;
da iam colonis vineae
promissa dona gloriae.                      [gloriae: al. gratiae]

Mercede quoque advocas,                 [mercede: al. mercedem]
quos ad futurum muneras,
nos in labore adiuva
et post laborem recrea.

["Trascorsa l'ora undicesima,
il giorno declina nella sera;
eleviamo tutti volentieri
con il cuore il canto dovuto.

Il lavoro del giorno cessa
dove tu, o Cristo, ci avevi condotti;
dà ormai ai lavoratori della vigna
i doni promessi della gloria.

Tu chiami anche per la mercede
quelli che un giorno ricompensi;
assistici nella fatica,
e dopo la fatica dacci ristoro"]

Nella prima strofa si descrive l'atmosfera del giorno che declina nel tramonto, e si invitano tutti ad elevare con il cuore il canto di ringraziamento dovuto al Signore per aver concluso felicemente la giornata.
Trascorsa l'ora undicesima: nel Medioevo la scansione delle ore della giornata segue il ritmo delle ore secondo il calendario liturgico. La prima ora, le lodi, è alle 6 del mattino; l'undicesima ora corrisponde quindi alle cinque del pomeriggio, quando il sole ormai volge al declino, e il giorno cede il passo alla sera. Il riferimento all'ora undicesima deriva dalla parabola evangelica, dove la conclusione dei lavori nella vigna e il pagamento da parte del padrone avviene appunto alle cinque del pomeriggio.
Il giorno declina nella sera: il verbo ruit significa letteralmente 'correre', 'precipitarsi': il giorno quindi si affretta, precipitando, verso la sera. Vesperum si può tradurre tanto come 'sera', in senso generico; quanto - letteralmente - come 'vespro', l'ora liturgica che con il suono della campana annunciava la fine del giorno, e invitava i monaci, e i fedeli tutti, alla preghiera serale. In quest'ultimo caso avremmo forse una prova di come l'inno possa essere stato concepito in ambiente monastico. 
Leviamo tutti volentieri: il verbo solvamus vuol dire 'sciogliere', cioè 'sciogliere il canto con la bocca', ed è quasi un verbo tecnico, presente in tutti gli inni più antichi, compresi quelli di S. Ambrogio. Libenter: l'avverbio ('volentieri', 'spontaneamente', ma anche, in senso più esteso, 'con gioia'), è un invito a elevare il canto di ringraziamento al Signore dal profondo del cuore, di propria volontà, e contrasta con il vicino debitum, 'dovuto': il ringraziamento a Dio a fine giornata è dovuto, perché a Lui solo si deve la lode per quanto ricevuto; ma d'altro canto non può che essere spontaneo, lode sincera della creatura al suo Creatore. Altri manoscritti sostituiscono libenter con benignae, da accordare a mentis: 'eleviamo il canto dovuto... con la mente (o il cuore) benevolo, ben disposto'.
Il canto dovuto del cuore: il canto (canticum) è il termine tecnico che identifica l'inno liturgico: parole accompagnate dalla musica, musica che si eleva al cielo da un concento di voci all'unisono, per lodare insieme il sommo Creatore. Mentis: ha un senso più largo di 'mente', ed indica il 'cuore', 'l'anima': il canto di lode a Dio deve venire cioè dalla mente e del cuore, come indica giustamente il precetto: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente (Matteo 22, 37).

domenica 29 marzo 2020

Origo gentis Langobardorum (VII secolo)

Maiestas Domini (dall'Altare del duca Ratchis, 
737-744 ca.,
Cividale del Friuli, Museo Diocesano)

