mercoledì 27 luglio 2016

J. Le Goff, Il Dio del Medioevo


Libro piccolo e agile, Il Dio del Medioevo di Jacques Le Goff (Roma-Bari, Laterza 2011, pp. 102, euro 7,50) è strutturato come una conversazione sul tema di Dio nel Medioevo fra lo storico e Jean-Luc Pouthier, una sorta di intervista a domanda e risposta. 
I primi due capitoli del libro sono dedicati ad analizzare rispettivamente la figura di Dio e il ruolo dello Spirito Santo e della Vergine Maria, due figure che in alcuni periodi della storia medievale potevano mettere in crisi il rigido monoteismo derivato dalla tradizione ebraica (per es. con l'ufficializzazione dell'Ave Maria, nel XIII secolo, in cui la Vergine è consacrata "Mater Dei"). La prima notazione di una certa importanza è che il Dio cristiano del Medioevo, a differenza dello Jahvè ebraico e di Allah, può essere rappresentato, e l'iconoclastia -ossia l'avversione per le immagini e per la rappresentazione della divinità-, non ha mai messo radici in Occidente (tranne in una breve fase): "il Dio dei cristiani è antropomorfo, e la sua antropomorfizzazione è avvenuta essenzialmente nel corso dell'età medievale" (p. VI). Nei confronti degli ebrei, a ben vedere, il Medioevo fu sempre ambivalente: Gesù era ebreo, e gli Ebrei sono il popolo eletto; d'altro canto però, si viene affermando man mano un'avversione nei loro confronti, accusati di deicidio al posto dei Romani.
Jacopo Torriti, Incoronazione della Vergine (1296)
Il Dio cristiano è un solo Dio (monoteismo), sebbene distinto in tre persone; ed è un Dio-persona. Nel IV secolo avviene il passaggio dal deus dei pagani, scritto con la minuscola ma già inteso più o meno come una persona collettiva, al Deus con la maiuscola, che segna la presa di coscienza del monoteismo. Il cristianesimo si impone a partire dalle città verso le campagne, ma a resistere sono solo la città di Roma, culla dell'Impero e del paganesimo, e le élites intellettuali, mentre il popolo e gli schiavi passano in massa alla nuova religione, in quanto "il cristianesimo è una religione di eguali che promette la vita eterna ai fedeli la cui condotta è improntata a virtù [...]. Inoltre sua chiave di volta all'opera per tutto il Medioevo, è che Dio si è incarnato, si è fatto uomo [...] Morendo della morte più miserabile, la più vergognosa che esisteva nella sua epoca, la morte degli schiavi sulla croce, Gesù ha reso evidente che tutti gli uomini possono essere salvati, poiché il più miserabile di loro è stato salvato" (pp. 13-14).

Il punto più delicato nel Medioevo è proprio il monoteismo, e l'idea dell'unico Dio in tre Persone che ha suscitato dibattiti e eresie. Tutte le maggiori eresie del Medioevo ruotano sulla definizione della natura della seconda Persona della Trinità: Gesù vero Dio e vero uomo, oppure solo Dio o solo uomo? Per reagire, il Concilio di Nicea del 325, sotto l'attenta supervisione dell'imperatore Costantino, proclama il Credo o Simbolo apostolico, adottato ancor oggi dalla Chiesa cattolica, che definisce i rapporti fra le tre Persone. Sul cosiddetto filioque si verificherà poi la frattura fra Chiesa d'Occidente e Chiesa d'Oriente, viva tutt'oggi: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, secondo Roma; soltanto dal Padre secondo i bizantini. Nel XIII secolo lo Spirito Santo diventerà il Dio delle confraternite e degli ospedali, soprattutto in ambiente germanico; e incominceranno a diffondersi i trattati sui suoi sette doni (timor di Dio, pietà, scienza, fortezza, consiglio, intelletto, sapienza); gli verrà infine dedicato l'inno Veni Creator Spiritus, nato nel IX secolo (attribuito a Rabano Mauro), ma radicatosi nell'XI, utilizzato per accompagnare eventi eccezionali, quali elezioni di papi. Ma le dispute più importanti furono, come detto, intorno alla figura di Gesù. La più famosa e diffusa delle eresie fu l'arianesimo, dal nome del sacerdote di Alessandria Ario, il quale sosteneva la sola natura umana di Gesù: l'arianesimo si diffonde rapidamente, soprattutto fra le popolazioni germaniche (Ostrogoti e Visigoti su tutti, ma non solo), anche grazie al vescovo Ulfila, ariano, che traduce per la prima volta in lingua gotica la Bibbia.
