giovedì 14 giugno 2018

L'insegnamento della religione cattolica a scuola (IRC) e le attività alternative


L'ultima riforma attuata in ambito in ambito scolastico, la cosiddetta "Legge della buona scuola" (in realtà Legge 107/2015) non ha minimamente intaccato la voce relativa all'insegnamento della religione cattolica (IRC) e/o delle attività alternative ad essa per quanti non se ne avvalessero. Resta pertanto immutato il quadro legislativo di riferimento, che in materia prevede la scelta, da parte di chi non si avvale dell'IRC, fra quattro possibilità:

1. attività didattiche e formative, ossia "insegnamenti alternativi", tenuti da docenti incaricati dalla scuola e solo per materie non curricolari (ossia non oggetto di insegnamento nella scuola in questione);
2. studio individuale assistito (ossia con la presenza di un docente);
3. studio individuale libero (gestito cioè autonomamente dallo studente e senza la presenza di insegnanti a supporto);
4. uscita dall'edificio scolastico.

Spetta alla famiglia - o eventualmente allo studente maggiorenne - optare per una delle quattro possibilità indicate dalla legge, che si pongono tutte sullo stesso piano, sono cioè equivalenti e parimenti legittime. Le statistiche elaborate dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ci dicono però che solo il 10% circa di chi non si avvale dell'IRC opta per un insegnamento alternativo; mentre il 20% circa sceglie lo studio assistito, il 25% quello libero, e il restante 45%-47% - ossia quasi la metà del totale - preferisce l'uscita dalla scuola. Questi numeri mettono in luce un dato preoccupante e per molti aspetti allarmante: la metà degli studenti non avvalentisi rinuncia a qualsiasi forma di attività didattica, preferendo uscire da scuola per fare altro (ossia, diciamolo pure a chiare lettere, per non far nulla).
Come spiegare tale stato delle cose? 

martedì 12 giugno 2018

La voragine delle supplenze brevi nella scuola pubblica


Che le supplenze costituiscano una vera e propria voragine nell'orario delle scuole pubbliche è un fatto ampiamente riconosciuto e che non merita grandi discussioni. Quando si parla però di supplenze, si tende automaticamente a pensare alle supplenze di lungo periodo, con chiamata di un insegnante supplente esterno per sostituire un collega per un periodo più o meno breve, da qualche settimana a dei mesi. Nessuno però considera anche le supplenze brevi, quelle cioè di assenza di un collega per sole poche ore o di un giorno, che pure però vengono ad incidere pesantemente sull'orario di servizio, e che potrebbero costituire una risorsa importante per la didattica, qualora fossero adeguatamente organizzate in un quadro o in un piano formativo della scuola.
Le assenze temporanee di un docente variano ovviamente da scuola a scuola, e da collega a collega, ma è da credere che in tutte le scuole esse costituiscano un'importante voce di bilancio del quadro orario. Ho scorso il registro elettronico dell'ITT Marco Polo di Firenze (anno scolastico 2017/18), scoprendo che mediamente almeno due ore a settimana del monte orario, costituito da 30 ore settimanali di lezione (nel triennio del liceo linguistico), sono costituite da supplenze di un'ora: per assenza temporanea del docente titolare, malattia o richiesta di permesso, o altre variabili diverse. Se pensiamo al fatto che un'ora a settimana è il totale delle ore a disposizione per una materia come Religione, e due ore sono il tempo totale per svolgere i programmi annuali di Filosofia, o di Fisica o di Storia dell'Arte, ci si può ben rendere conto di come il capitolo supplenze brevi nelle scuole sia un immenso "tempo vacante" e un vero e proprio buco nero nel programma didattico stabilito dalla scuola.
Che cosa fare di tutto questo tempo a disposizione? La risposta delle scuole è ovviamente diversificata, ma disarmante nella sua banalità. Si tratta infatti di sostituire - da parte della dirigenza - i colleghi assenti con altri colleghi "a disposizione": questi ultimi possono essere insegnanti che non svolgono tutte le 18 ore di servizio in classe, per mancanza nella scuola della cattedra intera, o per esigenze di servizio a discrezione del Dirigente, oppure, ancora più banalmente, insegnanti che hanno l'ora libera per assenza della propria classe in orario (per uscita didattica, progetto o altro). In ogni caso tali insegnanti vengono utilizzati in tutto e per tutto in qualità di "tappabuchi": l'importante, per la dirigenza, è "coprire" i buchi in orario con personale di sorveglianza. Ma cosa facciano poi tali insegnanti nelle classi scoperte non è interesse della dirigenza, né primario né secondario: il tutto è demandato all'insegnante stesso, e per la dirigenza la faccenda si esaurisce nel non lasciare soli dei ragazzi minorenni, di cui risponderebbe direttamente la scuola. Se l'insegnante supplente temporaneo è anche insegnante della classe, la faccenda si risolve come se fosse un'ora normale di lezione, o di recupero o di approfondimento del programma fin qui svolto; ma se non è un insegnante della classe, tutto è lasciato alla pura improvvisazione: far svolgere compiti per l'ora successiva, chiedere ai ragazzi se non hanno capito qualcosa, far vedere film o documentari, escogitare giochi di gruppo di una qualche intelligenza... 