L'Origo gentis Langobardorum ("Origine del popolo dei Longobardi") è una delle prime fonti per la conoscenza del popolo dei Longobardi: di autore anonimo, risale alla metà del VII secolo, e si trova premessa - in sole tre copie - al celebre Editto di Rotari (la cui stesura risale al 643). Si tratta di un testo molto breve, in tutto sette capitoletti, che nel capitolo iniziale racconta, in forma mitica, l'origine geografica dei Longobardi e l'etimologia del loro nome. 
I Longobardi abitavano, secondo l'anonimo cronista, in un'isola chiamata Scadanan, che dovrebbe corrispondere all'attuale Scandinavia, ma il cui nome secondo l'autore significherebbe excidia, letteralmente 'strage'. Il loro nome originale come stirpe sarebbe stato Winniles, 'Winnili'. In un dato momento della loro storia si sarebbe scontrati con i Vandali, altro popolo di origine gota più numeroso e più forte, che volevano imporre tributi ai Winnili. I Vandali si sarebbero rivolti a Godan, il dio Odino della mitologia nordica, chiedendone aiuto e soccorso, ma Godan avrebbe risposto loro che avrebbe dato la vittoria al popolo che avesse visto per prima l'indomani, al sorgere del sole. I Winnili allora impetrano l'aiuto di Frea, moglie di Godan, la quale consiglia loro di farsi trovare per prima l'indomani al mattino presto, ma affiancati dalle loro donne, che dovevano per l'occasione avvolgere i propri lunghi capelli intorno al volto, a mo' di barba, in abiti quindi virili e guerreschi. Quando Godan li vide avrebbe esclamato: "Chi sono questi longibarbae?", cioè 'dalla lunga barba'? E avendo loro imposto il nome, dette a loro la vittoria in battaglia contro i Vandali. Secondo questa versione dunque, l'appellativo Longobardi significherebbe 'dalla lunga barba' (long + bart, in lingua germanica). 
Nei sei paragrafi successivi l'anonima cronaca elenca sinteticamente i re Longobardi, da Agilmondo (fine IV secolo-inizi V) fino a Pertarito (morto nel 688).
L'unico re longobardo sul quale l'anonimo compilatore si sofferma, dando qualche particolare in più, è Alboino (530 ca.-572), morto assassinato a Verona dalla moglie Rosmunda in combutta con l'amante di lei Elmichi. Della coppia si racconta poi brevemente la fuga avventurosa a Ravenna, e la reciproca morte violenta per veleno.
Nel complesso l'importanza della Origo gentis Langobardorum sta nella sua antichità, più che nelle notizie in sé che ci trasmette, poche e spesso dal sapore leggendario. Circa cinque secoli dopo, Paolo Diacono, accingendosi alla stesura della sua monumentale - e ben più importante - Historia Langobardorum, guardando all'Origo con gli occhi della critica e dello storico di professione, la definì una ridiculam fabulam... risu digna et pro nihilo habenda, 'una favola ridicola... degna di riso e da non tenere in nessun conto'. Ma proprio per la sua antichità resta un documento prezioso, come del resto ben si avvide lo stesso Paolo Diacono, il quale, pur criticandola fortemente, non poté prescindere dal confrontarsi con essa nell'esporre le origini del suo popolo.

Si fornisce qui di seguito il testo originale latino, secondo l'edizione di G. Waitz compresa nei Monumenta Germaniae Historica (MGH), Scriptores rerum Langobardicarum et italicarum (saec. VI-IX), Hannover 1878, pp. 1-6 (disponibile anche online); cui faccio seguire la traduzione in italiano e un breve commento.


