martedì 23 aprile 2019

Il libro del profeta Osea (o Dell'amore)

Duccio di Boninsegna, Il profeta Osea (1308-1311)

Il Libro di Osea è il primo libro dei 12 Profeti minori dell'Antico Testamento: redatto all'incirca negli anni 750-725 a.C., è un piccolo libretto costituito da soli 14 brevi capitoletti.
La particolarità e l'originalità del libro risiedono in due aspetti principali: il primo è l'elemento biografico relativo alla vicenda terrena, e profondamente umana, vissuta direttamente dal profeta in prima persona, vicenda innegabilmente simbolica e paradigmatica dell'intera storia d'Israele, ma non per questo - secondo il parere unanime degli studiosi - fittizia: si tratta cioè di una esperienza reale, e non di una storia inventata di sana pianta per fini esegetici e/o letterari. 
Osea prende in moglie tale Gomer figlia di Diblaim, di professione prostituta, dalla quale nascono tre figli: due maschi e una femmina. Se poi tali figli siano davvero di Osea, o siano a sua volta il frutto del tradimento della donna, può essere questione interessante ma non fondamentale ai fini dell'interpretazione generale: sta di fatto che tutti e tre i figli portano nomi altamente simbolici (Izre‘él, “Dio disperderà”; Lo’ruhamáh, “Non-amata”; Lo‘ammî, “Non-mio-popolo”), relativi al rapporto di infedeltà del popolo di Israele nei confronti di Dio. Passa un po' di tempo e Gomer abbandona il marito per ritornare inopinatamente  alla sua prima professione. In un primo momento il profeta, peraltro secondo la Legge di Mosè, ripudia la donna, e addirittura vorrebbe coinvolgere nello scandalo gli stessi bambini, "figli della prostituzione", denunciandoli nella pubblica piazza: e la cosa ci pare umanamente comprensibile. Eppure il suo amore per la donna è profondo e inalterato, e, dopo averne implorato il pentimento (shûb, termine che però indica anche la 'conversione'), si dichiara disposto ad accoglierla di nuovo e a riabbracciarla, come se nulla fosse accaduto.
Il valore esemplare e paradigmatico della vicenda è evidente: al tradimento di Israele, che abbandona il suo Dio per darsi alla prostituzione con gli idoli, fa da contraltare l'amore immutato del Signore, che si dichiara disposto a perdonare e ad accogliere nuovamente il peccatore, purché egli si penta con tutto il cuore e si converta al vero amore del Creatore.
La vicenda biografica del profeta fa da spunto per il secondo tratto distintivo del libro di Osea, che è poi quello per cui è universalmente noto, e che costituisce uno dei più antichi esempi in tal senso nella Bibbia, ossia l'impostazione del rapporto fra Dio e l'uomo (Israele) in termini sponsali: Dio è il marito o il giovane sposo, Israele è la moglie o la giovane sposa; ovvero, in maniera parallela ma anche se vogliamo più forte e potentemente originale, Dio come madre e Israele come figlia. Il rapporto fra Dio e l'uomo si pone quindi, e per la prima volta, nei termini del linguaggio dell'amore: le infedeltà di Israele si inquadrano di conseguenza nell'ottica del tradimento, e il suo abbandono in quella della prostituzione. Ma Dio, fedele sempre all'antico amore, si dichiara disposto al perdono dell'infedele, auspicandone prima o poi il ritorno a casa dal marito (o madre) paziente.

Così scrive Osea:

Non c'è infatti sincerità, né amore del prossimo,
non c'è conoscenza di Dio nel paese.
Si giura, si mentisce, si uccide, 
si ruba, si commette adulterio, 
si fa strage, e si versa sangue su sangue 
                                                      (4, 1-2)

Il versetto chiave è Non c'è conoscenza di Dio nel paese: non avere conoscenza di Dio significa infatti derogare e venir meno all'ordine morale di cui solo Dio è garante: il diritto, l'amore, la misericordia e la giustizia fra gli uomini; e significa ricadere, al contrario, nel baratro del peccato: le menzogne, gli spergiuri, i furti e gli assassinii.  
Ciò succede quando, nel cuore dell'uomo, il posto di Dio è preso dagli idoli:

Efraim si è alleato agli idoli
                                    (4, 17)

Idoli sono tutte quelle cose - oggetti materiali o falsi valori - che tiranneggiano il cuore dell'uomo e ne prendono il possesso, imponendogli una legge ferrea, una dipendenza psicologica, dalla quale egli non si può facilmente liberare. La società contemporanea, soprattutto quella capitalistica del mondo occidentale, trabocca di idoli: il denaro, il desiderio di emergere a tutti i costi e il successo facile, il potere, l'alcol, le droghe, il sesso... 

