lunedì 6 aprile 2020

L'Inno "Horis peractis undecim" (XI secolo?)

Corale latino con notazione musicale (XII secolo)

L'inno latino Horis peractis undecim ("Trascorsa l'ora undicesima") è un inno anonimo di incerta datazione, ma databile al massimo al secolo XI. E' inserito nel Breviario mozarabico, fra gli inni gotici (si intenda "visigotici") dell'antico rito spagnolo della liturgia cattolica. L'inno è costituito da tre strofe di versi di otto sillabe (ottonari) sdruccioli, ossia che finiscono con un dattilo finale (– ᴗ ᴗ), ed è inserito nella Liturgie delle ore al Vespro del venerdì della seconda settimana.
Il motivo ispiratore dell'inno è la parabola dei lavoratori della vigna (Matteo 20, 1-16), dove si racconta di un padrone che recluta operai per la sua vigna, e al termine del giorno, con la fine della giornata lavorativa, chiama a sé gli operai per dare loro il salario pattuito, elargendolo con amore e infinita misericordia. Allo stesso modo nell'inno si ringrazia il Signore per l'arrivo della sera e, al termine delle fatiche del giorno, si richiede il suo aiuto insieme alla mercede promessa (nelle sue molteplici accezioni simboliche).
Il testo di riferimento è quello dell'edizione di J. C. Sànchez, Hymnodia Hispanica, Turnhout, Brepols 2010 (Corpus Christianorum. Series Latina 167), pp. 256, 814; ma presenta qua e là delle varianti, attestate principalmente nell'edizione degli Analecta Hymnica Medii Aevi, vol. 27 (Inni gotici: gli inni mozarabici dell'antico rito spagnolo), p. 106, segnalate al lato fra parentesi quadre.

Horis peractis undecim,
ruit dies in vesperum;
solvamus omnes debitum
mentis libenter canticum.                   [libenter: al. benignae]

Labor diurnus transiit
quo, Christe, nos conduxeras;
da iam colonis vineae
promissa dona gloriae.                      [gloriae: al. gratiae]

Mercede quoque advocas,                 [mercede: al. mercedem]
quos ad futurum muneras,
nos in labore adiuva
et post laborem recrea.

["Trascorsa l'ora undicesima,
il giorno declina nella sera;
eleviamo tutti volentieri
con il cuore il canto dovuto.

Il lavoro del giorno cessa
dove tu, o Cristo, ci avevi condotti;
dà ormai ai lavoratori della vigna
i doni promessi della gloria.

Tu chiami anche per la mercede
quelli che un giorno ricompensi;
assistici nella fatica,
e dopo la fatica dacci ristoro"]

Nella prima strofa si descrive l'atmosfera del giorno che declina nel tramonto, e si invitano tutti ad elevare con il cuore il canto di ringraziamento dovuto al Signore per aver concluso felicemente la giornata.
Trascorsa l'ora undicesima: nel Medioevo la scansione delle ore della giornata segue il ritmo delle ore secondo il calendario liturgico. La prima ora, le lodi, è alle 6 del mattino; l'undicesima ora corrisponde quindi alle cinque del pomeriggio, quando il sole ormai volge al declino, e il giorno cede il passo alla sera. Il riferimento all'ora undicesima deriva dalla parabola evangelica, dove la conclusione dei lavori nella vigna e il pagamento da parte del padrone avviene appunto alle cinque del pomeriggio.
Il giorno declina nella sera: il verbo ruit significa letteralmente 'correre', 'precipitarsi': il giorno quindi si affretta, precipitando, verso la sera. Vesperum si può tradurre tanto come 'sera', in senso generico; quanto - letteralmente - come 'vespro', l'ora liturgica che con il suono della campana annunciava la fine del giorno, e invitava i monaci, e i fedeli tutti, alla preghiera serale. In quest'ultimo caso avremmo forse una prova di come l'inno possa essere stato concepito in ambiente monastico. 
Leviamo tutti volentieri: il verbo solvamus vuol dire 'sciogliere', cioè 'sciogliere il canto con la bocca', ed è quasi un verbo tecnico, presente in tutti gli inni più antichi, compresi quelli di S. Ambrogio. Libenter: l'avverbio ('volentieri', 'spontaneamente', ma anche, in senso più esteso, 'con gioia'), è un invito a elevare il canto di ringraziamento al Signore dal profondo del cuore, di propria volontà, e contrasta con il vicino debitum, 'dovuto': il ringraziamento a Dio a fine giornata è dovuto, perché a Lui solo si deve la lode per quanto ricevuto; ma d'altro canto non può che essere spontaneo, lode sincera della creatura al suo Creatore. Altri manoscritti sostituiscono libenter con benignae, da accordare a mentis: 'eleviamo il canto dovuto... con la mente (o il cuore) benevolo, ben disposto'.
Il canto dovuto del cuore: il canto (canticum) è il termine tecnico che identifica l'inno liturgico: parole accompagnate dalla musica, musica che si eleva al cielo da un concento di voci all'unisono, per lodare insieme il sommo Creatore. Mentis: ha un senso più largo di 'mente', ed indica il 'cuore', 'l'anima': il canto di lode a Dio deve venire cioè dalla mente e del cuore, come indica giustamente il precetto: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente (Matteo 22, 37).

domenica 29 marzo 2020

Origo gentis Langobardorum (VII secolo)

Maiestas Domini (dall'Altare del duca Ratchis, 
737-744 ca.,
Cividale del Friuli, Museo Diocesano)

L'Origo gentis Langobardorum ("Origine del popolo dei Longobardi") è una delle prime fonti per la conoscenza del popolo dei Longobardi: di autore anonimo, risale alla metà del VII secolo, e si trova premessa - in sole tre copie - al celebre Editto di Rotari (la cui stesura risale al 643). Si tratta di un testo molto breve, in tutto sette capitoletti, che nel capitolo iniziale racconta, in forma mitica, l'origine geografica dei Longobardi e l'etimologia del loro nome. 
I Longobardi abitavano, secondo l'anonimo cronista, in un'isola chiamata Scadanan, che dovrebbe corrispondere all'attuale Scandinavia, ma il cui nome secondo l'autore significherebbe excidia, letteralmente 'strage'. Il loro nome originale come stirpe sarebbe stato Winniles, 'Winnili'. In un dato momento della loro storia si sarebbe scontrati con i Vandali, altro popolo di origine gota più numeroso e più forte, che volevano imporre tributi ai Winnili. I Vandali si sarebbero rivolti a Godan, il dio Odino della mitologia nordica, chiedendone aiuto e soccorso, ma Godan avrebbe risposto loro che avrebbe dato la vittoria al popolo che avesse visto per prima l'indomani, al sorgere del sole. I Winnili allora impetrano l'aiuto di Frea, moglie di Godan, la quale consiglia loro di farsi trovare per prima l'indomani al mattino presto, ma affiancati dalle loro donne, che dovevano per l'occasione avvolgere i propri lunghi capelli intorno al volto, a mo' di barba, in abiti quindi virili e guerreschi. Quando Godan li vide avrebbe esclamato: "Chi sono questi longibarbae?", cioè 'dalla lunga barba'? E avendo loro imposto il nome, dette a loro la vittoria in battaglia contro i Vandali. Secondo questa versione dunque, l'appellativo Longobardi significherebbe 'dalla lunga barba' (long + bart, in lingua germanica). 
Nei sei paragrafi successivi l'anonima cronaca elenca sinteticamente i re Longobardi, da Agilmondo (fine IV secolo-inizi V) fino a Pertarito (morto nel 688).
L'unico re longobardo sul quale l'anonimo compilatore si sofferma, dando qualche particolare in più, è Alboino (530 ca.-572), morto assassinato a Verona dalla moglie Rosmunda in combutta con l'amante di lei Elmichi. Della coppia si racconta poi brevemente la fuga avventurosa a Ravenna, e la reciproca morte violenta per veleno.
Nel complesso l'importanza della Origo gentis Langobardorum sta nella sua antichità, più che nelle notizie in sé che ci trasmette, poche e spesso dal sapore leggendario. Circa cinque secoli dopo, Paolo Diacono, accingendosi alla stesura della sua monumentale - e ben più importante - Historia Langobardorum, guardando all'Origo con gli occhi della critica e dello storico di professione, la definì una ridiculam fabulam... risu digna et pro nihilo habenda, 'una favola ridicola... degna di riso e da non tenere in nessun conto'. Ma proprio per la sua antichità resta un documento prezioso, come del resto ben si avvide lo stesso Paolo Diacono, il quale, pur criticandola fortemente, non poté prescindere dal confrontarsi con essa nell'esporre le origini del suo popolo.