IN NOMINE DOMINI INCIPIT ORIGO GENTIS LANGOBARDORUM
1. Est insula qui dicitur Scadanan, quod interpretatur excidia, in partibus aquilonis, ubi multae gentes habitant; inter quos erat gens parva quae Winnilis vocabatur. Et erat cum eis mulier nomine Gambara, habebatque duos filios, nomen uni Ybor et nomen alteri Agio; ipsi cum matre sua nomine Gambara principatum tenebant super Winniles. Moverunt se ergo duces Wandalorum, id est Ambri et Assi, cum exercitu suo, et dicebant ad Winniles: " Aut solvite nobis tributa, aut praeparate vos ad pugnam et pugnate nobiscum". Tunc responderunt Ybor et Agio cum matre sua Gambara: "Melius est nobis pugnam praeparare, quam Wandalis tributa persolvere". Tunc Ambri et Assi, hoc est duces Wandalorum, rogaverunt Godan, ut daret eis super Winniles victoriam. Respondit Godan dicens: "Quos sol surgente antea videro, ipsis dabo victoriam". Eo tempore Gambara cum duobus filiis suis, id est Ybor et Agio, qui principes erant super Winniles, rogaverunt Fream, uxorem Godam, ut ad Winniles esset propitia. Tunc Frea dedit consilium, ut sol surgente venirent Winniles et mulieres eorum crines solutae circa faciem in similitudinem barbae et cum viris suis venirent. Tunc luciscente sol dum surgeret, giravit Frea, uxor Godan, lectum ubi recumbebat vir eius, et fecit faciem eius contra orientem, et excitavit eum. Et ille aspiciens vidit Winniles et mulieres ipsorum habentes crines solutas circa faciem; et ait: "Qui sunt isti longibarbae" ? Et dixit Frea ad Godan: "Sicut dedisti nomen, da illis et victoriam". Et dedit eis victoriam, ut ubi visum esset vindicarent se et victoriam haberent. Ab illo tempore Winnilis Langobardi vocati sunt.
2. Et moverunt se exhinde Langobardi, et venerunt in Golaidam, et postea possiderunt Aldonus Anthaib et Aainaib seu et Burgundaib; et dicitur, quia fecerunt sibi regem nomine Agilmund, filium Agioni, ex genere Gugingus. Et post ipsum regnavit Laiamicho ex genere Gugingus. Et post ipsum regnavit Lethuc, et dicitur, quia regnasset annos plus minus quadraginta. Et post ipsum regnavit Aldihoc, filius Lethuc. Et post ipsum regnavit Godehoc.
3. Illo tempore exivit rex Audoachari de Ravenna cum exercitu Alanorum, et venit in Rugilanda et inpugnavit Rugos, et occidit Theuvane regem Rugorum, secumque multos captivos duxit in Italiam. Tunc exierunt Langobardi de suis regionibus, et habitaverunt in Rugilanda annos aliquantos.
4. Post eum regnavit Claffo, filius Godehoc. Et post ipsum regnavit Tato, filius Claffoni. Sederunt Langobardi in campis feld annos tres. Pugnavit Tato cum Rodolfo rege Herulorum, et occidit eum, tulit vando ipsius et capsidem. Post eum Heruli regnum non habuerunt. Et occidit Wacho, filius Unichis, Tatonem regem barbanem suum cum Zuchilone. Et pugnavit Wacho, et pugnavit Ildichis, filius Tatoni, et fugit Ildichis ad Gippidos, ubi mortuus est. Iniuria vindicanda Gippidi Scandalum commiserunt cum Langobardis. Eo tempore inclinavit Wacho suavos sub regno Langobardorum. Wacho habuit uxores tres: Raicundam, filia Fisud regis Turingorum; et postea accepit uxorem Austrigusa, filiam Gippidorum; et habuit Wacho de Austrigusa filias duas, nomen unae Wisigarda, quam tradidit in matrimonium Theudiperti regis francorum; et nomen secundae Walderada, quam habuit uxorem Scusuald rex francorum, quam odio habens, tradidit eam Garipald in uxorem. Filia regis Herulorum tertiam uxorem habuit nomen Silinga; de ipsa habuit filium nomine Waltari. Mortuus est Wacho, et regnavit filius ipsius Waltari annos septem; Farigaidus: isti omnes Lethinges fuerunt.