Benedetto Antelami, Deposizione (Duomo di Parma)
Fra le altre eresie si ricordano il nestorianesimo, che sosteneva la separazione fra le due nature umana e divina del Cristo, per cui Maria si poteva chiamare "Madre di Cristo" ma non "Madre di Dio" (condanna del Concilio di Efeso, 431); o i monofisiti che riconoscevano la sola natura divina di Gesù (condanna del Concilio di Calcedonia, 451); fino al pelagianesimo, che ebbe molta diffusione e privilegiava il libero arbitrio rispetto alla grazia divina, negando il peccato originale e la funzione salvifica del sacrificio di Gesù sulla croce. Nell'epoca carolingia l'espressione privilegiata di Dio è quella di Dio Padre, uomo anziano, insieme capo e protettore, intangibile nella sua altezza; per restaurare l'Impero cristiano, si immaginerà un Dio regale, in maestà; successivamente emerge la figura del Figlio, Dio-fatto-uomo, uomo lui pure, cui rivolgersi, a causa della sua vicinanza, con suppliche e preghiere. L'ultimo stadio, fra XIII e XIV secolo, in epoche di crisi e di grandi epidemie, fanno la comparsa due nuovi motivi iconografici: la Pietà, con la Vergine che tiene sulle ginocchia il corpo del Figlio deposto dalla Croce; e l'Ecce Homo, ossia il Cristo dopo la flagellazione, coronato di spine e rivestito del mantello di porpora. Il Cristo della Passione è il Cristo della fine del Medioevo, del XIII e soprattutto del XIV secolo, ossia il Cristo della sofferenza, opposto al Cristo in maestà, tipico dell'Alto Medioevo fino all'XI secolo.
Una grandiosa sistemazione storica e filosofica della Trinità si ha con il benedettino poi cisterciense Gioacchino da Fiore (1135-1202), calabrese, fondatore del celebre monastero fra i monti della Sila (riconosciuto da Celestino III con il nome di florensi). La sua opera, sempre in bilico fra ortodossia e eresia, si diffonderà soprattutto fra le fila dei francescani più estremisti, e gioachimiti saranno detti i seguaci del suo pensiero. Gioacchino da Fiore divide la storia dell'uomo in tre tappe, ognuna sotto il dominio di una Persona della Trinità: l'età del Padre è quella della legge dettata da Dio a Mosè; l'età del Figlio è quella della grazia e della Chiesa, ossia quella dei tempi di Gioacchino. Ma un'ultima età è alle porte: quello dello Spirito Santo, un'età spirituale che vedrà una terribile lotta con l'Anticristo (identificato spesso con Federico II) e l'attacco delle genti barbare di Gog e Magog, terminando con la parusìa, la seconda venuta in terra del Cristo in gloria e del Giudizio universale. Il gioachimismo diverrà quindi una variante del millenarismo e delle visioni dell'Apocalisse imminente. 
Cristo in maestà (Duomo di Pisa)
Fra il 1200 e il 1400 le immagini della Trinità si raggruppano intorno a cinque modelli iconografici: 1) il Trono di Grazia: Dio assiso che tiene dinanzi a sé Gesù crocifisso, e lo Spirito Santo in forma di colomba; 2) la Trinità del salterio: illustra il Salmo 110, Dio Padre e Gesù siedono a fianco sullo stesso trono, con la colomba dello Spirito Santo fra di loro; 3) la Paternità, con il Figlio "nel seno" del Padre, ossia sulle sue ginocchia, dinanzi al petto, e lo Spirito Santo assente (molto rara: "è una Binità, piuttosto che una Trinità": p. 40); 4) Trinità triandrica, che insiste sull'uguaglianza dei tre personaggi; 5) Trinità tricefala, con un solo corpo a tre teste o trifronte (una sola testa con tre nasi e tre bocche), che però -a causa del suo aspetto mostruoso- ha suscitato forti opposizioni in seno alla Chiesa (per es. da sant'Antonino, vescovo di Firenze). Nel passaggio fra XIV e XV secolo vengono infine elaborate due nuove immagini: la Trinità dolorosa (Dio Padre che porta il Figlio deposto dalla croce o lo sorregge dalle braccia), e la Trinità in gloria in cui Dio Padre con Gesù incoronano la Vergine Maria.