Si fornisce qui di seguito il testo originale latino, secondo l'edizione di G. Waitz compresa nei Monumenta Germaniae Historica (MGH), Scriptores rerum Langobardicarum et italicarum (saec. VI-IX), Hannover 1878, pp. 1-6 (disponibile anche online); cui faccio seguire la traduzione in italiano e un breve commento.


IN NOMINE DOMINI INCIPIT ORIGO GENTIS LANGOBARDORUM
1. Est insula qui dicitur Scadanan, quod interpretatur excidia, in partibus aquilonis, ubi multae gentes habitant; inter quos erat gens parva quae Winnilis vocabatur. Et erat cum eis mulier nomine Gambara, habebatque duos filios, nomen uni Ybor et nomen alteri Agio; ipsi cum matre sua nomine Gambara principatum tenebant super Winniles. Moverunt se ergo duces Wandalorum, id est Ambri et Assi, cum exercitu suo, et dicebant ad Winniles: " Aut solvite nobis tributa, aut praeparate vos ad pugnam et pugnate nobiscum". Tunc responderunt Ybor et Agio cum matre sua Gambara: "Melius est nobis pugnam praeparare, quam Wandalis tributa persolvere". Tunc Ambri et Assi, hoc est duces Wandalorum, rogaverunt Godan, ut daret eis super Winniles victoriam. Respondit Godan dicens: "Quos sol surgente antea videro, ipsis dabo victoriam". Eo tempore Gambara cum duobus filiis suis, id est Ybor et Agio, qui principes erant super Winniles, rogaverunt Fream, uxorem Godam, ut ad Winniles esset propitia. Tunc Frea dedit consilium, ut sol surgente venirent Winniles et mulieres eorum crines solutae circa faciem in similitudinem barbae et cum viris suis venirent. Tunc luciscente sol dum surgeret, giravit Frea, uxor Godan, lectum ubi recumbebat vir eius, et fecit faciem eius contra orientem, et excitavit eum. Et ille aspiciens vidit Winniles et mulieres ipsorum habentes crines solutas circa faciem; et ait: "Qui sunt isti longibarbae" ? Et dixit Frea ad Godan: "Sicut dedisti nomen, da illis et victoriam". Et dedit eis victoriam, ut ubi visum esset vindicarent se et victoriam haberent. Ab illo tempore Winnilis Langobardi vocati sunt.
2. Et moverunt se exhinde Langobardi, et venerunt in Golaidam, et postea possiderunt Aldonus Anthaib et Aainaib seu et Burgundaib; et dicitur, quia fecerunt sibi regem nomine Agilmund, filium Agioni, ex genere Gugingus. Et post ipsum regnavit Laiamicho ex genere Gugingus. Et post ipsum regnavit Lethuc, et dicitur, quia regnasset annos plus minus quadraginta. Et post ipsum regnavit Aldihoc, filius Lethuc. Et post ipsum regnavit Godehoc.
3. Illo tempore exivit rex Audoachari de Ravenna cum exercitu Alanorum, et venit in Rugilanda et inpugnavit Rugos, et occidit Theuvane regem Rugorum, secumque multos captivos duxit in Italiam. Tunc exierunt Langobardi de suis regionibus, et habitaverunt in Rugilanda annos aliquantos.
4. Post eum regnavit Claffo, filius Godehoc. Et post ipsum regnavit Tato, filius Claffoni. Sederunt Langobardi in campis feld annos tres. Pugnavit Tato cum Rodolfo rege Herulorum, et occidit eum, tulit vando ipsius et capsidem. Post eum Heruli regnum non habuerunt. Et occidit Wacho, filius Unichis, Tatonem regem barbanem suum cum Zuchilone. Et pugnavit Wacho, et pugnavit Ildichis, filius Tatoni, et fugit Ildichis ad Gippidos, ubi mortuus est. Iniuria vindicanda Gippidi Scandalum commiserunt cum Langobardis. Eo tempore inclinavit Wacho suavos sub regno Langobardorum. Wacho habuit uxores tres: Raicundam, filia Fisud regis Turingorum; et postea accepit uxorem Austrigusa, filiam Gippidorum; et habuit Wacho de Austrigusa filias duas, nomen unae Wisigarda, quam tradidit in matrimonium Theudiperti regis francorum; et nomen secundae Walderada, quam habuit uxorem Scusuald rex francorum, quam odio habens, tradidit eam Garipald in uxorem. Filia regis Herulorum tertiam uxorem habuit nomen Silinga; de ipsa habuit filium nomine Waltari. Mortuus est Wacho, et regnavit filius ipsius Waltari annos septem; Farigaidus: isti omnes Lethinges fuerunt.
5. Et post Waltari regnavit Auduin; ipse adduxit Langobardos in Pannonia. Et regnavit Albuin, filius ipsius, post eum, cui mater est Rodelenda. Eo tempore pugnavit Albuin cum rege Gippidorum nomine Cunimund, et mortuus est Cunimund in ipsa pugna, et debellati sunt Gippidis. Tulit Albuin uxore Rosemunda, filia Cunimundi, quae praedaverat, quia iam mortua fuerat uxor ipsius Flutsuinda, quae fuit filia Flothario regis Francorum; de qua habuit filia nomine Albsuinda. Et habitaverunt Langobardi in Pannonia annis quadraginta duo. Ipse Albuin adduxit Langobardos in Italia, invitatos a Narsete scribarum; et movit Albuin rex Langobardorum de Pannonia mense aprilis a pascha indictione prima. Secunda vero indictione coeperunt praedare in italia. Tertia autem indictione factus est dominus Italiae. Regnavit Albuin in Italia annos tres, et occisus est in Verona in palatio ab Hilmichis et Rosemunda uxore sua per consilium Peritheo. Voluit regnare Hilmichis, et non potuit, quia volebant eum Langobardi occidere. Tunc mandavit Rosemunda ad Longinum praefectum, ut eam reciperet Ravenna. Mox ut audivit Longinus, gavisus est, misit navem angarialem, et tulerunt Rosemunda et Hilmichis et Albsuindam, filia Albuin regis, et omnes thesauros Langobardorum secum duxerunt in Ravenna. Tunc ortare coepit Longinus praefectus Rosemunda, ut occideret Hilmichis et esset uxor Longini. Audito consilium ipsius, temperavit venenum, et post valneum dedit ei in caldo bibere. Cumque bibisset Hilmichis, intellexit, quod malignum bibisset; praecepit, ut ipsa Rosemunda biberet invita; et mortui sunt ambo. Tunc Longinus praefectus tulit thesauros Langobardorum, et Albsuinda, filia Albuin regis, iussit ponere in navem et transmisit eam Constantinopolim ad imperatorem.
6. Reliqui Langobardi levaverunt sibi regem nomine Cleph de Beleos, et regnavit Cleph annos duos, et mortuus est. Et iudicaverunt duces Langobardorum annos duodecim; posthaec levaverunt sibi regem nomine Autarine, filio Claffoni; et accepit autari uxorem Theudelenda, filia Garipald et Walderade de Baiuaria. Et venit cum Theudelenda frater ipsius nomine Gundoald, et ordinavit eum autari rex ducem in civitatem Astense. Et regnavit Autari annos septem. Et exivit Acquo dux Turingus de Thaurinis, et iunxit se Theudelendae reginae, et factus est rex Langobardorum; et occidit duces revelles suos, Zangrolf de Verona, Mimulf de insula sancti iuliani et Gaidulf de Bergamum, et alios qui revelles fuerunt; et genuit Acquo de Theodelenda filiam nomine Gunperga. Et regnavit Acquo annos VI. Et post ipso regnavit Aroal annos duodecim. Et post ipso regnavit Rothari ex genere Arodus, et rupit civitatem vel castra romanorum quae fuerunt circa litora apriso lune usque in terra Francorum quam ubitergium ad partem orienti, et pugnavit circa fluvium Scultenna, et ceciderunt a parte romanorum octo milia numerus.
7. Et regnavit Rothari annos decem et septem. Et post ipsum regnavit Aripert annos novem. Et post ipsum regnavit Grimoald. Eo tempore exivit Constantinus imperator de Constantinopolim, et venit in partes Campaniae, et regressus est in Sicilia, et occisus est a suis. Et regnavit Grimoald annos novem; et post regnavit Berthari.

