mercoledì 5 settembre 2018

"Una faccia, una razza": l'Italia e gli Italiani visti dai Greci


Ben prima della nave Diciotti, delle ONG e di Matteo Salvini, dall'VIII secolo a.C. circa, i Greci si misero su dei barconi - in realtà agili ed eleganti imbarcazioni - e come profughi emigrarono dalla loro patria, solcando il Mar Mediterraneo: Cristoforo Colombo viaggiò verso occidente, e scoprì l'America; i Greci viaggiarono verso occidente... e scoprirono l'Italia! 
Sì, in un certo senso furono davvero i Greci a scoprire l'Italia: approdarono infatti nel Sud - grosso modo da Napoli in giù -, fondando numerose città (Taranto, Reggio Calabria, Crotone, Siracusa, Agrigento...), e fondendosi con le locali popolazioni italiche: da qui il noto detto popolare, oggi usato soprattutto dai greci "Una faccia, una razza" (in greco moderno, μια φάτσα, μια ράτσα), per indicare i rapporti di parentela molto stretti che uniscono i due popoli italiano e greco. 
Furono i Greci a dare per la prima volta un nome - o meglio, più nomi - alla nuova terra: innanzitutto Magna Graecia (Μεγάλη Ἑλλάς), che in origine indicava tutto il Sud Italia, esclusa però la Sicilia: se prendiamo infatti una cartina geografica, e confrontiamo le dimensioni dell'Italia meridionale con quelle della Grecia, quest'ultima è piccola, mentre la prima è "grande". 
Un altro nome fu Enotria, da oinos (οἶνος) che vuol dire "vino" (lo stesso delle parole enologia, enoteca), e significava "terra del vino": i Greci, infatti, appena approdati sulle coste italiane, notarono subito distese su distese di vigneti, magari con qualche contadino ubriaco sverso per terra. Fin dall'antichità quindi si era chiaramente individuata l'inclinazione degli italiani per il vino; non a caso ancora oggi siamo imbattibili a livello mondiale in questo campo, come sanno bene i Francesi (a proposito, viva lo spumante, abbasso lo champagne!).

martedì 24 luglio 2018

Un Canavacciuolo nella Roma imperiale: Apicio


Gli antichi Romani, si sa, erano - parafrasando la celebre canzone - una società di magnaccioni; e il re dei magnaccioni a Roma aveva un nome e un cognome: Marco Gavio Apicio.
Apicio fu senza dubbio alcuno il più grande e il più famoso cuoco dell'antica Roma: visse fra l'età di Augusto (era molto amico del celebre Mecenate, e cenò con lui in qualche occasione), e quella di Tiberio, epoca in cui divenne una vera e propria star, conteso e richiesto da tutta l'aristocrazia romana, fino a diventare il cuoco ufficiale dell'imperatore. 
Viveva nel lusso sfrenato, spendendo e spandendo a destra e a manca; preparava cibi raffinati e pranzi sontuosi, destando l'ammirazione (e l'invidia) di tutta Roma. Per stupire e divertire gli annoiati patrizi romani e i nuovi ricchi, creava ricette originalissime, accostamenti stravaganti, piatti esotici, intingoli e salse sofisticati. Era un maestro dell'impiattare, e riusciva a presentare il piatto sempre in maniera scenografica e sfarzosa. Si favoleggiava di lui (e si sa, vox populi vox Dei) che nutrisse le murene con la carne degli schiavi, o che desse del mosto dolce o dei fichi secchi ai suoi maiali e alle sue oche per ingrassarne un fegato, risultando in tal modo l'inventore del foie gras. Il tutto insomma lo rendeva "il più grande scialacquatore di tutti i tempi" (parola di Plinio il Vecchio, che la sapeva lunga). 
Di lui ci resta un libro, il De re coquinaria (ossia "Della cucina"), preziosissimo perché, al di là delle sue creazioni culinarie, è l'unico di ricette dell'antica Roma giunto fino a noi integralmente, e grazie al quale possiamo farci un'idea precisa di cosa mangiavano a tavola i (ricchi) romani, oltre a metterci in condizione di riprodurre quelle antiche ricette (se qualcuno ne avesse il coraggio). 
Il volume è diviso in 10 libri, per un totale di poco meno di 500 ricette, molte delle quali però un po' lontane, diciamo così, dal gusto moderno... qualche esempio? Calli di dromedario (magari ottimi!), creste di volatili vivi, pasticci di lingue di pappagalli parlatori. E poi carne di struzzo, di fenicottero, pavone e gru, pappagalli lessi, lingue di usignoli (che notoriamente cantano bene usando la lingua). 