lunedì 11 giugno 2018

Il "Decalogo" della buona scuola di Ernesto Galli della Loggia


Ha creato una certa discussione il "decalogo", pubblicato da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 5 giugno 2018 (sopra il pdf dell'articolo), con una serie di proposte - dieci appunto - per cambiare la scuola pubblica in Italia e salvarla dal declino e dalla crisi degli ultimi anni, ormai sotto gli occhi di tutti.
Discutiamo nell'ordine tali proposte.
1. "Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l'insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni". Tale proposta fa direttamente il paio con la seconda, ossia:
2. "Reintroduzione dell'obbligo per ogni classe di ogni e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all'ingresso nell'aula del docente".
Entrambe queste proposte tendono giustamente a recuperare il senso dell'autorità del docente, oggi ormai perduto o comunque fortemente compromesso: da qui lo svilimento della figura del docente e il crollo del suo prestigio sociale, in primis presso le famiglie. Che il rapporto docente-discente debba essere improntato a una certa autorità, nessuno dotato di buon senso può metterlo in dubbio. Il docente non può mettersi sullo stesso piano del ragazzo, o peggio essere (o presentarsi come) 'suo amico': i rispettivi ruoli devono essere ben chiari, e la loro confusione non può che risultare enormemente deleteria nel quadro del patto educativo. A ben vedere lo stesso discorso - a riprova di come scuola e famiglia procedano di pari passo, e l'una è spesso specchio dell'altra - va fatto per la dimensione familiare, nel rapporto fra genitori e figli: essere o mostrarsi amico dei propri figli non può che generare confusione nell'adolescente che ha bisogno di punti certi e modelli ben precisi davanti, necessariamente diversi e altri da sé. Il mettersi sullo stesso piano è il frutto di un distorto pensiero pedagogico, nato sul finire degli anni sessanta, avverso ad ogni forma di autorità (intesa sempre e comunque come autoritarismo), sia familiare che sociale, in nome di una presunta liberazione dell'individuo moderno dal peso dei padri. Insomma l'ennesima mela avvelenata del Sessantotto, che ancor oggi dilata le sue perverse e pervicaci radici nella società e nella scuola.
La giusta via è quindi quella di scrollarsi di dosso questo preconcetto e ripristinare un corretto paradigma educativo. Bene dunque il senso della proposta di Galli della Loggia, ma di diversa fattibilità le due proposte: se infatti l'alzarsi in piedi all'ingresso in classe dell'insegnante può essere praticabile, e anzi auspicabile, proprio per mantenere quantomeno quel senso minimo di distanza fra docente e discente (non si scatta in piedi dinanzi ad un pari grado); montare al contrario una 'pedana' sotto la cattedra, per marcare anche fisicamente tale distanza, può essere - ed è - operazione demagogica che sa di stantìo e che puzza di reazione lontano mille miglia. Risulta insomma operazione volutamente fuori dal tempo, e non può che configurarsi pertanto come del tutto gratuita e senza nemmeno la certezza di una sua qualche reale efficacia, proprio perché verrebbe immediatamente percepita per quello è, ossia come un tentativo fuori tempo massimo.

mercoledì 23 maggio 2018

Erinna di Telo

S. Solomon, Saffo ed Erinna nel giardino di Mitilene (1864)

Di Erinna in effetti si sa molto poco. Il Lessico Suda (X secolo) afferma stringativamente:«Erinna: di Teo o Lesbo, o anche Telos secondo alcuni; Telos è un'isoletta presso Cnido. Altri la dicono di Rodi. Compose versi epici. Scrisse la "Conocchia": è un poema in dialetto eolico e dorico di 300 esametri. Ha composto anche epigrammi. Morì vergine a 19 anni. I suoi versi furono giudicati degni di Omero. Fu compagna di Saffo e sua contemporanea».La sua patria più probabile fu Telo (Telos), isoletta vicina a Cnido e Cos; difficilmente Tenos, isola delle Cicladi e ancor meno probabile Lesbo, isola alla quale fu accostata – forse – solo per associarla in qualche modo a Saffo. Ancor meno si può dire dell’epoca in cui visse: contemporanea di Saffo (VI secolo) o poco dopo (V secolo); ma secondo alcuni addirittura dell’epoca ellenistica (sarebbe vissuta intorno al 352 a.C.), considerato il suo rilievo nell’Antologia Palatina. In questa raccolta le si attribuiscono tre epigrammi di argomento funebre, più una serie di cinque epigrammi di altri poeti che ne celebrano la fama. La sua opera più nota è però un poemetto, La conocchia, che in origine era costituito da trecento esametri in dialetto dorico misto ad elementi epici (in dialetto eolico).
Da tutti questi testi sono dedotti gli altri (pochi) elementi biografici citati nel Lessico Suda: che morì diciannovenne, vergine, ossia non sposata, e che per la bellezza e l’altezza delle sue composizioni poetiche fu paragonata da molti ad Omero, ma forse anche qui, soltanto per il fatto che scrisse versi con caratteri epici, ossia elementi in dialetto eolico.L’evento più rilevante della sua vita fu la perdita dell’amica del cuore Bauci, morta prematuramente giovanissima poco dopo il matrimonio. Da questo lutto la poetessa rimase sconvolta, al punto che tutta la produzione poetica che ci rimane oggi (meno di 100 versi, peraltro molto frammentari) ha al centro la figura di Bauci (tranne un epigramma, dedicato a una certa Agatarchide, comunque di carattere funebre e sulla falsariga degli altri componimenti).