IN NOME DI DIO INIZIA L'ORIGINE DEL POPOLO DEI LONGOBARDI
1. C'è un'isola che è chiamata Scadanan, che significa strage, nelle zone settentrionali, dove abitano molte popolazioni; fra le quali c’era una piccola popolazione che era chiamata Winnili. Tra loro vi era una donna chiamata Gambara ed aveva due figli: Ybor era il nome del primo e Aio quello del secondo. Essi erano i capi dei Winnili insieme alla madre di nome Gambara. Dunque i capi dei Vandali, ossia Ambri ed Assi, si misero in marcia con il loro esercito e dicevano ai Winnili: «O ci versate tributi o preparatevi alla guerra e combattete contro di noi». Allora Ybor e Aio insieme alla madre Gambara risposero: «E’ meglio per noi prepararci a combattere piuttosto che versare tributi ai Vandali». Quindi Ambri ed Assi, cioè i capi dei Vandali, pregarono Godan di concedere loro la vittoria sui Winnili. Godan rispose dicendo: «Darò la vittoria ai primi che vedrò al sorgere del sole». Allora Gambara ed i suoi due figli, Ybor ed Aio, che erano i capi dei Winnili invocarono Frea, moglie di Godan, affinché fosse propizia ai Winnili. Allora Frea consigliò che i Winnili si presentassero al sorgere del sole, e che venissero insieme ai mariti anche le mogli con i capelli sciolti intorno al viso a mo’ di barba. Al primo albeggiare mentre il sole sorgeva, Frea girò il letto su cui dormiva suo marito e lo rivolse ad Oriente, e lo svegliò. Egli, aperti gli occhi, vide i Winnili e le loro mogli che avevano i capelli sciolti intorno al viso, e disse: «Chi sono queste lunghe barbe?». Allora Frea disse a Godan: «Siccome hai loro imposto un nome, dàgli anche la vittoria». Da quel momento i Winnili furono chiamati Longobardi.
2. I Longobardi si mossero da quei luoghi e giunsero in Golaida, poi occuparono Aldonus, Anthaib e Banaib, ed anche la terra dei Burgundi, e si dice che si nominarono come re Agilmondo, figlio di Aio, della famiglia dei Guginghi. Dopo di lui regnò Lamissone, della famiglia dei Guginghi. Dopo di lui regnò Leti e si dice che regnò circa quaranta anni. E dopo di lui regnò Ildeoc, figlio di Leti. Dopo di lui regnò Godeoc.
3. In quel tempo il re Audoacari uscì da Ravenna con un esercito di Alani, venne in Rugilandia, combatté contro i Rugi, ed uccise Theuvane re dei Rugi, e riportò in Italia con sé molti prigionieri. Allora i Longobardi si spostarono dalle loro regioni ed abitarono nella terra dei Rugi per diversi anni.
4. Dopo di lui regnò Claffone, figlio di Godeoc. Dopo di lui regnò Tatone, figlio di Claffone. I Longobardi si spostarono nel territorio di Feld per tre anni. Tatone combatté con Rodolfo, re degli Eruli, lo uccise e si impadronì del suo elmo e del suo stendardo. Dopo di lui gli Eruli non ebbero più un regno. E Vacone, figlio di Unichis, uccise il re Tatone, suo zio paterno, insieme a Zuchilone. Vacone combatté, ed Ildichi, figlio di Tatone, combatté e poi fuggì presso i Gepidi dove morì. I Gepidi per vendicare l’offesa dichiararono guerra ai Longobardi. In quel tempo Vacone costrinse gli Svevi a sottomettersi al regno longobardo. Vacone ebbe tre mogli: Ranicunda, figlia di Fisud re dei Turingi, poi sposò Austrigusa, donna dei Gepidi, e Vacone ebbe da Austrigusa due figlie: la prima ebbe nome Wisigarda e la diede in moglie a Theudiperto re dei Franchi; la seconda ebbe nome Walderada e l’ebbe in moglie Scusualdo re dei Franchi, che avendola in odio la diede in sposa a Garibaldo. Come terza ebbe in moglie Silinga, figlia del re degli Eruli; da lei ebbe un figlio di nome Waltari. Vacone morì e suo figlio Waltari regnò per sette anni senza successori: tutti questi furono Letingi.

domenica 22 marzo 2020

Eginardo, Vita di Carlo Magno ("Vita Karoli")

Eginardo allo scrittoio (Grand Croniques de France, miniatura del secolo XV)

Eginardo nacque a Maingau, nella valle inferiore del Meno, l'1 o 2 marzo del 775, ma crebbe a Fulda, nella celebre abbazia benedettina, dove ricevette i primi insegnamenti nelle arti liberali (trivio e quadrivio) sotto l'abate Baugulfo. Nel 792 o 794 si spostò alla corte di Carlo Magno ad Aquisgrana, e lì divenne discepolo del celebre Alcuino di York, rettore della Schola Palatina. Secondo il costume degli intellettuali che ruotavano intorno ad Alcuino e alla corte carolingia, per cui ciascuno doveva assumere il nome fittizio di un autore classico o del passato (Alcuino stesso, ad esempio, era soprannominato Flacco, cognomen di Orazio), Eginardo ebbe in sorte - pare per iniziativa dello stesso Alcuino - il nome di Bezalel, personaggio biblico che costruì l'Arca dell'Alleanza, a causa delle sue notevoli capacità in campo costruttivo: essendo infatti possessore di un codice del De Architectura di Vitruvio, a corte ebbe l'incarico di occuparsi dei lavori di costruzione del Palazzo Imperiale, e della stessa Cappella Palatina.
Dopo l'addio di Alcuino alla corte di Aquisgrana nel 796, per diventare abate di San Martino di Tours, Eginardo prese il posto del maestro, divenendo a sua volta responsabile della Schola Palatina. Alla morte di Carlo Magno, divenne poi segretario di Ludovico il Pio, figlio di Carlo (a partire dall'814), e del di lui figlio Lotario. Rimasto nel frattempo vedovo (la moglie pare si chiamasse Imma), si ritirò a vivere in monastero: nell'836 fondò infatti l'abbazia di Seligenstadt in Assia, dove aveva fatto traslare dalle catacombe romane le reliquie dei santi Marcellino e Pietro, e lì, divenutone abate laico, e ritiratosi definitivamente dalle attività di corte, trascorse gli ultimi anni della sua vita. In una sua lettera (n° 10) di datazione incerta (di lui ci rimane fra l'altro un Libellus epistolarum, un corpus di 71 lettere originali), ma forse databile ai primi mesi dell'830, egli si congeda da Ludovico il Pio con queste parole: «Prego e imploro insistentemente la Vostra grande clemenza di degnarsi di guardare me, misero peccatore, ormai vecchio e debole, con cuore pietoso e benevolo, di lasciarmi sciolto e libero dalle cure mondane e di concedermi di vivere nella quiete e nella tranquillità presso la tomba dei beati martiri di Cristo, Vostri patroni, sotto la Vostra protezione, nell'obbedienza degli stessi Santi e al servizio di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo, cosicché l'ultimo e inevitabile giorno non mi sorprenda invischiato in preoccupazioni passeggere e superflue, ma dedito alla preghiera e alle pie letture, mentre esercito i miei pensieri alla contemplazione della legge divina».
Morì nella sua abbazia il 14 marzo dell'840.