lunedì 23 luglio 2018

La legge del contrappasso: la (comica) morte dei tragici greci

Edipo e la Sfinge (IV secolo a.C., Vaticano, Museo Gregoriano Etrusco)

Chi non ricorda, fra i traumi del liceo classico, la tristissima filastrocca basata su un gioco di parole, per far ricordare a noi ragazzi i (difficili) nomi dei tre grandi tragediografi greci? "Eschilo eschilo, ragazzi, che qui si sofocle! Ma attenti alle scale, che sono euripide!".
La tragedia greca è in effetti una delle vette della letteratura, e in genere del pensiero e della cultura dell'antica Grecia: i suoi temi fondamentali sono il senso del dolore nel mondo, il rapporto fra l'aspirazione alla felicità degli uomini e l'"invidia" degli dèi, il senso della storia, rispecchiata dal mito, e della vita in generale: insomma un vero mattone!
Ma a dispetto della tragicità - è proprio il caso di dire - dei temi trattati nelle loro opere, tutti e tre i tragediografi sono accomunati da un insolito destino: le loro morti stupide, dal carattere decisamente comico. Siamo ovviamente nel campo della leggenda, niente di storicamente certo insomma, ma le fonti antiche sono concordi, e ci restituiscono un quadro degno dei Darwin Awards, il premio - per chi non lo avesse mai sentito nominare - riservato in tempi recenti alle morti più stupide dell'anno.
Eschilo, in tarda età, decide di lasciare Atene per trasferirsi in Magna Grecia, precisamente a Gela, presso il famoso tiranno Ierone di Siracusa. Un giorno esce per fare una passeggiata, e finisce per sedersi su un masso; sfortunatamente in quel preciso momento sfreccia nel cielo un'aquila, che nelle intenzioni di mangiarsi una tartaruga appena catturata e che stringeva fra i possenti artigli (ma le aquile poi, mangiano le tartarughe?), decide di mollare la presa per farla sfracellare sulle rocce, onde distruggerne il guscio e poterne pappare la gustosa carne. Sfiga vuole che Eschilo fosse calvo, e avesse una pelata liscia e soda, tale da indurre in errore l'incolpevole aquila, che scambia la testa del nostro per un bel cocuzzolo di roccia, lasciandoci cadere sopra la tartaruga. Un oracolo, tempo addietro, aveva predetto ad Eschilo il suo futuro, ma in maniera alquanto ambigua, come nella migliore tradizione greca: "Sarai ucciso da un proiettile vagante!", aveva sentenziato. Il povero Eschilo magari evitava i capodanni o le feste di villaggio, pensando alla pistolettata di qualcuno un po' euforico affacciato al balcone, o chissà cosa: ma essere ucciso da una tartaruga in testa, sganciata da un'aquila affamata, no, a questo non avrebbe mai pensato.

