sabato 21 maggio 2016

Le Lettere di Carlo Magno

Busto reliquiario di Carlo Magno
(Tesoro di Aquisgrana) 

La figura di Carlo Magno (742-814), fondatore del Sacro Romano Impero, rex Francorum et Longobardorum (quindi d'Italia), resta una delle più suggestive e affascinanti della storia medievale, sotto molteplici aspetti. Ancor più interessante risulta di conseguenza affiancare al personaggio pubblico, politico e ufficiale, il suo lato privato, gettando uno sguardo sulla dimensione, diciamo pure così, umana ed affettiva del grande imperatore. Tale operazione è -almeno in parte- realizzabile a partire dalla raccolta delle sue Lettere, una ventina in tutto, che Carlo Magno scrisse -o fece scrivere- a una serie di personaggi della sua cerchia (anche familiare) durante gli anni del suo regno.
Ma innanzitutto c'è una questione preliminare da chiarire. Carlo Magno, com'è risaputo, probabilmente non sapeva leggere, senza dubbio non sapeva scrivere: le sue lettere, pertanto, non sono scritte da lui propria se manu, ma le dettava a voce allo scrivano di corte, in gergo tecnico protonotario di cancelleria, carica che fu ricoperta, dal 776 al 797, da Radone. Il pensiero da esprimere, il concetto da esporre, sono indubbiamente di Carlo; ma le parole sono dello scrivano, che altrettanto indubbiamente "traduceva" il pensiero di Carlo con un linguaggio più ufficiale, quale doveva essere quello di un monarca. La domanda a questo punto è legittima: quanto c'è del vero Carlo nelle sue lettere? Non è certamente facile rispondere: certamente il lettore dovrà prodursi in uno sforzo esegetico e interpretativo notevole, cercando di "leggere tra le righe", con l'obiettivo di cogliere la dimensione del vero Carlo, al di là della cornice linguistica, sovente tronfia e ridondante.    


Certamente se volessimo cercare il vero Carlo nello stile delle lettere, non bisognerà indirizzarsi verso la sintassi del periodo, che risente della formazione retorica e scolastica dei protonotari, ma nelle espressioni del parlato, che talvolta si insinuano qua e là nel discorso (per es. videte videte quam grande malum [...] habetis factum, 'vedete vedete quale grande male avete fatto'), o in un certo lessico non latino ma "barbarico" (per es. scara per 'truppa', ecc.).
Nella Patrologia Latina del Migne (vol. XCVIII) le lettere attribuite a Carlo Magno (Epistulae) sono in numero di ventiquattro, ma tre di esse non sono propriamente lettere; mentre nei Monumenta Germaniae Historica (MGH) sono presenti tre lettere ignote al Migne; dall'incrocio di queste fonti nasce la raccolta ""Carlo Magno, Lettere, traduzione a c. di D. Tessore, prefazione di F. Cardini, Roma, Città Nuova 2001", da cui citerò. 
Le ventiquattro lettere sono indirizzate: una al Papa, al re Pipino, alla regina Fastrada (rispettivamente figlio e moglie di Carlo), ai vassalli del regno, una ai magnati e al popolo del regno; due all'Imperatore di Costantinopoli, tre al re Offa, quattordici a vescovi, abati o monaci, 
L'unica vera lettera di ambito familiare è la V, a Fastrada, (quarta) moglie di Carlo, dove l'imperatore le comunica l'avvenuta vittoria sugli Avari, e la rassicura circa la sua incolumità: "Con questa lettera vogliamo augurare dolce salute nel Signore a te e, attraverso di te, alle nostre dolcissime figlie e agli altri sudditi che stanno con te. Ti informiamo che, grazie a Dio, siamo sani e salvi". Il momento più intimo della lettera è però quello in cui Carlo riferisce delle sue attività quotidiane: "Quanto a noi, con l'aiuto di Dio, abbiamo recitato per tre giorni le litanie, cominciando alle None di Settembre, che era un lunedì, e poi il martedì e il mercoledì: supplicavamo la misericordia di Dio affinché Egli si degnasse di concederci pace, salute, vittoria e un cammino propizio e affinché nella sua misericordia e pietà ci desse aiuto, consiglio e protezione in tutte le nostre angustie". La conclusione è ancora un affettuoso saluto: "Desideriamo che tu più spesso ci faccia avere notizie della tua salute e di ciò che ti piacerà comunicarci. Di nuovo ti salutiamo molto nel Signore".