La sua opera più celebre è la Vita Karoli (o Vita et gesta Karoli, 'Vita e imprese di Carlo'), un piccolo libello in 33 capitoletti (ma la divisione in capitoli non risale all'autore, ma si deve a Valafrido Strabone pochi anni dopo la morte di Eginardo), in cui si raccontano la vita e la figura di Carlo Magno, frutto del personale rapporto di stima e di amicizia che lo aveva legato per tanti anni all'imperatore franco.
L'opera è divisa in due parti: una prima parte (capitoli I-XVII) dedicata al personaggio pubblico, e una seconda parte (capitoli XVIII-XXXIII) - ben più interessante - dedicata al personaggio privato, all'uomo Carlo, al suo carattere, alla sua famiglia, ai suoi gusti culinari e in fatto di abbigliamento.
In una sorta di preambolo (Einhardi Praefatio, 'Prefazione di Eginardo'), Eginardo afferma - con retorica umiltà - di non essere in possesso degli strumenti retorici e letterari adeguati a intraprendere un'opera di tal fatta, lui «uomo barbaro e persona appena esercitata a fraseggiare nella lingua di Roma» (homo barbarus et in Romana locutione perparum exercitatus); ma di aver deciso tuttavia di accingersi alla scrittura in quanto testimone oculare della vita di un uomo grandissimo quale fu Carlo, verso il quale lo legavano vincoli di stima e di amicizia: «Ciononostante, non ho creduto, per varie ragioni, di rinunziare a questo lavoro; ero convinto, infatti, che nessuno potesse essere più di me nel vero per narrare avvenimenti ai quali intervenni di persona, che vidi, come si dice, coi miei stessi occhi [...] piuttosto che far coprire dalle tenebre dell’oblio la nobilissima vita di un grandissimo re, il più grande uomo certo della sua età, e le sue gesta inimitabili da parte di qualsiasi individuo dell’età moderna. Ma un’altra causa (e molto ragionevole mi pare) sarebbe, anche da sola, sufficiente per indurmi a scrivere la presente narrazione: la riconoscenza che provo verso chi m’ha dato il sostentamento, e l’amicizia eterna, annodata con lui e con i suoi figli, da quando cominciai a vivere in quella corte».
La prima parte della Vita Karoli inizia con un passo famoso che rievoca i primi re dei Franchi, ossia quei Merovingi, che nell'ultima fase del loro potere erano re di pura facciata, fantocci nelle mani dei cosiddetti maggiordomi di palazzo, i Pipinidi, destinati a subentrare ai Merovingi quali re, e antenati del re Carlo. La descrizione di Eginardo, ironica e sarcastica, ha molto contribuito alla creazione, nell'immaginario storico tradizionale, dell'idea dei Merovingi quali "re fannulloni": «non v’era nessuno, infatti, in quella famiglia, che avesse in sé qualcosa di notevole tranne quel vano appellativo di re. La ricchezza e la potenza del regno, erano, di fatto, nelle mani dei prefetti di palazzo chiamati «i maggiordomi», che detenevano tutto il potere supremo. Il sovrano, pago del suo appellativo regio, della sua lunga capellatura, della sua prolissa barba, doveva solo sedere in trono, atteggiandosi a dominatore, ricevere gli ambasciatori, che gli venivano da ogni parte, e consegnar loro, alla partenza, quelle risposte che o già conosceva o gli erano letteralmente imposte. Oltre a questo vano titolo di re e ad un precario appannaggio che gli passava (quando gli pareva) il prefetto di palazzo, il re non possedeva in proprio che una campagna, di modestissimo reddito, in cui era una casa con un piccolo numero di servi che badavano a lui e gli fornivano il necessario» (Cap. I).
Eginardo racconta poi succintamente come il potere sia passato ai Pipinidi, e da questi sia giunto nelle mani di Carlo. La cronaca continua poi con la narrazione sintetica delle imprese guerresche di Carlo, protratte lungo tutti i quarantasei anni del suo regno (dal 9 ottobre 768 al 28 gennaio 814); fra queste Eginardo ricorda in particolare la guerra contro i Longobardi (capitolo VI), la disfatta contro i Baschi in Spagna (cap. IX); e le guerre contro Sassoni (cap. VII) e Àvari, confederati degli Unni (cap. XIII).
La guerra contro i Sassoni, che durò ben trentatré anni (dal 772 all'804), fu quella più crudele, secondo Eginardo, costellata di massacri da ambo le parti, soprattutto, agli occhi del cronachista, per causa dei Sassoni, popolo descritto come infido, crudele, incline al tradimento e restìo ad abbandonare le proprie tradizioni e la propria religione pagana (demoniaca, agli occhi di Eginardo): «Nessuna lotta fu, per i Franchi, più lunga, più atroce e più faticosa di questa, perché i Sassoni, come, in genere, quasi tutti i Germani, feroci per natura, dediti al culto dei demoni, e nemici, quindi, della nostra religione, non rispettavano né i precetti umani né quelli divini e reputavano lecito l’illecito».