lunedì 16 luglio 2018

"Chi bussa alla porta?". Le (strambe) case degli antichi Greci


Diciamocelo pure: alzi la mano chi non ha mai invidiato in cuor suo il commissario Montalbano, il quale, nonostante il (si presume) non ricchissimo stipendio da impiegato statale, può tuttavia permettersi una casa sulla spiaggia, con tanto di terrazza vista mare dove brindare insieme a Livia. 
Una bella casa, con belle finestre e ampie porte è il sogno di tutti gli italiani, notoriamente fissati con il mattone. Pochi però sanno che le case hanno subìto grandi evoluzioni nel corso della storia. 
Le prime case del Neolitico, per esempio, erano dei cubi senza porte né finestre: addossate le une alle altre, si camminava sul tetto, e poi ci si calava all'interno tramite una botola che fungeva anche da lucernario. 
Le case popolari degli antichi Greci (ma non le ville dei Briatori del tempo!) erano inserite in quartieri piccoli e affollati, come del resto anche a Roma, dove nel quartiere popolare della Suburra - ci informa il poeta Marziale (I,86) - i palazzi erano talmente attaccati e gli spazi di separazione fra di essi talmente ristretti che se ci si affacciava, si poteva tranquillamente stringere la mano all'inquilino del palazzo di fronte! 
In Grecia le case erano fatte di materiali fragili e scadenti (anche all'epoca evidentemente esistevano imprenditori disonesti!): pietre legate con calce o mattoni crudi, l'ideale per i topi di appartamento che non avevano bisogno di piede di porco o di altri strumenti complicati per sfondare la porta. Bastava infatti praticare un foro nel muro, e il più era fatto: non era un caso che uno dei modi per dire in greco "ladro" era la parola τοιχωρύχος ("toichorùchos"), cioè "foratore di muri"!

martedì 10 luglio 2018

Insegnanti di potenziamento: una risorsa non sfruttata


La figura dell'insegnante di potenziamento è stata prevista dall'ultima riforma della scuola, la Legge 107 del 2015 (la famosa "Legge della Buona Scuola"), e nelle intenzioni del legislatore doveva affiancare il docente nell'organico di diritto per ampliare e rafforzare l'offerta formativa delle singole scuole, nel quadro dell'autonomia delle stesse.
Tuttavia gli insegnanti di potenziamento vengono con sempre maggiore frequenza utilizzati dai Dirigenti scolastici soltanto per coprire le supplenze brevi, ossia le assenze temporanee (di pochi giorni se non poche ore) dei colleghi, e per nient'altro, limitando quindi drasticamente la loro funzione professionale.  
La nota 2852 del MIUR del 5 settembre 2016 chiarisce però qual è il ruolo e la funzione degli insegnanti di potenziamento, i quali non devono essere utilizzati dalla scuola di riferimento esclusivamente per coprire le supplenze brevi, ma devono costituire un "arricchimento dell'offerta formativa". 

lunedì 9 luglio 2018

Gli Spartani 'donnicciole'?



Quando si pensa al cittadino tipo di Sparta, il pensiero va subito al guerriero, lo "spartiata": una sorta di macho man, tutto muscoli e poco cervello, tutto casa e palestra, anzi più palestra che casa! 
Ma c'era un aspetto su cui ateniesi, calcidesi, tessali, beoti e abitanti dell'Elide, insomma tutti i restanti Greci, deridevano apertamente gli spartani: il trattamento riservato alle donne.
Ad Atene una ragazza a 13-14 anni era in età da marito; anche in seguito rimaneva sotto tutela dello sposo, raramente poteva uscire di casa; viveva reclusa in una parte della casa a lei riservata (il 'gineceo'), che la separava dal resto del mondo esterno; di regola non studiava, quindi non sapeva né leggere né scrivere, né poteva partecipare a cerimonie pubbliche (tranne quelle religiose) e passava la giornata al fuso e al telaio. Nelle faccende domestiche non metteva becco, perché si sa, in casa i pantaloni li porta il maschio!