Carlo Magno e Pipino
(Annali di Fulda, 991)
L'altra lettera "familiare" è la XX inviata da Carlo al figlio Pipino (datata 806-807), nominato re d'Italia da papa Adriano I nel 781, a cui Carlo dà consigli e disposizioni per la buona amministrazione del regno. Il carattere ufficiale della missiva, però, spegne ogni concessione all'intimità familiare, tranne forse nel saluto finale: "Detto ciò, figlio carissimo, ti auguro ogni bene sempre nel Signore". 
La I lettera (774-785) è indirizzata a Offa re della Mercia, regione dell'Inghilterra cristianizzata a metà del VII secolo, e annuncia la vittoria di Carlo su Longobardi e Sassoni, con toni di ispirazione religiosa: "Noi abbiamo sottomesso alla nostra potestà l'illustrissima capitale dei Longobardi con tutti i suoi abitanti e, con l'aiuto di Cristo, -a cui desideriamo servire-, abbiamo facilmente sottomesso al nostro impero l'Italia intera [...] e i Sassoni hanno ricevuto il sacramento del battesimo, divenendo così d'ora in poi servi del Signore Gesù Cristo". 
Ancora ad Offa è indirizzata la lettera VIII (795-796) con la quale Carlo comunica la vittoria sugli Avari e la cattura del loro favoloso tesoro custodito nel Ring; e la lettera XII (forse del 796) in cui Carlo gli invia un certo prete Scotto, macchiatosi di interruzione del digiuno durante la Quaresima, perché sia giudicato dal suo vescovo.
Due lettere sono inviate all'imperatore di Costantinopoli: la prima (lettera XXIII, dell'811) a Niceforo, con il quale i rapporti erano stati sempre molto tesi, e con cui si cerca ora una qualche forma di compromesso, forse nel tentativo di farsi riconoscere dall'imperatore d'Oriente il titolo imperiale, che Niceforo gli aveva sempre ostinatamente negato. Per far ciò, ancora una volta, Carlo presenta se stesso come il difensore dell'ortodossia contro le eresie e il ritorno del paganesimo, e chiama Dio stesso a mediatore dell'accordo fra i due re, "affinché noi, che siamo segnati con il Suo nome, e confidiamo di essere stati redenti dall'eterna minaccia della Morte per elargizione della Sua passione, meritiamo di portare ad onesto e utile compimento ciò che stiamo intraprendendo sotto la Sua ispirazione". La lettera XXIV, invece, è indirizzata nell'813 al nuovo imperatore d'Oriente, Michele Rangabe, il quale, a differenza del suo predecessore, riconosce a Carlo il titolo imperiale e riceve di conseguenza la lettera da Carlo a sigillo della pace fra i due imperi.
Molto più numerose le lettere dedicate da Carlo a monaci o personaggi dell'ambiente ecclesiastico.
