mercoledì 20 marzo 2013

L'arte paleocristiana: la pittura delle catacombe e la nascita dell'allegoria

Il buon Pastore (Roma, Catacombe di Priscilla)
Dopo l'Editto di Costantino del 313 e, definitivamente, con l'Editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380, al Cristianesimo ufficiale si spalancano le porte della produzione e della committenza di opere d'arte. Come è ovvio che sia, però, nella storia non si procede mai per fratture nette, ma per letti smottamenti, pressoché impercettibili anche all'occhio più attento. L'arte cristiana così, piuttosto che crearsi ex novo un proprio repertorio figurativo distinto nettamente da quello pagano, preferisce pragmaticamente mantenere quest'ultimo, rivisitandolo e reinterpretandolo alla luce del nuovo messaggio cristiano. Tale procedimento spalanca le porte all'allegoria, metodo interpretativo per antonomasia della primissima arte paleocristiana, e poi del periodo medievale in genere: essa nasce, pertanto, da un oggettivo stato dell'arte del tempo, caratterizzato appunto dalla necessità di dare nuovi significati a vecchi significanti, nuovi contenuti a forme passate e sorpassate del paganesimo. Questa innata tendenza è poi accentuata dalla vocazione aniconica di molte religioni, Cristianesimo non escluso (almeno quello delle origini), che spinge ad evitare la rappresentazione diretta di immagini divine, nel caso specifico di Gesù, sostituendole con immagini simboliche o con scene di vita reale ma da interpretare sul piano di un livello secondario: dal letterale all'allegorico, appunto.
Da ultimo, nella tendenza del primo Cristianesimo ad evitare rappresentazioni dirette di Gesù (le cui immagini sono rarissime nella pittura parietale delle catacombe), c'è poi l'imbarazzo specifico dei primi cristiani di fronte allo "scandalo della croce" (per usare le parole di Paolo, 1Corinti 1, 23), da cui la predilezione nelle rare immagini cristologiche per scene della Natività o, in second'ordine, del Christus triumphans, di derivazione dall'iconografia imperiale pagana (l'imperatore seduto in trono).
Fra i complessi di catacombe vanno ricordati: le catacombe di Callisto, di S. Sebastiano e Santa Domitilla (tutte presso la via Appia antica), quelle di Priscilla e di Santa Agnese (lungo la via Salaria): il primo si ricorda anche per la "Cripta dei papi" (nella cosiddetta Area I, della fine del II secolo) con le più antiche sepolture dei pontefici e per la prima attestazione in una transenna marmorea della parola "papa", riferita al pontefice Marcellino (296-304).
I tre fanciulli nella fornace (Roma, Catacombe di Priscilla)
Le catacombe (da katà + kùmbas, ossia 'sotto le grotte') costituiscono un complesso sistema cimiteriale, fatto da gallerie sotterranee (fino a 30 metri) che si sviluppano su più livelli, dislocate sulle vie consolari che dal centro di Roma si irradiavano per l'aperta campagna: le catacombe di Callisto sono costituite da ben quattro livelli sovrapposti -per guadagnare spazio per le tombe-, e si estendono per circa 20 chilometri, e un numero totale di sepolture intorno a mezzo milione. Le catacombe avevano una scala di accesso (descensus o catabaticum), mentre le gallerie erano chiamate cryptae. Tre erano i tipi di tombe: il loculo, con il lato lungo a vista; la tomba a forno, con il lato corto a vista; e la tomba a mensa, destinata ai nobili, con una nicchia arcuata detta arcosolium; gruppi di defunti potevano però essere disposti in posizione verticale (chiamate in questo caso pilae), e tutte erano illuminate da lucernari o lucerne ad olio. Della sepoltura si occupavano i cosiddetti fossores, spesso rappresentanti nei dipinti sulle pareti. 
Sia i singoli loculi che i corridoi sotterranei possono essere contrassegnati da pitture e affreschi, tutti dal fortissimo valore allegorico. I simboli più comuni sono: 1) il pesce, che sul piano letterale richiama il pescatore Pietro, oltre che essere al centro di molti episodi del Vangelo (la moltiplicazione dei pani e dei pesci, i banchetti con Gesù), ma da un punto di vista allegorico rappresenta il Cristo stesso: la parola 'pesce' in greco -lingua di uso comune a quel tempo- è infatti ichtùs, il cui anagramma può essere sciolto come Iesùs Christòs uiòs Theoù ('Gesù Cristo figlio di Dio'). 2) il Buon Pastore che cura e nutre il suo gregge come Dio -e Gesù- fanno con il popolo dei cristiani, secondo molte immagini bibliche ed evangeliche (per es. Isaia 40, 11; o Giovanni 10, 1-18). 3) il pane e il vino, emblemi dell'eucaristia. 4) simboli vegetali e animali, quali: la palma (simbolo del martirio), la corona d'allora (simbolo della vittoria finale dei giusti), il ramo d'olivo (simbolo di pace); il pavone (= i mille occhi di Dio). 4) Altri infine fanno riferimento diretto alla morte e alla speranza di una sopravvivenza nell'aldilà: Daniele che si sottrae alla fossa dei leoni (= le fauci della morte), i tre giovani che sfuggono alla fornace ardente (= le fiamme dell'Inferno); Noè che sfugge al diluvio, la resurrezione di Lazzaro; la resurrezione della fenice. 5) monogrammi molto diffusi sono l'Alpha e l'Omega (Dio principio e fine di tutto), o l'anagramma XP (iniziali greche di Christòs); 6) da ultimo sono presenti riferimenti alla navigatio vitae, ossia alla vita come pellegrinaggio terreno verso il regno celeste, simboli quali l'ancora, il vaso con l'acqua o la barca. 
Il simbolo del pesce 
(Roma, Catacombe di S. Sebastiano)
Fra le rappresentazioni di Cristo, oltre a quelle già indicate, vanno poi ricordate l'agnello, simbolo pasquale e allusione al sacrificio di Gesù, morto per i peccati dell'umanità; o il pellicano che si squarcia il petto facendone sgorgare sangue che è cibo per i figli (= il sangue del Cristo in croce per i suoi figli). La figura antropomorfa in questa fase, come già detto, è rara, e quando compare si predilige sempre la figura del Cristo trionfante e vivente, opposto ai Christus patiens delle epoche successive. 
Per quanto riguarda i miti o gli episodi biblici a più alta frequenza andranno citati la storia di Giona, il cui soggiorno nel ventre della balena per tre giorni e tre notti richiama la morte e resurrezione di Cristo; o il sacrificio di Abramo, il cui intervento dell'angelo a bloccare l'uccisione di Isacco allude all'intervento di Dio nella vita dell'uomo. Fra i miti classici, invece, un buon successo riscuote il mito di Orfeo, la cui discesa e risalita dagli Inferi è ancora simbolo di resurrezione. 
Nel complesso l'arte paleocristiana è semplice, popolare e immediata, come è ovvio che sia per un'arte che muove i primi passi: in essa traspare il desiderio di superare la realtà sensibile per esprimere realtà spirituali; si avverte quindi uno sforzo da parte dell'artista di esprimere la trascendenza, e in questa tensione la realtà sensibile è come violentata, deformata in una smorfia e in uno stile essenziale: annichilita nel parto supremo dello Spirito che si proietta -o tenta di farlo- fuori dalla grezza materia.

1 commento:

  1. Ottima e affascinante spiegazione. Complimenti. Dario Lodi

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