giovedì 5 luglio 2018

Brodo nero


L'antica città di Sparta, nota fra l'altro per la spietatezza dei suoi costumi e la rigidità della sua educazione di tipo militare, non era da meno in ambito culinario. Il piatto più famoso (ma meglio sarebbe dire, famigerato) era il cosiddetto "brodo nero" (μέλας ζωμός).
Ricetta (per i più temerari): spezzatino di maiale a tocchetti, comprese le frattaglie, messo a mollo nel "sanguinaccio", ossia nel sangue dello stesso maiale, che bollito, assumeva quella tipica colorazione scura, nera appunto. Il tutto poteva poi essere condito con spezie o verdure.
Il piatto era considerato immangiabile dai non spartani, per non dire vomitevole, a causa della sua puzza e del suo sapore aspro.
Durante le numerose guerre fra Atene e Sparta, servire a tavola una zuppa di brodo nero era un utile stratagemma atto a rivelare le spie non spartane, che regolarmente vomitavano al solo assaggiarlo (e chissà che brutta fine facevano poi).

APPROFONDIMENTI: Sergio Valzania, "Brodo nero. Educazione spartana", Milano, Jouvence 2016.

qui il post su Facebook (Gruppo Amici della storia dell'Antica Grecia)

lunedì 2 luglio 2018

L'alternanza scuola-lavoro: perché non limitarla al mondo del volontariato?


La cosiddetta "alternanza scuola-lavoro" è una disposizione prevista per la scuola fin dalla Legge Moratti (Legge 28/3/2003 n° 53, art. 4), poi confermata da una serie di decreti attuativi successivi, e da ultimo prevista anche nella cosiddetta "Legge della Buona Scuola" (Legge 107 del 13/7/2015), con la quale diventa a tutti gli effetti obbligatoria per tutti gli studenti delle classi terze del secondo ciclo di istruzione. 
Nelle intenzioni del legislatore l'alternanza scuola-lavoro si prefiggeva un nobile intento, che era quello di raccordare mondo della scuola e mondo del lavoro, che in Italia troppo spesso - per non dire regolarmente - procedono su binari paralleli senza mai incontrarsi, e permettere così ai ragazzi di approcciarsi al mondo del lavoro, e di maturare un'esperienza formativa in aziende del territorio, creando in tal modo anche un importante aggancio fra scuola e territorio.
Ma, come sempre in Italia, fatta la legge se ne scoprono poi le storture e i limiti costitutivi: 1. conciliare studio e lavoro non è cosa facile per i ragazzi; 2. le ore da dedicare all'attività lavorativa (400 ore annue per gli Istituti Tecnici, la metà, 200, per i Licei) sono probabilmente troppe, da cui la pessima idea da parte di certe scuole di spalmarle non soltanto nell'arco dell'anno scolastico, ma di estenderle al periodo delle vacanze estive; 3. numerosi i problemi legati alla copertura assicurativa e in generale alla tutela contro gli infortuni durante lo svolgimento delle attività lavorative da parte dei ragazzi; 4. problemi giuridici e costituzionali riguardanti lo status dei ragazzi, che lavoratori non sono, ma che poi a tutti gli effetti sono trattati come tali, trovandosi così nella condizione, costituzionalmente controversa, di dover prestare attività di lavoro a titolo gratuito (art. 36 della Costituzione: "il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro").
Per questi e mille altri motivi, il tema dell'alternanza scuola-lavoro è stato ed è tuttora al centro di acceso dibattito nel mondo della scuola, con profonde divisioni fra sostenitori da un lato, e denigratori dall'altro che ne vorrebbero invece l'immediata abrogazione.

giovedì 14 giugno 2018

L'insegnamento della religione cattolica a scuola (IRC) e le attività alternative


L'ultima riforma attuata in ambito in ambito scolastico, la cosiddetta "Legge della buona scuola" (in realtà Legge 107/2015) non ha minimamente intaccato la voce relativa all'insegnamento della religione cattolica (IRC) e/o delle attività alternative ad essa per quanti non se ne avvalessero. Resta pertanto immutato il quadro legislativo di riferimento, che in materia prevede la scelta, da parte di chi non si avvale dell'IRC, fra quattro possibilità:

1. attività didattiche e formative, ossia "insegnamenti alternativi", tenuti da docenti incaricati dalla scuola e solo per materie non curricolari (ossia non oggetto di insegnamento nella scuola in questione);
2. studio individuale assistito (ossia con la presenza di un docente);
3. studio individuale libero (gestito cioè autonomamente dallo studente e senza la presenza di insegnanti a supporto);
4. uscita dall'edificio scolastico.

