domenica 3 dicembre 2017

A. N. Ostrovskij, L'uragano (1859)


Aleksandr Nikolaevic Ostrovskij (1823-1886) è stato un autore teatrale molto noto, nel genere della commedia di costume, nella Russia zarista della seconda metà del XIX secolo. Oggi però il suo nome è pochissimo conosciuto, se non completamente dimenticato, soprattutto al di fuori dei confini nazionali. Si tratta tuttavia di uno dei maggiori esponenti del teatro realistico dell'Ottocento, ed è da molti considerato il fondatore del teatro russo moderno, al punto che Turgenev lo definì (forse un po' esageratamente) "lo Shakespeare della classe mercantile russa".
L'uragano (Grozà, 1859) e La foresta (Les, 1870) sono le sue opere più note e riuscite - in un quadro di una cinquantina di opere totali -, ma la prima rappresenta senz'altro il suo capolavoro.
Come nella maggior parte delle commedie di Ostrovskij, la protagonista è la classe mercantile russa, di cui si denunciano l'arretratezza, il bigottismo unito a un conservatorismo politico di tipo retrivo, e l'ipocrisia di fondo. 
Ne L'uragano la classe mercantile è rappresentata da due personaggi principali: il primo, Dikoi, è un membro di spicco della cittadina di Kalìnov sul Volga, ed è tratteggiato come un burbero irascibile e ubriacone che attacca violentemente chiunque osi chiedergli del denaro, compreso quello che egli legittimamente deve ai suoi contadini e ai suoi dipendenti; la seconda è la Kabànova, vedova di un ricco mercante che sfoga sui suoi familiari (soprattutto sul figlio inetto Tichon Kabànov e sulla nuora Katerina) il suo atteggiamento bigotto e ipocrita, improntato a una serie di massime spicciole all'insegna del rispetto che i giovani devono ai vecchi, e alla funzione di potere che deve spettare in famiglia all'uomo, mentre la donna deve sempre essere sottomessa al marito.
Altri personaggi sono Varvàra, la figlia ribelle della Kabànova, che finirà per fuggire di casa, dopo essere stata reclusa dalla madre tirannica, insieme al suo amante Kudrìas; Kulìghin, forse l'unico personaggio veramente positivo dell'opera, un borghese autodidatta che sogna di scoprire il meccanismo del moto perpetuo e di vincere un premio un denaro da destinare al bene dell'umanità; e infine Boris, il nipote moscovita di Dikoi, che finirà per innamorarsi di Katerina, scatenando la tragedia finale.
L'uragano del titolo è inteso sia in senso proprio - un temporale che minaccia all'orizzonte e sta per imperversare sulla cittadina -, sia in senso metaforico, come la tempesta che si abbatterà sulla famiglia della Kabànova, spazzando via il suo buon nome e il ruolo che si era ritagliato nella società borghese e perbenista della cittadina. 
Su tutti domina però la figura di Katerina, sposa infelice di un uomo succube di sua madre (e che reagisce scappando frequentemente dalle mura domestiche e dandosi al bere), dipinta come una figura scissa fra sensualità - nei confronti del corteggiatore Boris - e inquieta religiosità, che le scateneranno un conflitto interiore fra passione e sentimento del peccato e della perdizione, fino al gesto estremo del finale.
A ben vedere, in effetti, "L'uragano potrebbe essere definito come il dramma del sentimento religioso in tutte le sue forme, dalla superstizione più rozza sino all'estasi: e, infatti, la religione costituisce la trama dell'esistenza di tutti i suoi personaggi, uomini e donne, vecchi e giovani, da Saviòl Prokòfievic', che si prostra dinanzi al contadino offeso, all'autodidatta Kulìghin, che vede Dio nell'armoniosità e nello splendore del creato" (dall'Introduzione Bur, 1957).

Testo integrale de L'uragano qui (link)
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