Incoronazione di Carlo Magno da papa Leone
(miniatura)
   
A papa Leone III è indirizzata la IX lettera (del 796), lo stesso papa che nella notte del Natale dell'800 incoronerà Carlo in S. Pietro quale "Karolo Augusto, a Deo coronato, magno et pacifico imperatori Romanorum". Nella lettera, scritta nell'occasione dell'ascesa al soglio pontificio di Leone e per esprimere contemporaneamente il cordoglio per la morte del predecessore, papa Adriano I, Carlo ne approfitta in realtà per delineare -dal suo punto di vista- i rapporti corretti fra Papato e Impero, fra trono e altare, presentando se stesso come difensore in armi della Chiesa: "A noi spetta, secondo l'aiuto della divina misericordia, difendere con le armi ovunque, all'esterno, la Santa Chiesa di Cristo dall'incursione dei pagani e dalla devastazione degli infedeli, e all'interno fortificarla con il riconoscimento della fede cattolica. A voi invece, Padre santissimo, spetta alzare -come Mosè- le mani a Dio per aiutare la nostra milizia, cosicché, con la vostra intercessione e grazie alla guida e alla concessione di Dio, il popolo cristiano riporti sempre ed ovunque vittoria sui nemici del Suo santo nome, e il nome del Signore nostro Gesù Cristo sia glorificato nel mondo intero".
Ad Angilberto abate di Saint-Riquier, oltre che uno dei più fidi ministri di Carlo Magno nonché membro della Schola Palatina, Carlo indirizza la lettera X (del 796) con l'incarico di recarsi a Roma da papa Leone come suo tramite. Nella lettera Carlo si mostra ben conscio, oltre che dei pericoli esterni che minacciavano la Chiesa, anche di quelli interni, se è vero che scrive ad Angilberto "persuadilo [il papa] con vigore a sradicare l'eresia simoniaca, la quale in molti luoghi deturpa il sacro corpo della Chiesa".
Nella II lettera (776), da alcuni però considerata non autentica, Carlo scrive a Manasse abate di Flavigny, concedendogli il permesso di fondare una comunità monastica presso Corbigny. Dopo un esordio solenne ("Sia benedetto nei secoli il nome del Signore, che, grazie alla lodevole vita dei tuoi monaci, vien sommessamente glorificato tra le genti, poiché nella vostra bocca c'è sempre la Sua lode"), e il testo della concessione, la lettera si conclude annunciando l'invio al monaco di una teca d'argento contenente reliquie del sepolcro di Cristo e di San Giacomo, "fratello del Signore".
La III lettera (del 787) è indirizzata a Baugulfo, abate della celebre abbazia di Fulda, fondata nella prima metà dell'VIII secolo dall'abate Sturmi, discepolo di San Bonifacio. Baugulfo si ritirò a vita nell'abbazia, morendo (nell'815) in una piccola cella che poi da lui verrà chiamata Cella Baugulfi. Il tema portante della lettera è un invito all'abate ad impegnarsi nell'istruzione dei suoi monaci, dedicandosi in particolare agli studi letterari. La lettera e l'invito di Carlo assumono particolare rilievo alla luce della cosiddetta "rinascita carolingia", che avrà proprio nell'abbazia di Fulda uno dei suoi centri principali. Carlo, in particolare, predica "l'insegnamento letterario, rivolto a coloro che, per dono di Dio, sono in grado di apprendere, ognuno secondo la propria capacità", affinché "coloro che si sforzano di piacere a Dio vivendo rettamente, non trascurino di piacergli anche parlando rettamente. Sta scritto infatti: O dalle tue parole sarai giustificato, o dalle tue parole sarai condonnato (Mt 12,37)". Lo scopo dello studio deve essere "impegnarsi specificamente a servire la verità". E quid est Veritas? La verità di Dio, ovviamente. Da qui il salto verso l'esegesi delle Sacre Scritture è breve: "Vi esortiamo non solo a non trascurare gli studi letterari, ma anzi a sforzarvi di apprenderli con impegno umile e a Dio gradito, affinché possiate penetrare più facilmente e più correttamente i misteri delle divine Scritture. Poiché nelle Sacre Pagine si trovano figure retoriche, metafore, e cose simili, è evidente che qualsiasi lettore comprenderà tanto più velocemente il loro senso spirituale, quanto prima si sarà pienamente edotto nella scienza letteraria". 