Spetta alla famiglia - o eventualmente allo studente maggiorenne - optare per una delle quattro possibilità indicate dalla legge, che si pongono tutte sullo stesso piano, sono cioè equivalenti e parimenti legittime. Le statistiche elaborate dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ci dicono però che solo il 10% circa di chi non si avvale dell'IRC opta per un insegnamento alternativo; mentre il 20% circa sceglie lo studio assistito, il 25% quello libero, e il restante 45%-47% - ossia quasi la metà del totale - preferisce l'uscita dalla scuola. Questi numeri mettono in luce un dato preoccupante e per molti aspetti allarmante: la metà degli studenti non avvalentisi rinuncia a qualsiasi forma di attività didattica, preferendo uscire da scuola per fare altro (ossia, diciamolo pure a chiare lettere, per non far nulla).
Come spiegare tale stato delle cose?

martedì 12 giugno 2018

La voragine delle supplenze brevi nella scuola pubblica


Che le supplenze costituiscano una vera e propria voragine nell'orario delle scuole pubbliche è un fatto ampiamente riconosciuto e che non merita grandi discussioni. Quando si parla però di supplenze, si tende automaticamente a pensare alle supplenze di lungo periodo, con chiamata di un insegnante supplente esterno per sostituire un collega per un periodo più o meno breve, da qualche settimana a dei mesi. Nessuno però considera anche le supplenze brevi, quelle cioè di assenza di un collega per sole poche ore o di un giorno, che pure però vengono ad incidere pesantemente sull'orario di servizio, e che potrebbero costituire una risorsa importante per la didattica, qualora fossero adeguatamente organizzate in un quadro o in un piano formativo della scuola.
Le assenze temporanee di un docente variano ovviamente da scuola a scuola, e da collega a collega, ma è da credere che in tutte le scuole esse costituiscano un'importante voce di bilancio del quadro orario. Ho scorso il registro elettronico dell'ITT Marco Polo di Firenze (anno scolastico 2017/18), scoprendo che mediamente almeno due ore a settimana del monte orario, costituito da 30 ore settimanali di lezione (nel triennio del liceo linguistico), sono costituite da supplenze di un'ora: per assenza temporanea del docente titolare, malattia o richiesta di permesso, o altre variabili diverse. Se pensiamo al fatto che un'ora a settimana è il totale delle ore a disposizione per una materia come Religione, e due ore sono il tempo totale per svolgere i programmi annuali di Filosofia, o di Fisica o di Storia dell'Arte, ci si può ben rendere conto di come il capitolo supplenze brevi nelle scuole sia un immenso "tempo vacante" e un vero e proprio buco nero nel programma didattico stabilito dalla scuola.
Che cosa fare di tutto questo tempo a disposizione? La risposta delle scuole è ovviamente diversificata, ma disarmante nella sua banalità. Si tratta infatti di sostituire - da parte della dirigenza - i colleghi assenti con altri colleghi "a disposizione": questi ultimi possono essere insegnanti che non svolgono tutte le 18 ore di servizio in classe, per mancanza nella scuola della cattedra intera, o per esigenze di servizio a discrezione del Dirigente, oppure, ancora più banalmente, insegnanti che hanno l'ora libera per assenza della propria classe in orario (per uscita didattica, progetto o altro). In ogni caso tali insegnanti vengono utilizzati in tutto e per tutto in qualità di "tappabuchi": l'importante, per la dirigenza, è "coprire" i buchi in orario con personale di sorveglianza. Ma cosa facciano poi tali insegnanti nelle classi scoperte non è interesse della dirigenza, né primario né secondario: il tutto è demandato all'insegnante stesso, e per la dirigenza la faccenda si esaurisce nel non lasciare soli dei ragazzi minorenni, di cui risponderebbe direttamente la scuola. Se l'insegnante supplente temporaneo è anche insegnante della classe, la faccenda si risolve come se fosse un'ora normale di lezione, o di recupero o di approfondimento del programma fin qui svolto; ma se non è un insegnante della classe, tutto è lasciato alla pura improvvisazione: far svolgere compiti per l'ora successiva, chiedere ai ragazzi se non hanno capito qualcosa, far vedere film o documentari, escogitare giochi di gruppo di una qualche intelligenza... 