5. Et post Waltari regnavit Auduin; ipse adduxit Langobardos in Pannonia. Et regnavit Albuin, filius ipsius, post eum, cui mater est Rodelenda. Eo tempore pugnavit Albuin cum rege Gippidorum nomine Cunimund, et mortuus est Cunimund in ipsa pugna, et debellati sunt Gippidis. Tulit Albuin uxore Rosemunda, filia Cunimundi, quae praedaverat, quia iam mortua fuerat uxor ipsius Flutsuinda, quae fuit filia Flothario regis Francorum; de qua habuit filia nomine Albsuinda. Et habitaverunt Langobardi in Pannonia annis quadraginta duo. Ipse Albuin adduxit Langobardos in Italia, invitatos a Narsete scribarum; et movit Albuin rex Langobardorum de Pannonia mense aprilis a pascha indictione prima. Secunda vero indictione coeperunt praedare in italia. Tertia autem indictione factus est dominus Italiae. Regnavit Albuin in Italia annos tres, et occisus est in Verona in palatio ab Hilmichis et Rosemunda uxore sua per consilium Peritheo. Voluit regnare Hilmichis, et non potuit, quia volebant eum Langobardi occidere. Tunc mandavit Rosemunda ad Longinum praefectum, ut eam reciperet Ravenna. Mox ut audivit Longinus, gavisus est, misit navem angarialem, et tulerunt Rosemunda et Hilmichis et Albsuindam, filia Albuin regis, et omnes thesauros Langobardorum secum duxerunt in Ravenna. Tunc ortare coepit Longinus praefectus Rosemunda, ut occideret Hilmichis et esset uxor Longini. Audito consilium ipsius, temperavit venenum, et post valneum dedit ei in caldo bibere. Cumque bibisset Hilmichis, intellexit, quod malignum bibisset; praecepit, ut ipsa Rosemunda biberet invita; et mortui sunt ambo. Tunc Longinus praefectus tulit thesauros Langobardorum, et Albsuinda, filia Albuin regis, iussit ponere in navem et transmisit eam Constantinopolim ad imperatorem.
6. Reliqui Langobardi levaverunt sibi regem nomine Cleph de Beleos, et regnavit Cleph annos duos, et mortuus est. Et iudicaverunt duces Langobardorum annos duodecim; posthaec levaverunt sibi regem nomine Autarine, filio Claffoni; et accepit autari uxorem Theudelenda, filia Garipald et Walderade de Baiuaria. Et venit cum Theudelenda frater ipsius nomine Gundoald, et ordinavit eum autari rex ducem in civitatem Astense. Et regnavit Autari annos septem. Et exivit Acquo dux Turingus de Thaurinis, et iunxit se Theudelendae reginae, et factus est rex Langobardorum; et occidit duces revelles suos, Zangrolf de Verona, Mimulf de insula sancti iuliani et Gaidulf de Bergamum, et alios qui revelles fuerunt; et genuit Acquo de Theodelenda filiam nomine Gunperga. Et regnavit Acquo annos VI. Et post ipso regnavit Aroal annos duodecim. Et post ipso regnavit Rothari ex genere Arodus, et rupit civitatem vel castra romanorum quae fuerunt circa litora apriso lune usque in terra Francorum quam ubitergium ad partem orienti, et pugnavit circa fluvium Scultenna, et ceciderunt a parte romanorum octo milia numerus.
7. Et regnavit Rothari annos decem et septem. Et post ipsum regnavit Aripert annos novem. Et post ipsum regnavit Grimoald. Eo tempore exivit Constantinus imperator de Constantinopolim, et venit in partes Campaniae, et regressus est in Sicilia, et occisus est a suis. Et regnavit Grimoald annos novem; et post regnavit Berthari.