Anche la lettera XI a Lullo arcivescovo di Magonza (768-800 ca.) -probabilmente discepolo di San Bonifacio, l'evangelizzatore della Germania e morto martire nel 754 per mano di Frisoni pagani- affronta il problema del'istruzione dei monaci, e in genere dei cristiani, che l'imperatore considera essenziale: "Essendo tu solerte e vigile, con il favore di Dio, nel guadagnare le anime dei fedeli, noi ci chiediamo con meraviglia perché tu non sia per nulla sollecito nell'erudire il tuo clero con lo studio delle lettere. Puoi infatti vedere ovunque i cuori dei tuoi sudditi circondati dalle tenebre dell'ignoranza e, pur potendo infondere nelle loro menti un raggio di erudizione, permetti invece che essi giacciano nella caligine della loro cecità". L'ammonimento di Carlo è dunque netto e non ammette repliche: "D'ora in poi dunque cingiti i fianchi, padre amabile, e sii sollecito nell'arricchire i tuoi figli con le scienze letterarie; in tal modo soddisferai anche la nostra volontà in questa faccenda che ci è molto a cuore, e inoltre ti guadagnerai la ricompensa del premio eterno".
Rabana Mauro, Alcuino (secondo da sinistra) e l'arcivescovo
di Colonia (Wien, ONB cod. 625)
Al celebre Alcuino di York, direttore della Schola Palatina e vero artefice della "rinascita carolingia", Carlo indirizza due lettere: la XIII (nel 798) e la XVII (803). Alcuino nel 796 si era ritirato nel monastero di San Martino a Tours, del quale era diventato abate (e lì morì nell'804). Nella prima lettera Carlo risponde ad Alcuino, che a sua volta aveva richiesto il parere di Carlo circa il nome da dare alle domeniche precedenti la Quaresima. La questione, di pura erudizione, dà però l'occasione a Carlo di accennare prima alla modalità corretta di esegesi delle Sacre Scritture, in cui gli eventi dell'Antico Testamento "sono ombre delle cose future" (umbra futurarum o interpretazione figurale, seconda la nota accezione di Erich Auerbach); quindi di spostare il piano della conversazione su un piano più intimo e familiare, quando -nella chiusa della lettera- Carlo discretamente invita l'amico di un tempo a dimorare ancora alla sua corte: "Quanto poi al fatto che voi vi siete serviti delle parole rivolte dalla regina di Saba a Salomone per indicare la felicità dei servi che stanno presso di noi e ascoltano le parole della nostra saggezza, se veramente sapete che è così, allora venite, state con noi; ascoltate ed insieme nel Signore dilettiamoci godendo dei prati lussureggianti e variegati per i fiori delle Scritture". Nella lettera XVII (803), invece, Carlo rimbrotta aspramente i monaci di Tours, di cui Alcuino era diventato abate, per aver ospitato un chierico già condannato dal proprio vescovo, ordinando loro che il chierico venga rimesso all'autorità ecclesiastica.
La IV lettera (767-796 ca.) è inviata ad Atilardo arcivescovo di Canterbury e a Cleovulfo suo vescovo ausiliare. In essa Carlo chiede che i due prelati intercedano presso il re Offa per due esuli inglesi che si erano rifugiati alla sua corte, domandando che essi vengano bene accolti in nome della "carità di Cristo, il quale ha detto Perdonate e vi sarà perdonato", o, in caso contrario, vengano rispediti indietro da lui: "è meglio infatti che affrontino il viaggio piuttosto che periscano ed è meglio che servano in una patria straniera piuttosto che muoiano nella propria". La richiesta si basa sul vincolo di amicizia e di carità che lega Carlo ai due destinatari (e questi a Cristo): "Non riteniamo assolutamente giusto che la lontananza della vostra terra e l'ampiezza del mare burrascoso debbano infrangere i diritti di una amicizia che ci vede alleati in Cristo. Anzi, quanto più viviamo separati umanamente da molto spazio, tanto più il nostro patto di carità dovrà essere custodito con provata fedeltà".