lunedì 11 giugno 2018

Il "Decalogo" della buona scuola di Ernesto Galli della Loggia


Ha creato una certa discussione il "decalogo", pubblicato da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 5 giugno 2018 (sopra il pdf dell'articolo), con una serie di proposte - dieci appunto - per cambiare la scuola pubblica in Italia e salvarla dal declino e dalla crisi degli ultimi anni, ormai sotto gli occhi di tutti.
Discutiamo nell'ordine tali proposte.
1. "Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l'insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni". Tale proposta fa direttamente il paio con la seconda, ossia:
2. "Reintroduzione dell'obbligo per ogni classe di ogni e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all'ingresso nell'aula del docente".
Entrambe queste proposte tendono giustamente a recuperare il senso dell'autorità del docente, oggi ormai perduto o comunque fortemente compromesso: da qui lo svilimento della figura del docente e il crollo del suo prestigio sociale, in primis presso le famiglie. Che il rapporto docente-discente debba essere improntato a una certa autorità, nessuno dotato di buon senso può metterlo in dubbio. Il docente non può mettersi sullo stesso piano del ragazzo, o peggio essere (o presentarsi come) 'suo amico': i rispettivi ruoli devono essere ben chiari, e la loro confusione non può che risultare enormemente deleteria nel quadro del patto educativo. A ben vedere lo stesso discorso - a riprova di come scuola e famiglia procedano di pari passo, e l'una è spesso specchio dell'altra - va fatto per la dimensione familiare, nel rapporto fra genitori e figli: essere o mostrarsi amico dei propri figli non può che generare confusione nell'adolescente che ha bisogno di punti certi e modelli ben precisi davanti, necessariamente diversi e altri da sé. Il mettersi sullo stesso piano è il frutto di un distorto pensiero pedagogico, nato sul finire degli anni sessanta, avverso ad ogni forma di autorità (intesa sempre e comunque come autoritarismo), sia familiare che sociale, in nome di una presunta liberazione dell'individuo moderno dal peso dei padri. Insomma l'ennesima mela avvelenata del Sessantotto, che ancor oggi dilata le sue perverse e pervicaci radici nella società e nella scuola.
La giusta via è quindi quella di scrollarsi di dosso questo preconcetto e ripristinare un corretto paradigma educativo. Bene dunque il senso della proposta di Galli della Loggia, ma di diversa fattibilità le due proposte: se infatti l'alzarsi in piedi all'ingresso in classe dell'insegnante può essere praticabile, e anzi auspicabile, proprio per mantenere quantomeno quel senso minimo di distanza fra docente e discente (non si scatta in piedi dinanzi ad un pari grado); montare al contrario una 'pedana' sotto la cattedra, per marcare anche fisicamente tale distanza, può essere - ed è - operazione demagogica che sa di stantìo e che puzza di reazione lontano mille miglia. Risulta insomma operazione volutamente fuori dal tempo, e non può che configurarsi pertanto come del tutto gratuita e senza nemmeno la certezza di una sua qualche reale efficacia, proprio perché verrebbe immediatamente percepita per quello è, ossia come un tentativo fuori tempo massimo.