IN NOME DI DIO INIZIA L'ORIGINE DEL POPOLO DEI LONGOBARDI
1. C'è un'isola che è chiamata Scadanan, che significa strage, nelle zone settentrionali, dove abitano molte popolazioni; fra le quali c’era una piccola popolazione che era chiamata Winnili. Tra loro vi era una donna chiamata Gambara ed aveva due figli: Ybor era il nome del primo e Aio quello del secondo. Essi erano i capi dei Winnili insieme alla madre di nome Gambara. Dunque i capi dei Vandali, ossia Ambri ed Assi, si misero in marcia con il loro esercito e dicevano ai Winnili: «O ci versate tributi o preparatevi alla guerra e combattete contro di noi». Allora Ybor e Aio insieme alla madre Gambara risposero: «E’ meglio per noi prepararci a combattere piuttosto che versare tributi ai Vandali». Quindi Ambri ed Assi, cioè i capi dei Vandali, pregarono Godan di concedere loro la vittoria sui Winnili. Godan rispose dicendo: «Darò la vittoria ai primi che vedrò al sorgere del sole». Allora Gambara ed i suoi due figli, Ybor ed Aio, che erano i capi dei Winnili invocarono Frea, moglie di Godan, affinché fosse propizia ai Winnili. Allora Frea consigliò che i Winnili si presentassero al sorgere del sole, e che venissero insieme ai mariti anche le mogli con i capelli sciolti intorno al viso a mo’ di barba. Al primo albeggiare mentre il sole sorgeva, Frea girò il letto su cui dormiva suo marito e lo rivolse ad Oriente, e lo svegliò. Egli, aperti gli occhi, vide i Winnili e le loro mogli che avevano i capelli sciolti intorno al viso, e disse: «Chi sono queste lunghe barbe?». Allora Frea disse a Godan: «Siccome hai loro imposto un nome, dàgli anche la vittoria». Da quel momento i Winnili furono chiamati Longobardi.
2. I Longobardi si mossero da quei luoghi e giunsero in Golaida, poi occuparono Aldonus, Anthaib e Banaib, ed anche la terra dei Burgundi, e si dice che si nominarono come re Agilmondo, figlio di Aio, della famiglia dei Guginghi. Dopo di lui regnò Lamissone, della famiglia dei Guginghi. Dopo di lui regnò Leti e si dice che regnò circa quaranta anni. E dopo di lui regnò Ildeoc, figlio di Leti. Dopo di lui regnò Godeoc.
3. In quel tempo il re Audoacari uscì da Ravenna con un esercito di Alani, venne in Rugilandia, combatté contro i Rugi, ed uccise Theuvane re dei Rugi, e riportò in Italia con sé molti prigionieri. Allora i Longobardi si spostarono dalle loro regioni ed abitarono nella terra dei Rugi per diversi anni.
4. Dopo di lui regnò Claffone, figlio di Godeoc. Dopo di lui regnò Tatone, figlio di Claffone. I Longobardi si spostarono nel territorio di Feld per tre anni. Tatone combatté con Rodolfo, re degli Eruli, lo uccise e si impadronì del suo elmo e del suo stendardo. Dopo di lui gli Eruli non ebbero più un regno. E Vacone, figlio di Unichis, uccise il re Tatone, suo zio paterno, insieme a Zuchilone. Vacone combatté, ed Ildichi, figlio di Tatone, combatté e poi fuggì presso i Gepidi dove morì. I Gepidi per vendicare l’offesa dichiararono guerra ai Longobardi. In quel tempo Vacone costrinse gli Svevi a sottomettersi al regno longobardo. Vacone ebbe tre mogli: Ranicunda, figlia di Fisud re dei Turingi, poi sposò Austrigusa, donna dei Gepidi, e Vacone ebbe da Austrigusa due figlie: la prima ebbe nome Wisigarda e la diede in moglie a Theudiperto re dei Franchi; la seconda ebbe nome Walderada e l’ebbe in moglie Scusualdo re dei Franchi, che avendola in odio la diede in sposa a Garibaldo. Come terza ebbe in moglie Silinga, figlia del re degli Eruli; da lei ebbe un figlio di nome Waltari. Vacone morì e suo figlio Waltari regnò per sette anni senza successori: tutti questi furono Letingi.