La VI lettera, scritta nel 794, è indirizzata a cinque vescovi (Iltibaldo di Colonia, Maginardo di Rouen, Agino di Costanza, Gerhoho di Eichstatt, Artrico vescovo di incerta sede), e tratta di argomenti teologici, ovvero i sette doni dello Spirito Santo. Carlo, che fra gli altri suoi titoli vantava anche quello di Patricius Romanorum, ossia protettore e difensore della romanità, e della Chiesa in particolare, si sente autorizzato a fornire ai vescovi il suo punto di vista su una questione dottrinale, "in questa ultima età del mondo (l'ultima ma certo la più felice a motivo dell'avvento di Cristo)". Dopo aver quindi illustrato i doni dello Spirito e la loro conseguenza sulla vita del cristiano, Carlo conclude con un'ennesima invocazione: "O Cristo, salvezza del mondo, gloria perpetua dei santi, sia a Te sempre lode e onore nella rocca celeste".
Croce di Lotario (Tesoro di Aquisgrana)
La VII lettera, ad Elipando metropolita di Toledo e agli altri vescovi di Spagna (794) è la più lunga delle lettere di Carlo. In Spagna era sorta un'eresia, quella adozionista, che dopo il Sinodo di Siviglia (784) si stava diffondendo a macchia d'olio nei territori spagnoli. Nel contrasto secolare sulla doppia natura di Cristo (divina e umana), l'eresia adozionista definiva Gesù non figlio propriamente ma "figlio adottivo" (adoptivus filius) di Dio, chiamato cioè da un certo momento in poi -dopo il battesimo nel fiume Giordano- a una missione particolare, dopo la quale soltanto egli avrebbe assunto la natura divina. Tale teoria comprometteva ovviamente il dogma trinitario, relegando Cristo a un ruolo inferiore a quello del Padre, e fu combattuta aspramente da Carlo, che vedeva in una frattura religiosa anche una possibile frattura del suo impero, per cui egli ne approfitta per ribadire ancora una volta il suo ruolo di difensore della Chiesa e della vera fede: "Questa fede ortodossa, trasmessa dai Dottori apostolici e custodita dalla Chiesa universale, noi professiamo di custodire e predicare ovunque integralmente, per quanto possiamo secondo le nostre forze". Il tono della sua lettera passa pertanto dall'appello all'unità, infarcito di citazioni scritturali, all'aspro rimbrotto se non all'aperta minaccia: "La pietà cristiana si rallegra di stendere le sue due ali di carità -cioè della carità divina e di quella fraterna- sugli spazi immensi del mondo [...]. E la più grande gioia della santa Madre Chiesa è che i suoi figli siano uniti e che siano perfetti nell'unità, essendo stati redenti da uno solo; il quale Redentore, il Signore nostro Gesù Cristo, dice infatti: Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché tutti siano uno, come anche noi siamo uno (Gv 17, 11). [...] E' giusto che di tutti i cristiani una sola sia la fede e uno solo lo spirito, come uno è l'ovile e uno il pastore. E coloro che saranno trovati fuori dal recinto dell'ovile della Chiesa, verranno divorati dalla rabbia dei lupi, poiché non ascoltano la voce del buon pastore, il quale entra ed esce davanti alle sue pecore, per condurle ai pascoli della vita eterna". Infatti "il principio della nostra salvezza è la fede: se questa è intatta e forte e piena di salute, tutto il corso della vita trascorre felicemente, sulle orme delle opere buone, fino alla fine" di modo che "possiamo giungere al porto dell'eterna pace dopo che la barca della nostra vita, guidata dallo Spirito Santo, sarà passata attraverso i burrascosi flutti di questo mondo". L'accusa rivolta da Carlo ai sostenitori dell'eresia è quella di farsi "maestri dell'errore": "il cristiano non deve sentire fastidio