mercoledì 18 marzo 2020

I. Biffi, Al cuore della cultura medievale


Il volume di Inos Biffi, Al cuore della cultura medievale. Profilo di storia della teologia, Milano, Jaca Book 2006 (pp. 87, euro 12), è un'agile sintesi delle linee principali del pensiero teologico nella cosiddetta "Età di Mezzo".
Dopo una sorta di preambolo metodologico, dal titolo Appunti sul metodo e gli strumenti della teologia medievale (pp. 9-11), il volume di Biffi si articola in due parti. Eccone l'indice nel dettaglio:
Parte prima: Le eredità fondamentali della riflessione cristiana e il loro influsso. Capitolo primo: L'eredità patristica. - L'influsso preminente di Agostino (pp. 17-8); Aspetti dell'influsso patristico sulla teologia medievale: 1. L'utilizzazione della Sacra Scrittura: Valore della Sacra Scrittura (pp. 18-21); Metodi ermeneutici (pp. 21-8); 2. L'utilizzazione delle arti liberali (pp. 28-33); 3. Importanza del "testo" e del suo commentario (pp. 33-49).
Parte seconda: L'eredità filosofica del Medioevo (pp. 51-3): L'introduzione di Aristotele in Occidente attraverso Boezio († 524) e l'influsso di Boezio (pp. 55-63); Le tre entrate di Aristotele in Occidente (pp. 63-8); La reazione ufficiale della Chiesa all'introduzione di Aristotele (pp. 68-84). Chiude il volume un Indice dei nomi (pp. 85-7).
L'avvertenza iniziale dell'autore è che «la prima cosa che deve imparare uno studente che affronta il Medio Evo è che il Medio Evo non esiste» (p. 9): troppo vasto infatti il periodo cronologico cui tradizionalmente si fa riferimento per poter pensare a un unico sistema di pensiero e non, più correttamente, a una pluralità di scuole e di indirizzi (teologia scolastica contro teologia monastica, dialettici e antidialettici, ecc.).
In ogni caso, alle soglie di quello che ormai definiamo convenzionalmente Medioevo, si raccolgono le eredità fondamentali della riflessione cristiana, che sono secondo Biffi: «da una parte, l'eredità dei Padri, in seno a cui si afferma incontestabilmente l'egemonia religiosa di sant'Agostino e, dall'altra parte, l'eredità filosofica ricevuta dall'antichità e, in particolare, quella di certi scritti di Aristotele tradotti e trasmessi da Boezio ( 524)» (p. 15).
La filosofia (e la teologia) del Medioevo si possono pertanto ricondurre ai due filoni principali del platonismo in versione agostiniana, e dell'aristotelismo.
L'influsso preminente e determinante di Agostino si esplicherebbe in quattro punti fondamentali:
1. «Il valore propedeutico della dialettica rispetto alla sacra dottrina (teologia)», come a dire che la prima è solo un'introduzione alla seconda, e ad essa subordinata (philosophia ancilla teologiae);
2. «L'ideologia dell'autorità» (auctoritas), ossia il ricorso a fonti di comprovata fiducia e universalmente accettate per lo sviluppo del discorso filosofico-teologico, soprattutto nella vexata quaestio dei rapporti fra fede (fides) e ragione (ratio);
3. L'imposizione di modelli letterari riconoscibili e riconosciuti, nella forma di sintesi teologiche  (summae) schematizzate (del tipo De Trinitate, De doctrina christiana, ecc.);
4. L'imposizione a livello del dibattito filosofico di grandi questioni, con la relativa procedura per svolgere il dibattito, il modo e il linguaggio per l'argomentazione.
Certamente una grande eredità dei Padri è l'altissimo valore dato alla Sacra Scrittura, e al conseguente utilizzo che se ne fa a livello teologico. La convinzione dei primi secoli del Medioevo è che «la Sacra Scrittura è la parola di Dio adeguata e completa», e quindi «l'attività teologica non può essere altro che lo sforzo di penetrazione e di comprensione della Scrittura» (p. 19). La teologia dunque è in funzione dell'intelligenza biblica e della precisa e esatta comprensione della Scrittura. Sant'Anselmo non a caso arriverà ad affermare che le attività speculative della ragione tese alla ricerca della verità sono usate in quanto la Scrittura o apertamente le contiene o non le nega (Sacra Scriptura omnis veritatis quam ratio colligit auctoritatem continet, cum illam aut aperte affirmat, aut nullatenus negat).
Lo stesso vale per quella grande mente logica che fu Abelardo, il quale esorta il figlio Astrolabio allo studio della teologia, proprio in quanto essa tende all'intelligenza della divina pagina (divinae paginae intelligentia): «Ti prego, leggi con frequenza la Sacra Scrittura; e tutto il resto che ti avvenga di leggere sia in funzione di essa» (Sit tibi quaeso frequens Scripturae lectio Sacrae, cetera si qua legas omnia propter eam) [Monita ad Astrolabium, PL 178, 1760]. Si può quindi legittimamente concludere che «fino alla fine del secolo XII la teologia sarà essenzialmente e, si può dire, esclusivamente, biblica, e si chiamerà sacra pagina o sacra scriptura» (p. 20: la definizione è presa da Y. Congar, Théologie, nel Dictionnaire de Théologie Catholique, Paris 1946, t. XV/1, coll. 353-60).

mercoledì 11 marzo 2020

San Francesco, Ammonizioni, 3

San Francesco (particolare dell'affresco, XIII secolo prima metà.
Subiaco, Sacro Speco)

L'Ammonizione III tratta il tema della 'perfetta obbedienza' del frate ai suoi superiori. Il buon frate deve affidare al suo superiore la propria volontà e il proprio corpo, obbedendo in tutto a lui, tranne nel caso in cui quest'ultimo gli comandi cosa contraria al bene della sua anima. In questo caso tuttavia, pur non obbedendo, non dovrà separarsi da lui. Se invece il frate pensasse di fare qualcosa di più utile per la sua anima rispetto a quanto gli aveva comandato il superiore, lo metta da parte e lo sacrifichi per amore di Dio. Ci sono infatti troppi religiosi che, con il pretesto di fare qualcosa di meglio, non obbediscono ai propri superiori e ritornano al vomito della propria volontà.
L'insegnamento di Francesco è infatti quello di diffidare di se stessi: l'uomo, per natura, è incline a soddisfare i suoi bisogni per una innata tendenza egoistica; il rimedio perciò è sempre affidarsi al consiglio dei superiori e dei fratelli, di chi ci sta vicino insomma, per evitare così di cedere al proprio ego.
Il testo di riferimento è quello dell'edizione critica di K. Esser OFM, Gli scritti di S. Francesco d'Assisi, Padova, Edizioni Messaggero 1995 (il testo della III Ammonizione si trova alle pp. 125-26 e 138-39).



[Cap. III: De perfecta obedientia]
1. Dicit Dominus in Evangelio: Qui non renuntiaverit omnibus, quae possidet, non potest meus esse discipulus (Lc 14,33); 2. et: Qui voluerit animam suam salvam facere perdet illam (Lc 9,24). 3. Ille homo relinquit omnia, quae possidet, et perdit corpus suum, qui se ipsum totum praebet ad obedientiam in manibus sui praelati. 4. Et quidquid facit et dicit, quod ipse sciat, quod non sit contra voluntatem eius, dum bonum sit quod facit, vera obedientia est. 5. Et si quando subditus videat meliora et utiliora animae suae quam ea, quae sibi praelatus praecipiat, sua voluntarie Deo sacrificet; quae autem sunt praelati, opere studeat adimplere. 6. Nam haec est caritativa obedientia (cfr. 1 Petr 1,22), quia Deo et proximo satisfacit. 
7. Si vero praelatus aliquid contra animam suam praecipiat, licet ei non obediat, tamen ipsum non dimittat. 8. Et si ab aliquibus persecutionem inde sustinuerit, magis eos diligat propter Deum. 9. Nam qui prius persecutionem sustinet, quam velit a suis fratribus separari, vere permanet in perfecta obedientia, quia ponit animam suam (cfr. Joa 15,13) pro fratribus suis. 10. Sunt enim multi religiosi, qui sub specie meliora videndi quam quae sui praelati praecipiunt, retro aspiciunt (cfr. Lc 9,62) et ad vomitum propriae voluntatis redeunt (cfr. Prov 26,11; 2 Petr 2,22); 11. hi homicidae sunt et propter mala sua exempla multas animas perdere faciunt.

[Della perfetta obbedienza]
1. Dice il Signore nel Vangelo: Chi non avrà rinunciato a tutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo; 2. e: Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà. 3. Abbandona ogni cosa che possiede e perde il proprio corpo colui che offre totalmente se stesso all'obbedienza nelle mani del suo superiore. 4. E tutto ciò che fa e che dice, convinto che sia bene e che non vada contro la volontà del superiore, è vera obbedienza. 5. E se talvolta il sottoposto veda qualcosa di meglio e di più utile per la propria anima di quanto gli ordina il superiore, volontariamente lo sacrifichi a Dio, procurando di eseguire le direttive del superiore. 6. Infatti questa è l'obbedienza caritativa, perché piace a Dio e al prossimo. 7. Se però il superiore gli comanda qualcosa contraria all'anima del sottoposto, sia permesso a lui non obbedire, tuttavia non si separi da lui. 8. E se perciò subisse una persecuzione da parte di qualcuno, li ami di più per l'amore di Dio. 9. Infatti, chi preferisce patire persecuzione piuttosto che essere separato dai propri fratelli, rimane sicuramente nella perfetta obbedienza, perché sacrifica la sua vita per i suoi fratelli. 10. Ci sono infatti molti religiosi che, sotto il pretesto di vedere cose migliori di quelle che comandano i superiori, si voltano a guardare indietro, e ritornano al vomito della propria volontà. 11. Costoro sono omicidi, perché per i loro cattivi esempi portano alla rovina molte anime.


