venerdì 20 maggio 2016

Medioevo in Basilicata: 2. la chiesa rupestre di S. Margherita a Melfi


La chiesa di S. Margherita è uno dei gioielli dell'arte rupestre in Basilicata, e in generale uno dei più belli esempi del genere in Italia. Si trova pochi chilometri fuori dal centro abitato di Melfi, nelle immediate vicinanze del cimitero. La struttura risale al XIII secolo, quasi certamente alla fase del regno di Federico II di Svevia (morto nel 1250): l'ambiente consta di un Ingresso (A), costituito da un arco ogivale, mentre l'interno è diviso in due campate coperte da volte a crociera a sesto acuto; un'unica navata centrale con in fondo l'abside con un altare dedicato a S. Margherita (E), e quattro cappelle laterali (B-D-F-G), tutte con volte a botte a sesto acuto. L'ambiente è scavato nel tufo, e cosa che la distingue dalla maggior parte delle chiese rupestri, comprese le più note e celebrate di Matera, le pareti risultano completamente affrescate, tranne il Cenacolo, che però conserva ancora i sedili di pietra addossati alle pareti, utilizzati dai monaci. La quarta cappella (seconda a destra dell'ingresso) conserva invece un piccolo accesso di forma irregolare, quasi certamente destinato ad ospitare l'alloggio del guardiano. 



