lunedì 6 aprile 2020

L'Inno "Horis peractis undecim" (XI secolo?)

Corale latino con notazione musicale (XII secolo)

L'inno latino Horis peractis undecim ("Trascorsa l'ora undicesima") è un inno anonimo di incerta datazione, ma databile al massimo al secolo XI. E' inserito nel Breviario mozarabico, fra gli inni gotici (si intenda "visigotici") dell'antico rito spagnolo della liturgia cattolica. L'inno è costituito da tre strofe di versi di otto sillabe (ottonari) sdruccioli, ossia che finiscono con un dattilo finale (– ᴗ ᴗ), ed è inserito nella Liturgie delle ore al Vespro del venerdì della seconda settimana.
Il motivo ispiratore dell'inno è la parabola dei lavoratori della vigna (Matteo 20, 1-16), dove si racconta di un padrone che recluta operai per la sua vigna, e al termine del giorno, con la fine della giornata lavorativa, chiama a sé gli operai per dare loro il salario pattuito, elargendolo con amore e infinita misericordia. Allo stesso modo nell'inno si ringrazia il Signore per l'arrivo della sera e, al termine delle fatiche del giorno, si richiede il suo aiuto insieme alla mercede promessa (nelle sue molteplici accezioni simboliche).
Il testo di riferimento è quello dell'edizione di J. C. Sànchez, Hymnodia Hispanica, Turnhout, Brepols 2010 (Corpus Christianorum. Series Latina 167), pp. 256, 814; ma presenta qua e là delle varianti, attestate principalmente nell'edizione degli Analecta Hymnica Medii Aevi, vol. 27 (Inni gotici: gli inni mozarabici dell'antico rito spagnolo), p. 106, segnalate al lato fra parentesi quadre.

Horis peractis undecim,
ruit dies in vesperum;
solvamus omnes debitum
mentis libenter canticum.                   [libenter: al. benignae]

Labor diurnus transiit
quo, Christe, nos conduxeras;
da iam colonis vineae
promissa dona gloriae.                      [gloriae: al. gratiae]

Mercede quoque advocas,                 [mercede: al. mercedem]
quos ad futurum muneras,
nos in labore adiuva
et post laborem recrea.

["Trascorsa l'ora undicesima,
il giorno declina nella sera;
eleviamo tutti volentieri
con il cuore il canto dovuto.

Il lavoro del giorno cessa
dove tu, o Cristo, ci avevi condotti;
dà ormai ai lavoratori della vigna
i doni promessi della gloria.

Tu chiami anche per la mercede
quelli che un giorno ricompensi;
assistici nella fatica,
e dopo la fatica dacci ristoro"]

Nella prima strofa si descrive l'atmosfera del giorno che declina nel tramonto, e si invitano tutti ad elevare con il cuore il canto di ringraziamento dovuto al Signore per aver concluso felicemente la giornata.
Trascorsa l'ora undicesima: nel Medioevo la scansione delle ore della giornata segue il ritmo delle ore secondo il calendario liturgico. La prima ora, le lodi, è alle 6 del mattino; l'undicesima ora corrisponde quindi alle cinque del pomeriggio, quando il sole ormai volge al declino, e il giorno cede il passo alla sera. Il riferimento all'ora undicesima deriva dalla parabola evangelica, dove la conclusione dei lavori nella vigna e il pagamento da parte del padrone avviene appunto alle cinque del pomeriggio.
Il giorno declina nella sera: il verbo ruit significa letteralmente 'correre', 'precipitarsi': il giorno quindi si affretta, precipitando, verso la sera. Vesperum si può tradurre tanto come 'sera', in senso generico; quanto - letteralmente - come 'vespro', l'ora liturgica che con il suono della campana annunciava la fine del giorno, e invitava i monaci, e i fedeli tutti, alla preghiera serale. In quest'ultimo caso avremmo forse una prova di come l'inno possa essere stato concepito in ambiente monastico. 
Leviamo tutti volentieri: il verbo solvamus vuol dire 'sciogliere', cioè 'sciogliere il canto con la bocca', ed è quasi un verbo tecnico, presente in tutti gli inni più antichi, compresi quelli di S. Ambrogio. Libenter: l'avverbio ('volentieri', 'spontaneamente', ma anche, in senso più esteso, 'con gioia'), è un invito a elevare il canto di ringraziamento al Signore dal profondo del cuore, di propria volontà, e contrasta con il vicino debitum, 'dovuto': il ringraziamento a Dio a fine giornata è dovuto, perché a Lui solo si deve la lode per quanto ricevuto; ma d'altro canto non può che essere spontaneo, lode sincera della creatura al suo Creatore. Altri manoscritti sostituiscono libenter con benignae, da accordare a mentis: 'eleviamo il canto dovuto... con la mente (o il cuore) benevolo, ben disposto'.
Il canto dovuto del cuore: il canto (canticum) è il termine tecnico che identifica l'inno liturgico: parole accompagnate dalla musica, musica che si eleva al cielo da un concento di voci all'unisono, per lodare insieme il sommo Creatore. Mentis: ha un senso più largo di 'mente', ed indica il 'cuore', 'l'anima': il canto di lode a Dio deve venire cioè dalla mente e del cuore, come indica giustamente il precetto: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente (Matteo 22, 37).