domenica 22 marzo 2020

Eginardo, Vita di Carlo Magno ("Vita Karoli")

Eginardo allo scrittoio (Grand Croniques de France, miniatura del secolo XV)

Eginardo nacque a Maingau, nella valle inferiore del Meno, l'1 o 2 marzo del 775, ma crebbe a Fulda, nella celebre abbazia benedettina, dove ricevette i primi insegnamenti nelle arti liberali (trivio e quadrivio) sotto l'abate Baugulfo. Nel 792 o 794 si spostò alla corte di Carlo Magno ad Aquisgrana, e lì divenne discepolo del celebre Alcuino di York, rettore della Schola Palatina. Secondo il costume degli intellettuali che ruotavano intorno ad Alcuino e alla corte carolingia, per cui ciascuno doveva assumere il nome fittizio di un autore classico o del passato (Alcuino stesso, ad esempio, era soprannominato Flacco, cognomen di Orazio), Eginardo ebbe in sorte - pare per iniziativa dello stesso Alcuino - il nome di Bezalel, personaggio biblico che costruì l'Arca dell'Alleanza, a causa delle sue notevoli capacità in campo costruttivo: essendo infatti possessore di un codice del De Architectura di Vitruvio, a corte ebbe l'incarico di occuparsi dei lavori di costruzione del Palazzo Imperiale, e della stessa Cappella Palatina.
Dopo l'addio di Alcuino alla corte di Aquisgrana nel 796, per diventare abate di San Martino di Tours, Eginardo prese il posto del maestro, divenendo a sua volta responsabile della Schola Palatina. Alla morte di Carlo Magno, divenne poi segretario di Ludovico il Pio, figlio di Carlo (a partire dall'814), e del di lui figlio Lotario. Rimasto nel frattempo vedovo (la moglie pare si chiamasse Imma), si ritirò a vivere in monastero: nell'836 fondò infatti l'abbazia di Seligenstadt in Assia, dove aveva fatto traslare dalle catacombe romane le reliquie dei santi Marcellino e Pietro, e lì, divenutone abate laico, e ritiratosi definitivamente dalle attività di corte, trascorse gli ultimi anni della sua vita. In una sua lettera (n° 10) di datazione incerta (di lui ci rimane fra l'altro un Libellus epistolarum, un corpus di 71 lettere originali), ma forse databile ai primi mesi dell'830, egli si congeda da Ludovico il Pio con queste parole: «Prego e imploro insistentemente la Vostra grande clemenza di degnarsi di guardare me, misero peccatore, ormai vecchio e debole, con cuore pietoso e benevolo, di lasciarmi sciolto e libero dalle cure mondane e di concedermi di vivere nella quiete e nella tranquillità presso la tomba dei beati martiri di Cristo, Vostri patroni, sotto la Vostra protezione, nell'obbedienza degli stessi Santi e al servizio di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo, cosicché l'ultimo e inevitabile giorno non mi sorprenda invischiato in preoccupazioni passeggere e superflue, ma dedito alla preghiera e alle pie letture, mentre esercito i miei pensieri alla contemplazione della legge divina».
Morì nella sua abbazia il 14 marzo dell'840.