martedì 17 aprile 2018

Adso di Montier-en-Der, De Antichristo

Apocalisse di re Fernando e Sancha, 1047
(Madrid, Biblioteca Nacional, Ms. Vitr. 14.2)

Adso (910/915-992), di nobile famiglia franca, poi monaco benedettino presso l'abbazia di Luxeuil, e infine abate (dal 967 circa) di Montier-en-Der, nella Francia nord-orientale, è l'autore di un celebre libello 
De Antichristo, il cui titolo completo è De ortu et tempore de Antichristo ('La nascita e il tempo dell'Anticristo'), opera che ebbe una vastissima diffusione del Medioevo (171 i manoscritti superstiti, comprese non meno di sette rielaborazioni successive, allestite fra XI e XII secolo).
La figura di Adso è in realtà assurta a una certa fama in tempi recenti a seguito del successo editoriale, a livello mondiale, del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco (Milano, Bompiani 1980), dove è richiamata dal personaggio di Adso da Melk, il novizio al centro del racconto, insieme al suo maestro, il frate francescano Guglielmo da Baskerville (che a sua volta riprende la figura di Sherlock Holmes ne Il mastino dei Baskerville).
Scritto fra il 949 e il 954, il libello di Adso è dedicato a Gerberga, regina consorte dei Franchi occidentali in quanto moglie di Luigi IV di Francia; e in effetti il tema politico è centrale nell'opera di Adso.
Il libricino (meno di dieci pagine in tutto) è strutturato come una piccola biografia dell'Anticristo, sul modello rovesciato dei modelli agiografici tanto in voga nel Medioevo, comprendenti una succinta vita dei santi, comprese le gesta e i miracoli, e i tempi e i luoghi di svolgimento dell'azione.
La figura dell'Anticristo, presente in maniera costante e talvolta ossessiva in tutta la letteratura cristiana fin dalle origini, trova nell'opera di Adso una linfa nuova, alla luce dell'approssimarsi del fatidico anno Mille ("Mille e non più mille"), che allungava ombre sinistre su un imminente fine dei tempi e sulla resa finale fra bene e male, fra i fedeli del vero Dio e i seguaci del diavolo. Non a caso il libro di Adso incontrerà poi enorme fortuna nella letteratura apocalittica e nelle ansie escatologiche che torneranno a investire l'Europa fra XI e XII secolo e oltre (da Gioacchino da Fiore ai Fraticelli e agli Spirituali francescani).

giovedì 11 gennaio 2018

Dies Irae (XII secolo)

L'angelo dell'apocalisse suona la prima tromba

Il Dies irae è certamente uno dei componimenti più noti di tutta la poesia mediolatina. Si tratta di una sequenza, ossia di un testo poetico-musicale di carattere liturgico utilizzato nelle celebrazioni della messa. L’autore del Dies irae, tradizionalmente identificato con il frate francescano Tommaso da Celano (1190-1265 circa), è dubbio ed oggi fortemente discusso. 
Ancor oggi l’inno è cantato – soprattutto nella cosiddetta Messa tridentina in uso fino al Concilio Vaticano II – nell’ufficio dei defunti; in origine però esso veniva cantato, come tutte le sequenze, prima della lettura dei Vangelo, e precisamente precedeva la lettura di Luca 21, 6 e sgg., durante la prima domenica del Tempo di Avvento, in cui si annunciava la fine del mondo e il giudizio finale che attendeva ciascun uomo.
                                                                                                    Il Dies Irae di Mozart

L’ispirazione originale dell’inno nasce da un passo di Sofonia (1,15-16), dove si afferma: «Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies vastitatis et desolationis, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos» [“Giorno dell’ira, quel giorno, giorno di tribolazione e di angoscia, giorno di devastazione e di desolazione, giorno di tenebre e di nebbia, giorno di nuvole e di tempesta, giorno della tromba e di grida di guerra sulle città fortificate e sulle torri d’angolo”].

martedì 9 gennaio 2018

Il colorito linguistico della "Commedia": una questione da riaprire?, «Carte Romanze» 5 (2017), 2, pp. 105-24


Proposta di adottare, per la veste linguistica della Commedia, i codici pienamente fiorentini (e antichi) Parm e/o Fior. Pal. 319, contro il tradizionale Triv[ulziano 1080] ovvero Urb[inate lat. 366], quest'ultimo secondo le proposte più recenti di Federico Sanguineti e Paolo Trovato.