mercoledì 23 maggio 2018

Erinna di Telo

S. Solomon, Saffo ed Erinna nel giardino di Mitilene (1864)

Di Erinna in effetti si sa molto poco. Il Lessico Suda (X secolo) afferma stringativamente:«Erinna: di Teo o Lesbo, o anche Telos secondo alcuni; Telos è un'isoletta presso Cnido. Altri la dicono di Rodi. Compose versi epici. Scrisse la "Conocchia": è un poema in dialetto eolico e dorico di 300 esametri. Ha composto anche epigrammi. Morì vergine a 19 anni. I suoi versi furono giudicati degni di Omero. Fu compagna di Saffo e sua contemporanea».La sua patria più probabile fu Telo (Telos), isoletta vicina a Cnido e Cos; difficilmente Tenos, isola delle Cicladi e ancor meno probabile Lesbo, isola alla quale fu accostata – forse – solo per associarla in qualche modo a Saffo. Ancor meno si può dire dell’epoca in cui visse: contemporanea di Saffo (VI secolo) o poco dopo (V secolo); ma secondo alcuni addirittura dell’epoca ellenistica (sarebbe vissuta intorno al 352 a.C.), considerato il suo rilievo nell’Antologia Palatina. In questa raccolta le si attribuiscono tre epigrammi di argomento funebre, più una serie di cinque epigrammi di altri poeti che ne celebrano la fama. La sua opera più nota è però un poemetto, La conocchia, che in origine era costituito da trecento esametri in dialetto dorico misto ad elementi epici (in dialetto eolico).
Da tutti questi testi sono dedotti gli altri (pochi) elementi biografici citati nel Lessico Suda: che morì diciannovenne, vergine, ossia non sposata, e che per la bellezza e l’altezza delle sue composizioni poetiche fu paragonata da molti ad Omero, ma forse anche qui, soltanto per il fatto che scrisse versi con caratteri epici, ossia elementi in dialetto eolico.L’evento più rilevante della sua vita fu la perdita dell’amica del cuore Bauci, morta prematuramente giovanissima poco dopo il matrimonio. Da questo lutto la poetessa rimase sconvolta, al punto che tutta la produzione poetica che ci rimane oggi (meno di 100 versi, peraltro molto frammentari) ha al centro la figura di Bauci (tranne un epigramma, dedicato a una certa Agatarchide, comunque di carattere funebre e sulla falsariga degli altri componimenti).

martedì 17 aprile 2018

Adso di Montier-en-Der, De Antichristo

Apocalisse di re Fernando e Sancha, 1047
(Madrid, Biblioteca Nacional, Ms. Vitr. 14.2)

Adso (910/915-992), di nobile famiglia franca, poi monaco benedettino presso l'abbazia di Luxeuil, e infine abate (dal 967 circa) di Montier-en-Der, nella Francia nord-orientale, è l'autore di un celebre libello 
De Antichristo, il cui titolo completo è De ortu et tempore de Antichristo ('La nascita e il tempo dell'Anticristo'), opera che ebbe una vastissima diffusione del Medioevo (171 i manoscritti superstiti, comprese non meno di sette rielaborazioni successive, allestite fra XI e XII secolo).
La figura di Adso è in realtà assurta a una certa fama in tempi recenti a seguito del successo editoriale, a livello mondiale, del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco (Milano, Bompiani 1980), dove è richiamata dal personaggio di Adso da Melk, il novizio al centro del racconto, insieme al suo maestro, il frate francescano Guglielmo da Baskerville (che a sua volta riprende la figura di Sherlock Holmes ne Il mastino dei Baskerville).
Scritto fra il 949 e il 954, il libello di Adso è dedicato a Gerberga, regina consorte dei Franchi occidentali in quanto moglie di Luigi IV di Francia; e in effetti il tema politico è centrale nell'opera di Adso.
Il libricino (meno di dieci pagine in tutto) è strutturato come una piccola biografia dell'Anticristo, sul modello rovesciato dei modelli agiografici tanto in voga nel Medioevo, comprendenti una succinta vita dei santi, comprese le gesta e i miracoli, e i tempi e i luoghi di svolgimento dell'azione.
La figura dell'Anticristo, presente in maniera costante e talvolta ossessiva in tutta la letteratura cristiana fin dalle origini, trova nell'opera di Adso una linfa nuova, alla luce dell'approssimarsi del fatidico anno Mille ("Mille e non più mille"), che allungava ombre sinistre su un imminente fine dei tempi e sulla resa finale fra bene e male, fra i fedeli del vero Dio e i seguaci del diavolo. Non a caso il libro di Adso incontrerà poi enorme fortuna nella letteratura apocalittica e nelle ansie escatologiche che torneranno a investire l'Europa fra XI e XII secolo e oltre (da Gioacchino da Fiore ai Fraticelli e agli Spirituali francescani).