All'ingresso, sulla parete in alto, restano tracce di un affresco rappresentante S. Bartolomeo, col il corpo di color rosso vivo e la pelle (il santo fu scuoiato) avvolta sulle spalle, nel solco dell'iconografia tipica di questo santo.
Procedendo lungo l'unica navata, sulla parete a destra dall'ingresso, troviamo i tre affreschi relativi ai martìri dei santi Andrea, Stefano e Lorenzo, dipinti secondo un gusto narrativo e popolareggiante, lontano da ogni stilema bizantino. 
Nel Martirio di S. Andrea (immagine 1) il santo è rappresentato nel momento in cui viene legato a un albero a forcella da due uomini incappucciati, vestiti di rosso; il corpo del santo, sovradimensionato rispetto alla cornice di riferimento, ha forse paralleli in miniature germaniche del XIII secolo.
Nel Martirio di S. Stefano (immagine 2) il santo è rappresentato in primo piano, mentre alla sua destra e alla sua sinistra degli uomini, rappresentati in maniera ingenua e grottesca insieme, senza nessun senso della prospettiva e con il volto o le arti sovradimensionate, scagliano violentemente delle enormi pietre. Nel primo uomo alla destra del santo, in abito rosso e con la barba a punta, è rappresentato -forse- S. Paolo, che partecipò al martirio di Stefano, come da racconto degli Atti (7, 55-60). Nella parte sottostante l'affresco si può ammirare quel che rimane di un ritratto di S. Benedetto e di una Natività, un'Annunciazione e la scena di una battaglia (XIV secolo) con un accanto un santo coronato (S. Luigi dei Francesi?).
Nel Martirio di S. Lorenzo (immagini 3-4), il più bello dei tre, la scena rappresenta il santo nudo, disteso per terra su una graticola, mentre due aguzzini incappucciati alimentano le fiamme, e un terzo uomo lo percuote sul petto con una verga di ferro; dall'alto, sullo sfondo di un bellissimo cielo blu trapunto di stelle, un angelo sospeso nell'aria versa sul santo dell'acqua da un aspersorio, nel tentativo di mitigarne le sofferenze; in secondo piano, sulla destra, assistono al supplizio l'imperatore Valentiniano e un anziano servitore che con la mano tesa indica al sovrano l'avvenuto supplizio.    
Procedendo si giunge all'abside, dedicata, come già detto, ad ospitare l'altare di S. Margherita (immagine 5): il culto della santa nasce in Oriente, precisamente ad Antiochia, dove la leggenda narra che Margherita, figlia di un sacerdote pagano ma convertita segretamente al cristianesimo dalla sua balia, muore decapitata (ma in realtà prima bruciata con tizzoni ardenti, dilaniata da unghie di ferro, immersa in una caldaia di olio bollente) a soli 15 anni, nel 290, per aver rifiutato le attenzioni del governatore romano Olibrio mentre la ragazza badava al suo gregge di pecore. Un ulteriore particolare agiografico vuole che, durante la sua prigionia, sia stata divorata dal demonio che aveva assunto sembianze di drago, ma lei, armata della croce, era fuoriuscita squarciando il corpo del mostro (da qui il suo titolo di protettrice delle partorienti). Sull'altare la santa è rappresentata in posizione frontale, come nella tradizione bizantina, con un lungo abito rosso -simbolo del martirio-, e un manto azzurro tempestato di fiori, la croce fra le mani e la corona dei martiri sul capo, avvolto da un velo bianco, Ai lati della santa vi sono due serie di affreschi verticali, otto pannelli in tutto, con scene della vita e del martirio di Margherita. Alla destra e alla sua sinistra, infine, due affreschi, rispettivamente S. Paolo con un libro in mano e S. Pietro, con un libro e le due chiavi del regno dei cieli (Mt 16, 18-19). La decorazione dell'abside è completata, sulla parete di sinistra, dagli affreschi di S. Cordula e S. Orsola, di datazione tarda (XV secolo), come traspare dalla posizione di tre quarti (contro la frontalità bizantina) e dal volto sorridente (contro la ieraticità bizantina); mentre sulla volta dell'abside troneggia un Cristo Pantocratore assiso in trono e circondato da due angeli, ma la cui caratteristica più evidente è il volto stranamente imberbe e molto giovanile, decisamente al di fuori dei canoni iconografici bizantini (immagine 6). Sull'archivolto absidale ci sono invece dei medaglioni con i simboli degli evangelisti e la figura di S. Nicola, il cui stile -che rimanda alle icone dei crociati- è stato attribuito al "Maestro dell'Ordine Templare", attivo tra Puglia e Terrasanta nel corso del XIII secolo. Nell'intradosso dell'arco absidale si trovano sei figure di santi, da sinistra a destra: S. Vito, S. Elisabetta, S. Guglielmo da Vercelli, S. Basilio, S. Lucia e S. Caterina d'Alessandria, quest'ultime in abiti preziosi e con due corone tempestate d'oro e di pietre preziose (immagine 7).
Ritornando in direzione dell'ingresso, la prima cappella a sinistra del portone d'entrata è dedicata a S. Michele Arcangelo, un santo molto venerato nelle regioni del Sud Italia, e anche nel Vulture dal tempo della dominazione longobarda prima, e dei Normanni poi (fondatori nel 967 della celebre abbazia di Mont-Saint-Michel in Normandia). La cappella è la meglio conservata della cripta, e presenta una serie di affreschi dal carattere senz'altro bizantineggiante. Sulla parete centrale S. Michele con le ali spiegate, un globo con la croce nella mano sinistra e una lancia nella destra con la quale trafigge il demonio-drago ai suoi piedi; alla sua destra S. Margherita e a sinistra S. Giovanni Battista (immagine 8). Sulla parete sinistra della cappella una Madonna con Bambino attorniata dallo stesso S. Michele -alla sua destra- e S. Giovanni Evangelista a sinistra (immagine 9).
Sulla parete destra della cappella, infine, l'affresco più celebre della cripta: L'incontro dei tre vivi e dei tre morti (immagine 10). I tre vivi sono tre nobili, in abiti da caccia ricchi e sontuosi: il primo da destra è un uomo di una certa maturità, con capelli biondi e barba rossiccia, un lungo abito rosso con un elegante cappuccio, e sul braccio sinistro avvolto da un morbido panno bianco è adagiato un falco (immagine 11); dietro di lui quella che a tutta prima sembra una giovane donna, dalla carnagione chiara, i capelli biondi e due occhi azzurri molto intensi (immagine 12); come per proteggerlo, la figura abbraccia teneramente con le mani un giovinetto, anche lui biondo e con un abito rosso con cappuccio verde, che sembra intimorito e spaventato di fronte all'orribile visione davanti ai loro occhi: due scheletri (il terzo è praticamente scomparso), con il cranio molto approssimato, sovradimensionato e dai tratti deformi e grotteschi, forse per ispirare più terrore, le mandibole molto pronunciate che lasciano trasparire una fila di denti, come a voler tratteggiare con un ghigno un atteggiamento di scherno; le mani scheletrite protese minacciosamente verso i tre vivi, e dentro il ventre vuoto i vermi della putrefazione (immagine 13). 
Il solenne ammonimento simbolico della scena, volto a sottolineare la fugacità della vita terrena di fronte alla morte inevitabile e agli sguardi dell'Eterno (memento mori), assume una potente valenza di concretezza e di realtà se nelle tre figure dei vivi vediamo rappresentati i componenti della famiglia imperiale che allora dominava su Melfi: l'imperatore in persona Federico II, la sua terza moglie Isabella d'Inghilterra e il giovane figlio Corrado IV. Gli indizi in tal senso sono la barba rossa del re, gli abiti regali di color porpora e bordati di ermellino, i fiori a otto petali dipinti sulle vesti (numero molto caro all'imperatore), gli abiti d caccia e il falco (Federico era un grande appassionato di falconeria, si pensi al suo De arte venandi cum avibus), i tratti nordici della donna. La tesi è stata proposta in anni recenti da Lello Capaldo, che propone una datazione dell'affresco agli anni tra il 1235 (matrimonio fra Federico e Isabella) e il 1241 (morte di Isabella), cosa che ne farebbe la prima rappresentazione del genere in Italia, e fra le prime d'Europa.

(Per approfondire: La chiesa rupestre di Santa Margherita, a c. di L. Moscaritolo, M. Levita, Melfi, Centro Stampa 2012.)

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