Commento
1. Non può essere vero discepolo di Gesù se non colui che abbia rinunciato, per amor suo, a tutto ciò che possiede: beni materiali e propria volontà. Gesù, guardatolo, lo amò e gli disse: "Una sola cosa ti manca. Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo. Poi vieni e seguimi!" (Marco 10, 21).
2. Chi vorrà salvare la propria vita, ossia il proprio corpo, la perderà: l'importante, infatti, non è salvare il proprio corpo, destinato comunque alla tomba, ma la propria anima.
3. Si attiene quindi fedelmente ai dettami del Vangelo, di abbandonare cioè i propri beni e perfino il proprio corpo, il frate che saprà consegnare gli uni e l'altro nelle mani del suo superiore, sottraendosi così alle proprie tendenze egoistiche.

martedì 10 marzo 2020

San Francesco, Ammonizioni, 2

Wiligelmo, Storie di Adamo ed Eva, 1099 ca. (Modena, Portale del Duomo)

Nella II Ammonizione Francesco discute, a partire dall'episodio della Genesi relativo al peccato di Adamo ed Eva, dell'origine del male nell'uomo e della sua incapacità di fare il bene. 
Il primo peccato commesso dai progenitori è stato quello della disubbidienza nei confronti di Dio, che aveva loro espressamente vietato di mangiare dall'albero della conoscenza del bene e del male. Il secondo peccato, mangiando il frutto della conoscenza del bene, è stato quello di ritenere che l'uomo possa attribuirsi il bene fatto, che invece è opera di Dio che a sua volta si serve dell'uomo come suo strumento; mentre all'uomo solo si deve attribuire il male commesso. La conseguenza di questo duplice peccato è stata una giusta pena: la cacciata dell'uomo dall'Eden.
L'insegnamento di questa ammonizione è che l'uomo, per sua natura, è incline al peccato, e al peccato di disubbidienza in modo particolare: la sua superbia, il suo orgoglio, lo conducono spesso a ribellarsi a Dio, e la conseguenza è la perdita della felicità e la caduta nelle spire del male. Ciascuno di noi deve pertanto sforzarsi di tornare a Dio, con il pentimento e una conversione continua dell'anima. E il primo passo è riconoscere che Dio è il solo e il più grande dei beni: qualunque cosa buona che noi facciamo, è Dio che opera in noi, utilizzandoci come suoi strumenti. L'essere docili strumenti nelle mani di Dio è il nostro solo vanto. All'uomo invece appartengono solo vizi e peccati.
Il testo critico è quello dell'edizione di K. Esser OFM, Gli scritti di S. Francesco d'Assisi, Padova, Edizioni Messaggero 1995 (il testo della II Ammonizione si trova alle pp. 125 e 138).


[Cap. II: De malo propriae voluntatis]

1. Dixit Dominus ad Adam: De omni ligno comede, de ligno autem scientiae boni et mali non comedas (cfr. Gen 2,16.17). 2. De omni ligno paradisi poterat comedere, quia, dum non venit contra obedientiam, non peccavit. 3. Ille enim comedit de ligno scientiae boni, qui sibi suam voluntatem appropriat et se exaltat de bonis, quae Dominus dicit et operatur in ipso; 4. et sic per suggestionem diaboli et transgressionem mandati factum est pomum scientiae mali. 5. Unde oportet, quod sustineat poenam.

[Del male della nostra volontà egoistica]
1. Disse il Signore a Adamo: Mangia pure i frutti di qualunque albero, ma i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male non li mangiare. 2. Gli era lecito mangiare da qualunque albero del paradiso, poiché, non peccò, finché non agì contro l'obbedienza. 3. Mangia infatti i frutti dell'albero del bene, colui che si appropria della sua volontà e si vanta dei beni che il Signore dice e compie per mezzo di lui; 4. in tal modo, per la suggestione del diavolo e la trasgressione del comandamento, quel pomo diventa conoscenza del male. 5. Quindi è necessario che ne sopporti la pena.]

Commento
1-2. Il peccato dell'uomo, secondo Francesco, è il suo atto di disobbedienza a Dio. Nel paradiso gli era lecito mangiare da ogni albero, con una sola eccezione: l'albero della conoscenza del bene e del male. L'uomo, mangiando proprio da quell'albero, commette un aperto atto di ribellione contro Dio, disobbedendogli: questo è il primo peccato dell'uomo.

lunedì 9 marzo 2020

San Francesco, Ammonizioni, 1

Christus Pantokrator (Cefalù, Cattedrale)

Le Ammonizioni (in latino Admonitiones) di San Francesco sono una serie costituita da ventotto brevi esortazioni, di carattere morale e religioso, rivolte dal fraticello di Assisi ai suoi confratelli (ad omnes fratres).
Nella prima ammonizione, che reca il titolo De corpore Domini (Sul corpo del Signore), Francesco difende la transustanziazione del pane e vino in corpo e sangue di Cristo, che si realizza sull'altare attraverso le mani del sacerdote: come gli Apostoli hanno scorto la divinità di Gesù oltre il semplice lato umano, così anche noi dobbiamo riuscire a vedere, con gli occhi della mente e lo sguardo dello spirito, oltre i dati offerti dai sensi, e riuscire così a riconoscere nel pane e nel vino il vero corpo e il vero sangue di Gesù. Chi non riuscirà a crederlo, vittima della sua incredulità o della durezza del suo cuore, è condannato, e non potrà avere la vita eterna, come promesso invece da Gesù stesso a quanti mangeranno il suo corpo e berranno il suo sangue.
L'insegnamento che se ne può trarre è quello di avere fede, sempre e comunque, nei confronti delle parole di Gesù e in quelle della Chiesa, anche quando in apparenza la fede sembra scontrarsi con l'esperienza dei sensi. La fede infatti si rivolge allo spirito, che è invisibile e compie azioni visibili solo allo spirito e agli occhi della mente: i soli sensi corporali non possono quindi cogliere tali realtà. Avere fede in Gesù e abbandonarsi fiduciosi all'insegnamento della Chiesa cattolica: questo è il messaggio che Francesco rivolge a tutti i frati (e non solo a loro).
Il testo di riferimento è quello dell'edizione critica di K. Esser OFM, Gli scritti di S. Francesco d'Assisi, Padova, Edizioni Messaggero 1995 (il testo della I Ammonizione si trova alle pp. 123-4 e 137-8).


[Cap. I: De corpore Domini]

1. Dicit Dominus Jesus discipulis suis: Ego sum via, veritas et vita; nemo venit ad Patrem nisi per me. 2. Si cognosceretis me, et Patrem meum utique cognosceretis; et amodo cognoscetis eum et vidistis eum. 3. Dicit ei Philippus: Domine, ostende nobis Patrem et sufficit nobis. 4. Dicit ei Jesus: Tanto tempore vobiscum sum et non cognovistis me? Philippe, qui videt me, videt et Patrem (Joa 14,6-9) meum. 5. Pater lucem habitat inaccessibilem (cfr. 1 Tim 6,16), et spiritus est Deus (Joa 4,24), et Deum nemo vidit unquam (Joa 1,18). 6. Ideo nonnisi in spiritu videri potest, quia spiritus est qui vivificat; caro non prodest quidquam (Joa 6,64). 7. Sed nec filius in eo, quod aequalis est Patri, videtur ab aliquo aliter quam Pater, aliter quam Spiritus Sanctus. 8. Unde omnes qui viderunt Dominum Jesum secundum humanitatem et non viderunt et crediderunt secundum spiritum et divinitatem, ipsum esse verum Filium Dei, damnati sunt. 9. Ita et modo omnes qui vident sacramentum, quod sanctificatur per verba Domini super altare per manum sacerdotis in forma panis et vini, et non vident et credunt secundum spiritum et divinitatem, quod sit veraciter sanctissimum corpus et sanguis Domini nostri Jesu Christi, damnati sunt, 10. ipso Altissimo attestante, qui ait: Hoc est corpus meum et sanguis mei novi testamenti [qui pro multis effundetur] (cfr. Mc 14,22.24); 11. et: Qui manducat carnem meam et bibit sanguinem meum, habet vitam aeternam (cfr. Joa 6,55). 12. Unde spiritus Domini, qui habitat in fidelibus suis, ille est qui recipit sanctissimum corpus et sanguinem Domini. 13. Omnes alii, qui non habent de eodem spiritu et praesumunt recipere eum, iudicium sibi manducant et bibunt (cfr. 1 Cor 11,29). 
14. Unde: Filii hominum, usquequo gravi corde? (Ps 4,3). 15. Ut quid non cognoscitis veritatem et creditis in Filium Dei (cfr. Joa 9,35)? 16. Ecce, quotidie humiliat se (cfr. Phil 2,8), sicut quando a regalibus sedibus (Sap 18,15) venit in uterum Virginis; 17. quotidie venit ad nos ipse humilis apparens; 18. quotidie descendit de sinu Patris (cfr. Joa 1,18) super altare in manibus sacerdotis. 19. Et sicut sanctis apostolis in vera carne, ita et modo se nobis ostendit in sacro pane. 20. Et sicut ipsi intuitu carnis suae tantum eius carnem videbant, sed ipsum Deum esse credebant oculis spiritualibus contemplantes, 21. sic et nos videntes panem et vinum oculis corporeis videamus et credamus firmiter, eius sanctissimum corpus et sanguinem vivum esse et verum. 22. Et tali modo semper est Dominus cum fidelibus suis, sicut ipse dicit: Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi (cfr. Mt 28,20).