di chiedere, quando è incerto, e non deve vergognarsi di imparare, quando non sa. Infatti [...] è meglio essere discepolo della verità che maestro dell'errore: quello è sempre portato più in alto, questo scivola più in basso e diventa maestro di errore proprio perché ha sdegnato di essere ascoltatore della verità". Tali falsi maestri piegano la fede alla ragione, ma così facendo il loro destino eterno è segnato: "Non crediate di poter indagare i misteri divini con i ragionamenti dell'ingegno umano, ma piuttosto rendete onore, credendo, a ciò che l'umana fragilità non può attingere con le sue temerarie indagini. [...] Siete diventati figli adottivi di Dio Padre attraverso Colui che non è Figlio adottivo, ma vero e proprio; rimanete ora saldi, per mezzo dell'inviolabile professione di fede [...], correte finché avete ancora luce, perché le tenebre della scomunica non vi colgano: da essa non potrete liberare i vostri piedi, ma piangerete per i lacci che vi terranno prigionieri nell'eterna dannazione". Finché la lettera non si conclude con la stessa immagine iniziale delle ali della Chiesa che tutti raccoglie e protegge: "Tornate a riposare sotto il manto delle sue ali, affinché la vorace rapacità del diavolo, trovandovi fuori, non vi divori con le sue nefande fauci".
La croce ferrea e il globo imperiale di Carlo Magno
Così come nella lettera XVI (dell'802) che è una sorta di sermone esortativo di carattere religioso ai magnati e al popolo del suo regno. Il brano è pieno di citazioni scritturali, e cosa più interessante, è una delle lettere più infarcite di barbarismi e di espressioni del linguaggio parlato, quindi conserva probabilmente molto del "vero" Carlo. Fin dall'esordio Carlo presenta se stesso -e il suo ruolo di Imperatore "per grazia di Dio"- come frutto di un volere provvidenziale, facendo in tal modo trasparire una visione dello Stato tutt'altro che laico, ma decisamente da "Stato etico", che ha il diritto di indirizzare anche la condotta etica dei sudditi: "Udite, fratelli dilettissimi, siamo stai inviati qui per la vostra salvezza, per ammonirvi e dirvi come dovreste vivere in modo giusto e buono secondo Dio, in giustizia e misericordia". Le conseguenze per chi trasgredisce non sono solo in questo mondo ma anche nell'altro: "Breve è questa vita e incerto il tempo della morte: che cosa dunque dobbiamo fare, se non essere sempre pronti? Pensiamo quanto sia terribile cadere nelle mani di Dio!".  
Nella lettera XVIII a Gherbaldo o Garibaldo vescovo di Liegi (804), Carlo esorta il vescovo a verificare la conoscenza dei rudimenti della fede (almeno il Pater Noster e il Credo) da parte di chi porta un bambino a battezzare; e sempre a Gherbaldo è indirizzata la lettera XXI (forse dell'809), in cui Carlo lo informa dell'indizione di tre solenni digiuni in tutto il regno, per scongiurare l'imperversare di calamità, epidemie e attacchi di popoli pagani. Carlo esorta a "chiedere aiuto a Colui nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo (At 17,28)" contro tutte le avversità del mondo; infatti "da questi fatti esteriori possiamo comprendere che noi non siamo in nulla graditi interiormente a Dio, dal momento che siamo costretti a sopportare tanti mali esteriormente. Perciò ci sembra assolutamente opportuno che ognuno di noi si adoperi ad umiliare il proprio cuore nella verità, e in qualunque luogo o in qualsiasi atto o pensiero si accorga di aver offeso Dio, si purifichi con il pentimento e pianga e si dolga e si guardi per il futuro da questi mali, nella misura in cui potrà, per concessione dello stesso Dio".