giovedì 11 gennaio 2018

Dies Irae (XII secolo)

L'angelo dell'apocalisse suona la prima tromba

Il Dies irae è certamente uno dei componimenti più noti di tutta la poesia mediolatina. Si tratta di una sequenza, ossia di un testo poetico-musicale di carattere liturgico utilizzato nelle celebrazioni della messa. L’autore del Dies irae, tradizionalmente identificato con il frate francescano Tommaso da Celano (1190-1265 circa), è dubbio ed oggi fortemente discusso. 
Ancor oggi l’inno è cantato – soprattutto nella cosiddetta Messa tridentina in uso fino al Concilio Vaticano II – nell’ufficio dei defunti; in origine però esso veniva cantato, come tutte le sequenze, prima della lettura dei Vangelo, e precisamente precedeva la lettura di Luca 21, 6 e sgg., durante la prima domenica del Tempo di Avvento, in cui si annunciava la fine del mondo e il giudizio finale che attendeva ciascun uomo.
                                                                                                    Il Dies Irae di Mozart

L’ispirazione originale dell’inno nasce da un passo di Sofonia (1,15-16), dove si afferma: «Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies vastitatis et desolationis, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos» [“Giorno dell’ira, quel giorno, giorno di tribolazione e di angoscia, giorno di devastazione e di desolazione, giorno di tenebre e di nebbia, giorno di nuvole e di tempesta, giorno della tromba e di grida di guerra sulle città fortificate e sulle torri d’angolo”].

martedì 9 gennaio 2018

Il colorito linguistico della "Commedia": una questione da riaprire?, «Carte Romanze» 5 (2017), 2, pp. 105-24


Proposta di adottare, per la veste linguistica della Commedia, i codici pienamente fiorentini (e antichi) Parm e/o Fior. Pal. 319, contro il tradizionale Triv[ulziano 1080] ovvero Urb[inate lat. 366], quest'ultimo secondo le proposte più recenti di Federico Sanguineti e Paolo Trovato.

mercoledì 3 gennaio 2018

Inizio d'anno con l'antifilosofia leopardiana


Scritto nel 1832, il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere (penultimo brano delle Operette morali) riassume la visione della felicità secondo Leopardi, e in genere dà pienamente ragione del suo sistema di “antifilosofia”.
Filosofico’ è ogni sistema di pensiero in cui lo svelamento di una qualche verità rende liberi e felici, in quanto fa pienamente consapevoli della realtà e delle leggi ad essa sottese. L’antifolosofia leopardiana, invece, è una filosofia del paradosso e della contraddizione: essendo la realtà dolore e noia, non solo la conoscenza della verità non rende liberi e felici, ma fa sì che il filosofo, il sapiente, sia l’essere più infelice sulla terra, comprendendo «l'infinita vanità del tutto». Meglio quindi essere ignoranti che sapienti, meglio ignorare che conoscere. 
La felicità, oggetto di ricerca della filosofia, non solo, per Leopardi, non è raggiungibile, ma è un’illusione: essa è attesa e speranza di una condizione felice futura, ma che mai arriverà. Il presente è infelicità, e di conseguenza si sogna, si attende un qualche riscatto futuro: questa tensione futura, mai reale, è la felicità. Mai oggetto del presente, ma solo del futuro (come speranza appunto), o al massimo di recupero nostalgico del passato (la rimembranza, il ricordo perduto della giovinezza).