[I. Del corpo di Cristo]
1. Dice il Signore Gesù ai suoi discepoli: Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non attraverso di me. 2. Se aveste conosciuto me, conoscereste il Padre mio; ma ora lo conoscete, anzi lo avete visto. 3. Gli dice Filippo: Signore, mostraci il Padre; questo ci basta. 4. Gli risponde Gesù: E' tanto tempo che sto con voi, e ancora non mi avete conosciuto? Filippo, chi vede me, vede anche il Padre mio. 5. Il Padre abita una luce inaccessibile, e Dio è spirito, e nessuno ha mai visto Dio. 6. Appunto per questo non può essere visto che in spirito, poiché è lo spirito che dà vita, mentre la carne non giova a nulla. 7. A sua volta, nemmeno il Figlio, in quanto uguale al Padre, può essere visto da alcuno, precisamente come il Padre e come lo Spirito Santo. 8. Tutti quelli che videro il Signore Gesù nella sua umanità, ma non videro né credettero secondo lo spirito e la divinità che egli veramente era il Figlio di Dio, sono condannati. 9. Così anche adesso, quanti vedono l'Eucaristia, che viene consacrata sull'altare in virtù delle parole del Signore nelle mani del sacerdote, sotto forma di pane e di vino, ma non vedono né credono secondo lo spirito e la divinità che sia veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati. 10. Così attesta l'Altissimo stesso, che dice: Questo è il mio corpo, questo è il sangue della mia nuova alleanza. 11. E ancora: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna. 12. Quindi è lo spirito del Signore, che abita nei suoi credenti, a ricevere il santissimo corpo e sangue del Signore. 13. Tutti gli altri che, pur non possedendo questo spirito, hanno la presunzione di ricevere l'Eucaristia, mangiano e bevono la loro condanna. 14. Perciò, o figli degli uomini, fino a quando sarete duri di cuore? 15. Perché non volete conoscere la verità e non credete nel Figlio di Dio? 16. Ecco, ogni giorno Lui si umilia, come quando, disceso dal trono regale, venne nel seno della Vergine. 17. Ogni giorno infatti viene a noi in umile aspetto, 18. Ogni giorno scende dal seno del Padre sull'altare nelle mani del sacerdote. 19. E come apparve ai santi Apostoli in vera carne, così oggi si mostra a noi nel pane consacrato. 20. E al modo che essi, in base a sole considerazioni umane, non scorgevano che il suo sembiante fisico; tuttavia, contemplandolo con sguardo spirituale, credevano che egli era Dio stesso; 21. così noi pure, vedendo con gli occhi del corpo il pane e il vino, vediamo e fermamente crediamo che quello è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero. 22. E' in questa forma che il Signore dimora sempre con i suoi credenti, come egli stesso afferma: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo.

Commento
1. La differenza fra un cristiano e un non cristiano (un ebreo, per esempio, ma più in generale nei confronti di chi ha un'altra fede) è che il cristiano professa la fede nella figura storica di Gesù Cristo: possiamo tutti credere in uno stesso Dio, ma per un cristiano a tale Dio non si può assolutamente arrivare se non per via e per mezzo di Gesù Cristo. La conoscenza di Dio, e del suo mistero, è lo scopo della vita e del desiderio di ogni credente: ma Dio è come una montagna altissima, per scalare la quale c'è un solo sentiero: e questo sentiero si chiama Gesù Cristo. Dio è un abisso senza fondo: l'unico ponte gettato oltre il burrone è Gesù. Senza Gesù, via e mediazione verso Dio, non è possibile raggiungere Dio. Per questo i cristiani sono legati a Gesù come tralcio alla vite, e senza Gesù noi non siamo nulla e non possiamo far nulla (Giovanni 15, 5).

venerdì 6 marzo 2020

Margherita da Cortona (1247-1297)

Scuola Aretina, Storie di Margherita da Cortona
(fine XIII secolo - Cortona, Museo Diocesano)

La storia di Margherita da Cortona ("la santa bella", "la peccatrice convertita", "la nuova Maddalena"), alla luce della sua vita avventurosa e degli avvenimenti drammatici che l'hanno caratterizzata, è quasi degna di un romanzo: non a caso ne fu tratto un vecchio film, nel 1950, diretto da Mario Bonnard.
Nasce nel 1247 a Laviano, una piccola frazione di Castiglione del Lago, in provincia di Perugia, poco distante dal Lago Trasimeno e da Montepulciano. Rimasta orfana di madre all'età di otto anni, il padre Tancredi, di professione contadino, si risposa quasi subito, ma la donna si rivelerà presto un'arcigna matrigna nei confronti della piccola Margherita e del più giovane fratellino Bartolo.
Margherita ha tredici anni quando nel 1260 l'Umbria prima, e l'Italia intera poi, sono attraversate dal grandioso fenomeno dei Flagellanti: penitenti che si flagellano pubblicamente in lunghe processioni ad espiazione dei propri peccati. La tradizione vuole che Margherita rimanesse molto impressionata da questo strano spettacolo: dagli uomini e dalle donne che si percuotevano vicendevolmente con funi nodose, e dalle loro invettive contro il lusso e la corruzione morale, al grido: Vanità! Vanità! Tutto è vanità!
La vita di Margherita scorreva intanto nel lavoro dei campi, pascolando o zappando, oppure nella vicina Palude della Chiana, dove pescava uccelli palustri, avendo imparato l'arte di governare la barca e di tirare a riva le reti. Finché all'età di sedici anni, nell'estate del 1263, avviene l'incontro fatale: Arsenio Del Pecora, appartenente a una nobile famiglia di Montepulciano, che passava l'estate nella vicina tenuta di Valiano detta "I Palazzi", e che era solito trascorrere le sue giornate andando a caccia con gli amici nei boschi di Petrignano che fiancheggiavano la Valdichiana, si imbatte nella giovane Margherita che ritorna a sera dai campi. E ne resta folgorato. 

giovedì 5 marzo 2020

San Francesco d'Assisi, Preghiera davanti al crocifisso

Il Crocifisso di S. Damiano, attualmente
nella Basilica di S. Chiara (Assisi)