Altre lettere sono la XIV ai vassalli del regno (795-800), in cui Carlo esorta i vassalli al rispetto dell'autorità ecclesiastica e al regolare pagamento delle imposte, secondo quanto stabilito nel Capitolare di Francoforte del 794; la lettera XV ai monaci di San Martino a Tours (800), da alcuni giudicata non autentica, in cui Carlo ordina ai monaci di permettere ad Alcuino di York la fondazione di una comunità di venti monaci a Cormery; ancora a  la lettera XIX a Fulrado abate di Nieder-Alteich (in Baviera), in cui Carlo ordina al vescovo di allestire il proprio esercito per la guerra contro i Sorabi, una popolazione slava stanziata in Sassonia; la XXII a Odilberto arcivescovo di Milano (811), in cui Carlo esorta il vescovo a curare la retta esposizione della fede cattolica, soprattutto riguardo al battesimo e ai suoi riti.
Il quadro complessivo che ne traspare è quello di un uomo molto religioso che ha tentato in ogni modo -e ci è riuscito finché era in vita- di mantenere l'unità del suo regno. Agli occhi di noi moderni ci appare come un grande Imperatore che ha realizzato per la prima volta un'unione europea di fatto, conciliando l'elemento germanico con quello romano, sotto l'unico ombrello del Cristianesimo. E' questo il motivo per cui la sua figura resta un modello a cui guardare per tutti coloro che hanno una certa idea di Europa; soprattutto questi anni in cui "non senza difficoltà ci stanno conducendo verso l'unità europea, notiamo che i nostri pensieri vanno sempre più spesso a Carlo come a un Pater Patriae: a uno dei Patres, se non proprio e addirittura all'unico" (F. Cardini).


2 commenti:

  1. Bravo! Ho condiviso su mio facebook.com/cozzare !!!!!

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  2. Colonia, la Città nei tempi di Carlo Magno e l'origine leggendarie della Famiglia Cavalcanti nel Castello di San Giglio. Secolo VIII: "Poichè per ben notare che altri facesse, non troverebbe in queste pagine chi fossero gli antichi del nostro autore, stimo pregio dell'opera il produrre ciò ch'egli invece ne scrisse nella seconda Storia. Condoni chi legge il molto inverisimile del racconto a quel po' di vero che può, all'occorrenza, venirgli opportuno.
    "Deliberai di scrivere quanto avevo sentito dagli antichi, e sì da' Malavolti, che ne' Frati Predicatori hanno l'albero in Siena del nostro e del loro origine.

    Sappi, lettore, che la città di Colonia è molto magnifica di popolo plebeo, e nuda di catuno sangue gentile; e l' Arcivesvovo di questa città n' è signore, e di fuori a' limitari delle cittadinesche porte, nessuna signoria ed altra maggiorità per l' Arcivescovo o per alcuno plebeo se confessa, ma in tutto per molti gentili uomini si tiene; e di tale luogo i Cavalcanti vennono.
    La loro residenza della signoria di più castella, e la principale sedia era in San Giglio.
    Questo castello è molto magnifico, di popolo pienissimo; del quale uscirono quatro fratelli, ed in compagnia d'uno signore il quale passò in questa Italia dietro alla cacciata de'Goti.

    I quali Goti occuparono tutta l' Italia anni dugento: e dopo la partita di sì nimichevoli barbari s' ordinò la città di Firenze, che da'consoli de mercatanti fussono date le leggi *, e procedessene il civile governo; e di ciò le antichità delle prime matricole ne fanno certissima fede, perchè de' Cavalcanti furono i primi Consoli. Ancora si truova che i primi ordinamenti che fece il populo furono confermati da uno cavaliere de' Cavalcanti, come podestà della sì fatta repubblica (...)" ISTORIE FIORENTINE scritte da GIOVANNI CAVALCANTI, Volume II, pag. 455 a 457 - APPENDICE §. 4.- FIRENZE, Tipografia ALL' INSEGNA DI DANTE, 1838.

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