Il III capitolo del volume è dedicato al rapporto fra la società medievale e Dio: il Dio dei cristiani (che a differenza di quello ebraico, Jahvè, non ha mai ricevuto alcun nome se non Deus), da un punto di vista ideologico e politico. è sempre visto come Re, Rex regum et Dominus dominantium: soprattutto in epoca carolingia Dio è sempre rappresentato sul trono e in abiti regali, come un giudice nell'atto di pronunziare la sentenza (rappresentazione poi estesa al Figlio, in qualità di giudice durante il Giudizio universale); si ricordi infatti che Carlo Magno aveva ribadito, nel Concilio di Nicea del 787, l'uso delle immagini nel Cristianesimo latino, rifiutando tanto l'iconoclastia quanto l'iconodulia, ossia il culto delle immagini. Tuttavia, mentre il Figlio, Dio ma anche uomo, e per lo Spirito Santo, rappresentato quasi sempre in forma di colomba (in base all'interpretazione letterale del Battesimo di Gesù, Marco 1,10 "vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come colomba"), per la rappresentazione del Padre vi furono invece molte discussioni: ricorrere alla figura umana completa fu in genere molto rara, e si preferiva un simbolo, tipo un occhio all'interno di un triangolo o una mano che fuoriesce dalle nuvole. Quest'ultima "esprime al contempo natura e funzione riconosciute al Dio feudale: funzione di comando, poiché è una mano che ordina; funzione di punizione, poiché è una mano che punisce; funzione di protezione, poiché è una mano che protegge" (p. 54). 
Madonna dell'Acuto
(Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia)
L'ultimo capitolo del volume è dedicato alla figura di Dio nella cultura medievale. Si sottolinea innanzitutto che il termine "teologia" compare per la prima volta nel Duecento con Abelardo, e sempre nel XIII secolo viene introdotta nell'insegnamento universitario (la cui regina incontrastata è la città di Parigi), assumendo in tal modo lo status di scienza. Ad Anselmo d'Aosta (1033 ca.-1109) dobbiamo la definizione classica della fede come aspirazione a Dio attraverso la ragione, fides quaerens intellectum. Ma sempre nel Duecento si sviluppa anche il conflitto fra fides e ratio, che occuperà il pensiero filosofico della Scolastica per tutto il Medioevo, con soluzioni originali quali la "doppia verità" (attribuita ad Averroè o meglio agli averroisti), religiosa e filosofica, valide contemporaneamente sebbene in contrasto fra di loro, in quanto agenti su piani diversi. Soltanto alla fine del Medioevo, con Guglielmo d'Occam, si arriverà al divortium definitivo fra fides e ratio. Dal punto di vista degli studi sulle Sacre Scritture, si sviluppano i commentari alla Bibbia, che fanno del Cristianesimo una religione basata sulla critica storica e filologica. Simili studi hanno condotto alla nascita di diverse chiavi interpretative del testo: al senso letterale si affiancano uno allegorico, basato su simboli relativi a una realtà nascosta, ed uno anagogico, ossia leggendo i testi in chiave escatologica, legando gli eventi del passato (nella fattispecie dell'Antico Testamento) alla loro realizzazione futura (nel Nuovo Testamento). Si precisa nelle scuole il concetto di miracolo: Dio, creatore della Natura, le ha assegnato delle leggi cui Egli per primo si attiene; ma conserva il potere su di essa "volta per volta", con interventi puntuali e eccezionali. Sempre nel Duecento, infine, si sviluppa un embrionale "umanesimo medievale": se prima, nella definizione di Uomo, si era insistito sulla sua immagine di peccatore dopo la Caduta del peccato originale -il cui modello, nell'Antico Testamento, è Giobbe-, a partire dalla fine del XII secolo prevale l'immagine dell'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio; è lui il centro della creazione ed è destinato alla salvezza. D'altro canto, però, a differenza dell'Umanesimo propriamente detto, l'uomo non è in sé depositario di alcun valore, ma tutto viene da Dio; soltanto con l'obbedienza e l'amore verso il Creatore la creatura può redimersi e riscattare se stessa. 
In conclusione il quadro delineato da Jacques Le Goff è quantomai preciso e prezioso per delineare i caratteri di un'epoca, quella del Medioevo, che ha fatto di Dio e della religione cristiana il fulcro della sua società e della sua visione del mondo e dell'universo, per cui a buon ragione si può affermare che un libro sul Medioevo è ipso facto un libro su Dio.

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