La sua opera più celebre è la Vita Karoli (o Vita et gesta Karoli, 'Vita e imprese di Carlo'), un piccolo libello in 33 capitoletti (ma la divisione in capitoli non risale all'autore, ma si deve a Valafrido Strabone pochi anni dopo la morte di Eginardo), in cui si raccontano la vita e la figura di Carlo Magno, frutto del personale rapporto di stima e di amicizia che lo aveva legato per tanti anni all'imperatore franco.
L'opera è divisa in due parti: una prima parte (capitoli I-XVII) dedicata al personaggio pubblico, e una seconda parte (capitoli XVIII-XXXIII) - ben più interessante - dedicata al personaggio privato, all'uomo Carlo, al suo carattere, alla sua famiglia, ai suoi gusti culinari e in fatto di abbigliamento.
In una sorta di preambolo (Einhardi Praefatio, 'Prefazione di Eginardo'), Eginardo afferma - con retorica umiltà - di non essere in possesso degli strumenti retorici e letterari adeguati a intraprendere un'opera di tal fatta, lui «uomo barbaro e persona appena esercitata a fraseggiare nella lingua di Roma» (homo barbarus et in Romana locutione perparum exercitatus); ma di aver deciso tuttavia di accingersi alla scrittura in quanto testimone oculare della vita di un uomo grandissimo quale fu Carlo, verso il quale lo legavano vincoli di stima e di amicizia: «Ciononostante, non ho creduto, per varie ragioni, di rinunziare a questo lavoro; ero convinto, infatti, che nessuno potesse essere più di me nel vero per narrare avvenimenti ai quali intervenni di persona, che vidi, come si dice, coi miei stessi occhi [...] piuttosto che far coprire dalle tenebre dell’oblio la nobilissima vita di un grandissimo re, il più grande uomo certo della sua età, e le sue gesta inimitabili da parte di qualsiasi individuo dell’età moderna. Ma un’altra causa (e molto ragionevole mi pare) sarebbe, anche da sola, sufficiente per indurmi a scrivere la presente narrazione: la riconoscenza che provo verso chi m’ha dato il sostentamento, e l’amicizia eterna, annodata con lui e con i suoi figli, da quando cominciai a vivere in quella corte».
La prima parte della Vita Karoli inizia con un passo famoso che rievoca i primi re dei Franchi, ossia quei Merovingi, che nell'ultima fase del loro potere erano re di pura facciata, fantocci nelle mani dei cosiddetti maggiordomi di palazzo, i Pipinidi, destinati a subentrare ai Merovingi quali re, e antenati del re Carlo. La descrizione di Eginardo, ironica e sarcastica, ha molto contribuito alla creazione, nell'immaginario storico tradizionale, dell'idea dei Merovingi quali "re fannulloni": «non v’era nessuno, infatti, in quella famiglia, che avesse in sé qualcosa di notevole tranne quel vano appellativo di re. La ricchezza e la potenza del regno, erano, di fatto, nelle mani dei prefetti di palazzo chiamati «i maggiordomi», che detenevano tutto il potere supremo. Il sovrano, pago del suo appellativo regio, della sua lunga capellatura, della sua prolissa barba, doveva solo sedere in trono, atteggiandosi a dominatore, ricevere gli ambasciatori, che gli venivano da ogni parte, e consegnar loro, alla partenza, quelle risposte che o già conosceva o gli erano letteralmente imposte. Oltre a questo vano titolo di re e ad un precario appannaggio che gli passava (quando gli pareva) il prefetto di palazzo, il re non possedeva in proprio che una campagna, di modestissimo reddito, in cui era una casa con un piccolo numero di servi che badavano a lui e gli fornivano il necessario» (Cap. I).
Eginardo racconta poi succintamente come il potere sia passato ai Pipinidi, e da questi sia giunto nelle mani di Carlo. La cronaca continua poi con la narrazione sintetica delle imprese guerresche di Carlo, protratte lungo tutti i quarantasei anni del suo regno (dal 9 ottobre 768 al 28 gennaio 814); fra queste Eginardo ricorda in particolare la guerra contro i Longobardi (capitolo VI), la disfatta contro i Baschi in Spagna (cap. IX); e le guerre contro Sassoni (cap. VII) e Àvari, confederati degli Unni (cap. XIII).
La guerra contro i Sassoni, che durò ben trentatré anni (dal 772 all'804), fu quella più crudele, secondo Eginardo, costellata di massacri da ambo le parti, soprattutto, agli occhi del cronachista, per causa dei Sassoni, popolo descritto come infido, crudele, incline al tradimento e restìo ad abbandonare le proprie tradizioni e la propria religione pagana (demoniaca, agli occhi di Eginardo): «Nessuna lotta fu, per i Franchi, più lunga, più atroce e più faticosa di questa, perché i Sassoni, come, in genere, quasi tutti i Germani, feroci per natura, dediti al culto dei demoni, e nemici, quindi, della nostra religione, non rispettavano né i precetti umani né quelli divini e reputavano lecito l’illecito».