La Preghiera davanti al Crocifisso (Oratio ante Crucifixum) sarebbe stata composta, secondo la tradizione, quando Francesco, mossi i primi passi sulla sequela Christi ma ancora incerto e profondamente dubbioso circa le scelte da compiere nella sua vita, pregava fervidamente davanti all'immagine del crocifisso posto nella piccola chiesetta di S. Damiano, supplicando il Signore che gli indicasse la via da seguire per compiere la Sua volontà, quando improvvisamente udì una voce parlargli: "Francesco va' e ripara la mia casa!".
Riguardo all'autenticità della preghiera posta sulle labbra di Francesco, non ci sono più seri dubbi, e tutta la critica è oggi concorde nell'attribuzione al poverello di Assisi di questa piccola e spontanea preghiera, tutta ricolma del più vero spirito francescano.
Probabilmente nei primissimi tempi il componimento circolò in forma orale, recitato da Francesco e dai primi discepoli del santo; qualcuno ipotizza - e non è certo idea da scartare - una trasmissione della preghiera dalla viva bocca del fraticello a Frate Leone, e da lì poi diffusasi rapidamente negli ambienti francescani. In ogni caso, se la preghiera va ricondotta agli anni di S. Damiano, la sua datazione è agli anni 1205/1206, e questo ne fa "per l'ordine cronologico, al primo posto degli opuscula del santo" (K. Esser, Gli scritti di S. Francesco d'Assisi, Padova, Edizioni Messaggero 1995, p. 458).
Della preghiera esistono una versione in latino (forse traduzione successiva dell'originale in volgare), che non presenta particolari problemi di natura testuale, e diverse versioni in volgare, che invece presentano molte varianti, a seconda anche della zona di provenienza dei copisti. Esistono infine anche versioni antiche in altre lingue, e precisamente: due in tedesco (rispettivamente in tedesco meridionale e settentrionale, del XV/XVI secolo); una in spagnolo (del 1492) e una in portoghese (datata 1556).
Il testo di riferimento è quello di Esser (Gli scritti..., pp. 450-58) per la versione in latino e in volgare; per quest'ultima si cita la forma antica trasmessa dal codice di Oxford, Bodleian Library, cod. theol. d. 23, datato 1406/09, più vicino, secondo l'editore, alla versione originale:

Oratio ante Crucifixum
Summe, gloriose Deus, illumina tenebras cordis mei et da mihi fidem rectam, spem certam et caritatem perfectam, sensum et cognitionem, Domine, ut faciam tuum sanctum et verax mandatum.

Preghiera davanti al Crocifisso 
[versione antica]

Altissimo glorioso Dio,
illumina le tenebre de lo core mio
et da me fede dricta,
sperança certa e caritade perfecta,
senno et cognoscemento,
Signore, che faça lo tuo santo e verace comandamento.
Amen.

Preghiera davanti al Crocifisso 
[versione moderna]

Altissimo glorioso Dio,
illumina le tenebre del cuore mio
e dammi fede retta,
speranza certa e carità perfetta,
senno e conoscimento,
Signore, che io faccia il tuo santo e verace comandamento.

La piccola preghiera si può agevolmente dividere in tre parti: un'invocazione iniziale (vv. 1-2), una richiesta a Dio di doni spirituali (vv. 3-5), e la dichiarazione dello scopo dei tale richiesta, da concretizzare nel tessuto della propria vita (v. 6).
Altissimo è epiteto tipico di Francesco per rivolgersi al Signore; anche nel Cantico delle creature, ad esempio, l'invocazione iniziale è all'Altissimu, onnipotente, bon Signore. Dio è altissimo perché posto da Francesco nel più alto dei cieli, mentre l'uomo resta confinato e inchiodato su questa terra. Tanto quanto dista il cielo dalla terra, così dista l'uomo fatto di polvere e di carne da Dio che è puro Spirito.

martedì 3 marzo 2020

Pier Pettinaio (Siena, 1180 ca.-1289)

Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta,
Pier Pettinaio (Siena, Museo di Arte Senese, 1445)

«Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo, 

se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni, 
a cui di me per caritate increbbe...»  
                                                                          (Purg. XIII, 124-29) 

Alla figura, modesta e riservata, di Pier Pettinaio, al secolo Pietro dei Campi, terziario francescano (Siena, 1180 ca.-1289), fa solo un cenno, fugace e delicatissimo, Dante nel canto XIII del Purgatorio
Qui Sapia Senese - appartenente alla nobile famiglia dei Provenzani -, prima di essere ammessa a godere la visione celeste deve scontare la sua pena fra gli invidiosi (questi hanno gli occhi cuciti con fili di ferro e indossano mantelli color della pietra) e confessa al pellegrino di aver evitato un lungo soggiorno nell'Antipurgatorio solo grazie alle sante orazioni del suo concittadino Piero, che di lei ebbe pietà ('a cui di me per caritate increbbe'). 
Le fonti antiche infatti, vogliono che la donna, conscia dei suoi numerosi peccati, si recasse sovente alla piccola bottega di Piero, nel centro di Siena, per lasciare le sue elemosine ai poveri della città, ma soprattutto per implorare dal pover'uomo preghiere e intercessioni presso il Signore a perdono della sua cattiva condotta di vita.
Personaggio modesto, di professione appunto pettinaio, ossia venditore di pettini, di Piero ci conservano qualche notizia diversi documenti senesi del tempo (relativi agli anni 1222-1232 e 1247), oltre a qualche aneddoto tramandato dai primi commenti danteschi. La sua vita è invece narrata, da un punto di vista agiografico, in una Legenda del 1330 ca., scritta in latino da Pietro da Montarone, diffusasi poi attraverso due volgarizzamenti in volgare fiorentino del 1508 e del 1541.
Si sa che condusse una vita lunga (oltre 100 anni!) improntata alla preghiera e alla carità nei confronti del prossimo, ottenendo fin da subito fra i suoi concittadini fama di santità. 
Una delle prime notizie su di lui, è un ricordo del grande francescano Ubertino da Casale, che nel Primo Prologo dell'Arbor vitae crucifixae Iesu, il suo capolavoro, dichiara di averlo conosciuto in Santa Croce a Firenze, convento francescano e ritrovo di frati e penitenti del Terz'Ordine: "Nam ad Provinciam Tusce veniens sub titulo studii inveni in multis viris Spiritum Jesu fortiter ebulire: inter quos vir de Deo plenus, Petrus de Senis Pectenarius" ('Infatti venendo nella Provincia di Toscana per motivi di studio, in molti uomini trovai fermentare fortemente lo Spirito di Gesù, fra i quali, uomo pieno di Dio, Pier Pettinaio di Siena').
Secondo Girolamo Gigli (Diario senese, P. II, p. 147), Piero arrivò fanciullo in città da Campi, un piccolo borgo a sette miglia da Siena, nella campagna del Chianti. Viveva dapprincipio sul poggio Malavolti, e si recava tutti i giorni nella vicina chiesa di S. Domenico, finché durante la recita del Mattutino ebbe una visione che non si trattenne dal rivelare a un amico, il quale però incautamente la rese pubblica, costringendo perciò Piero a trasferirsi a Vallerozzi.
Si sposò in giovane età ma non ebbe mai figli a causa della sterilità della moglie, cosa che indusse la coppia a scegliere di vivere in castità, vestendo l'abito del Terz'Ordine Francescano. Aperta una bottega di pettini, si distinse subito per onestà e dedizione al lavoro.
L'Anonimo fiorentino, uno fra i primi commenti integrali della Commedia (1400 ca.), racconta per esempio (parafraso il testo in italiano moderno): "Pier Pettinaio aveva una bottega di pettini a Porta Camollia a Siena. Si dice che egli andasse a Pisa a comperare pettini, e ne comprava a dozzine per poi rivenderli a Siena. Dopo che li aveva comprati, se ne veniva con questi pettini sul Ponte vecchio di Pisa [attuale Ponte di Mezzo], e qui sceglieva i pettini: e se ne trovava qualcuno che fosse rotto o comunque con qualche difetto, lo gettava immediatamente in Arno. Da molte persone gli venne detto più volte che, se anche qualche pettine era rotto o non così buono, pure doveva valere qualche denaro, e che era meglio venderlo per rotto. Ma Piero rispondeva: Io non voglio che nessuna persona abbia da me una cattiva mercanzia. Quando poi vedeva qualcuno condotto dai Rettori di Siena in carcere, si inginocchiava e diceva: Laudato sia tu, Iddio, che mi hai preservato da un tale pericolo. E per siffatti modi e di simili, i Senesi, che sono persone che si meravigliano facilmente, affermavano che egli fosse santo, e per santo lo reputarono e adorarono".