lunedì 16 luglio 2012

"Hoka Hey! E' un bel giorno per morire!"


Canti del popolo Pellerossa


Solo negli ultimissimi anni, con libri, inchieste documentarie, film e canzoni (in Italia da De Andrè a Davide Van de Sfroos) si è finalmente gettata piena luce sul genocidio etnico e culturale del popolo dei Pellerossa, soprattutto nel corso del XIX secolo, ribaltando così la vulgata dell'uomo bianco "buono" e dell'indiano "cattivo" di tanta letteratura e cinematografia western. Popolo privo dell'uso della scrittura, e quindi di una vera e propria letteratura, il popolo Pellerossa creò comunque una lunga serie di canti accompagnati da strumenti tradizionali che ne rivelano pienamente la mentalità e il pensiero. I temi principali di questa produzione sono: la religione della Natura (i Pellerossa erano animisti), ossia il grandissimo rispetto dell'ambiente e della Madre Terra; l'attaccamento viscerale alla propria terra di origine (oggi si direbbe alla Patria); il sentimento della propria fierezza unito al culto spasmodico della propria libertà che li portò sempre a rifiutare la ghettizzazione nelle riserve (da loro definite "recinti", come quelli degli animali); e ancora la caducità dell'uomo nei confronti dell'eternità del mondo e del "Grande Spirito"; e infine il culto della Tradizione, nel senso di adesione ai valori degli antichi, all'autorità e in genere al modo di vita degli antenati. Insomma esattamente il contrario della mentalità "progressista" dell'uomo contemporaneo, basata sul dominio dell'uomo sulla Natura, mentalità consumistica, materialistica e profondamente nichilista.
Leggendo questi testi, alla fine, si impara l'arte -ché di arte si tratta- di vivere la vita e di affrontare il giorno della morte con serenità e senza paura, esattamente secondo l'incitamento di Cavallo Pazzo (Crazy Horse) ai suoi uomini: "Hoka Hey! E' un bel giorno per morire!"

Per scaricare la recensione insieme a un'antologia commentata di Canti del popolo Pellerossa
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2 commenti:

  1. Ho sempre avuto una forte curiosità per questo argomento, pur senza aver mai approfondito la cosa, se non spulciando su internet e comprandomi un'edizione tascabile di alcuni canti tradizionali (la Newton Compton, da te citata). I principali fatti storici da te richiamati li avevo letti qua e là su vari siti in precedenza, la cosa che invece mi ha interessato di più è la tua chiave di lettura nei confronti della loro cultura. Libertà, Patria, Natura (= Dio), anti-progressismo... Categorie anche moderne (spesso logorate da usi ideologici – penso alla triade fascista Dio-Patria-Famiglia) che possono più o meno attirare la simpatia o l'antipatia del lettore di oggi, ma che, calate nel contesto incontaminato di una cultura indigena, si ripuliscono dalle incrostazioni moderne e tornano a mostrarsi per quello che sono, nella loro originalità.
    Io non credo al mito del buon selvaggio, tanto meno a quello del buon civilizzato. La riflessione che mi nasce è che forse di buono non c'è proprio nessuno, e la Storia va avanti sugli interessi del più forte. Una odiosa legge della giungla che si ripete: si pensi agli imperialismi e neo-imperialismi militari/economici che regolano in ogni istante – che ce ne accorgiamo o no – le nostre vite. Certo è che una società basata sul rispetto persino sacrale della Terra e della Vita a me suona come una nobilissima provocazione per la nostra società, nella quale invece entrambe le realtà stanno sotto la dittatura del controllo umano.

    Una volta (era il 2005) su Famiglia Cristiana lessi un articolo molto ben scritto sul fatto che il Governo degli Stati Uniti aveva concesso ai Nativi – a mo' di indennizzo, credo – delle condizioni agevolate per la gestione del gioco d'azzardo. Questo aveva causato il proliferare di sale da gioco a gestione indiana e un vasto indotto di depressione sociale (alcolismo, dipendenze, ecc.). Ricordo che quella lettura (di cui purtroppo non so fornire gli estremi) mi fece pensare parecchio al magro destino toccato a questi popoli e a quanto patetico sia il ruolo marginale, da gestore di casinò di provincia, che molti di loro hanno accettato di (o sono stati costretti a) assumere. Eppur s'ha da campare...

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  2. Il popolo Pellerossa è un popolo tradizionalista, ma -come fai notare tu- non ovviamente nel senso "politico" attuale, ma nel senso, se vogliamo banalissimo, di sentirsi attaccato alle proprie radici, alla propria storia, alla propria terra, ai propri padri. Che è quello che noi occidentali del XXI secolo stiamo tentando in ogni modo di cancellare. Ma un popolo senza storia, senza passato, non ha futuro. Tu parli di "nobilissima provocazione per la nostra società": d'accordissimo.

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