mercoledì 18 marzo 2020

I. Biffi, Al cuore della cultura medievale


Il volume di Inos Biffi, Al cuore della cultura medievale. Profilo di storia della teologia, Milano, Jaca Book 2006 (pp. 87, euro 12), è un'agile sintesi delle linee principali del pensiero teologico nella cosiddetta "Età di Mezzo".
Dopo una sorta di preambolo metodologico, dal titolo Appunti sul metodo e gli strumenti della teologia medievale (pp. 9-11), il volume di Biffi si articola in due parti. Eccone l'indice nel dettaglio:
Parte prima: Le eredità fondamentali della riflessione cristiana e il loro influsso. Capitolo primo: L'eredità patristica. - L'influsso preminente di Agostino (pp. 17-8); Aspetti dell'influsso patristico sulla teologia medievale: 1. L'utilizzazione della Sacra Scrittura: Valore della Sacra Scrittura (pp. 18-21); Metodi ermeneutici (pp. 21-8); 2. L'utilizzazione delle arti liberali (pp. 28-33); 3. Importanza del "testo" e del suo commentario (pp. 33-49).
Parte seconda: L'eredità filosofica del Medioevo (pp. 51-3): L'introduzione di Aristotele in Occidente attraverso Boezio († 524) e l'influsso di Boezio (pp. 55-63); Le tre entrate di Aristotele in Occidente (pp. 63-8); La reazione ufficiale della Chiesa all'introduzione di Aristotele (pp. 68-84). Chiude il volume un Indice dei nomi (pp. 85-7).
L'avvertenza iniziale dell'autore è che «la prima cosa che deve imparare uno studente che affronta il Medio Evo è che il Medio Evo non esiste» (p. 9): troppo vasto infatti il periodo cronologico cui tradizionalmente si fa riferimento per poter pensare a un unico sistema di pensiero e non, più correttamente, a una pluralità di scuole e di indirizzi (teologia scolastica contro teologia monastica, dialettici e antidialettici, ecc.).
In ogni caso, alle soglie di quello che ormai definiamo convenzionalmente Medioevo, si raccolgono le eredità fondamentali della riflessione cristiana, che sono secondo Biffi: «da una parte, l'eredità dei Padri, in seno a cui si afferma incontestabilmente l'egemonia religiosa di sant'Agostino e, dall'altra parte, l'eredità filosofica ricevuta dall'antichità e, in particolare, quella di certi scritti di Aristotele tradotti e trasmessi da Boezio ( 524)» (p. 15).
La filosofia (e la teologia) del Medioevo si possono pertanto ricondurre ai due filoni principali del platonismo in versione agostiniana, e dell'aristotelismo.
L'influsso preminente e determinante di Agostino si esplicherebbe in quattro punti fondamentali:
1. «Il valore propedeutico della dialettica rispetto alla sacra dottrina (teologia)», come a dire che la prima è solo un'introduzione alla seconda, e ad essa subordinata (philosophia ancilla teologiae);
2. «L'ideologia dell'autorità» (auctoritas), ossia il ricorso a fonti di comprovata fiducia e universalmente accettate per lo sviluppo del discorso filosofico-teologico, soprattutto nella vexata quaestio dei rapporti fra fede (fides) e ragione (ratio);
3. L'imposizione di modelli letterari riconoscibili e riconosciuti, nella forma di sintesi teologiche  (summae) schematizzate (del tipo De Trinitate, De doctrina christiana, ecc.);
4. L'imposizione a livello del dibattito filosofico di grandi questioni, con la relativa procedura per svolgere il dibattito, il modo e il linguaggio per l'argomentazione.
Certamente una grande eredità dei Padri è l'altissimo valore dato alla Sacra Scrittura, e al conseguente utilizzo che se ne fa a livello teologico. La convinzione dei primi secoli del Medioevo è che «la Sacra Scrittura è la parola di Dio adeguata e completa», e quindi «l'attività teologica non può essere altro che lo sforzo di penetrazione e di comprensione della Scrittura» (p. 19). La teologia dunque è in funzione dell'intelligenza biblica e della precisa e esatta comprensione della Scrittura. Sant'Anselmo non a caso arriverà ad affermare che le attività speculative della ragione tese alla ricerca della verità sono usate in quanto la Scrittura o apertamente le contiene o non le nega (Sacra Scriptura omnis veritatis quam ratio colligit auctoritatem continet, cum illam aut aperte affirmat, aut nullatenus negat).
Lo stesso vale per quella grande mente logica che fu Abelardo, il quale esorta il figlio Astrolabio allo studio della teologia, proprio in quanto essa tende all'intelligenza della divina pagina (divinae paginae intelligentia): «Ti prego, leggi con frequenza la Sacra Scrittura; e tutto il resto che ti avvenga di leggere sia in funzione di essa» (Sit tibi quaeso frequens Scripturae lectio Sacrae, cetera si qua legas omnia propter eam) [Monita ad Astrolabium, PL 178, 1760]. Si può quindi legittimamente concludere che «fino alla fine del secolo XII la teologia sarà essenzialmente e, si può dire, esclusivamente, biblica, e si chiamerà sacra pagina o sacra scriptura» (p. 20: la definizione è presa da Y. Congar, Théologie, nel Dictionnaire de Théologie Catholique, Paris 1946, t. XV/1, coll. 353-60).