Hanno abbandonato il Signore
per darsi alla prostituzione.
Il vino e il mosto tolgono il senno
                                                    (4, 10-11)

Ma sono cose queste che non possono appagare lo spirito dell'uomo, la sua parte più vera e più profonda, la sua anima, ma si limitano a un breve e temporaneo soddisfacimento del corpo e della sola componente grettamente materiale. Servire gli idoli e asservirsi ad essi significa perciò cadere nell'idolatria, che è il peccato di sostituire l'unico dio con una pluralità di falsi dèi. Ma solo Dio appaga lo spirito dell'uomo che geme nel desiderio dell'infinito e dell'eterno, mentre gli idoli sono vanità, inchiodano il corpo dell'uomo a una materia destinata a passare e a morire, e alla fine non lasciano fra le mani niente, se non un pugno di mosche:

Efraim è un oppressore, un violatore del diritto,
ha cominciato a seguire la vanità
                                                        (5, 11)

 E chi insegue il niente, niente si ritroverà:

Hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta
                                                                     (8,7)

E ancora:

Perciò saranno come nube del mattino,
come rugiada che all'alba svanisce,
come paglia lanciata lontano dall'aia,
come fumo che esce dal comignolo!
                                              (13, 3)

Chi si asserve agli idoli, transitori e effimeri per definizione, ne segue anche il destino mortale: rinuncia a una prospettiva di eternità, che solo Dio può garantire, e limita la sua vita a un breve passaggio sulla terra, come una nuvola al mattino, destinata a scomparire nel giro di qualche ora; o la rugiada che dilegua ai primi raggi del sole, la paglia soffiata dal vento lontano dall'aia, o ancora il fumo che esce dal comignolo di una casa e si perde subito nel cielo.
La condizione del peccato è una condizione di esilio, che allontana dal Signore; non è però il Signore che si allontana dal peccatore - che anzi, non cessa di cercarlo continuamente - ma è il peccato stesso che è come se stendesse un velo o una barriera fra Creatore e creatura, e allontana automaticamente questa da quello:

Le loro azioni non permettono ad essi di ritornare al loro Dio,
perché uno spirito di prostituzione è in essi,
e non conoscono il Signore.
L'orgoglio di Israele testimonia contro di lui,
Efraim vacilla per il proprio peccato
                                        (5, 4-5)

La coscienza dell'uomo vacilla nel peccato, si intestardisce in esso, e il suo orgoglio lo fa ripiegare in se stesso, in un atteggiamento di chiusura e di rifiuto nei confronti di Dio.
Schiacciato dal peso del peccato, l'uomo si ritrova senza apparente via di uscita, e non desidera altro che la fine della sua angoscia, fosse pure nella morte:

Allora diranno ai monti: "Copriteci!"
e ai colli: "Cadete su di noi!"
                                                          (10, 8),

tutto insomma purché il suo peccato resti nascosto agli occhi di Dio e degli altri: da qui il desiderio - insano - di essere piuttosto seppelliti dalle montagne e dalle colline.
Ma è proprio nel momento dell'angoscia che l'uomo, prigioniero del peccato, realizza la sua limitatezza e tutta la sua fragilità, concepisce finalmente la sua non autosufficienza, e si rivolge nuovamente al Signore:

Me ne ritornerò alla mia dimora

dice il Signore,

finché non si sentiranno colpevoli
e cercheranno il mio volto;
nella loro angoscia mi ricercheranno
                                               (5, 15)

Il peccato ci fa sentire colpevoli e sporchi - agli occhi di noi stessi, di Dio e degli uomini - e ci getta nel pozzo scuro dell'angoscia e della disperazione. E nel momento dell'angoscia l'uomo ricerca Dio, ricerca il suo volto.
Soltanto a quel punto quindi l'uomo finalmente capirà, ed esclamerà con le lacrime agli occhi:

Allora dirà: "Ritornerò dal mio primo marito
perché ero più felice di ora"
                                                        (2, 9)

Queste parole ricordano da vicino quelle del figliol prodigo, nel momento in cui si rende conto dello stato di abiezione e di degradazione in cui è precipitato: "Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio" (Lc 15, 17-18). In sé queste parole non hanno niente di nobile: sono infatti dettate dal bisogno, e forse c'è da dubitare che si tratti di un pentimento sincero. Di nobile quindi non c'è l'atteggiamento del peccatore, ma solo l'infinita misericordia di Dio, che perdona anche chi non ne è degno, e perfino chi si pente così così e in fondo proprio no.

Perciò, ecco, la attirerò a me,
la condurrò nel deserto 
e parlerò al suo cuore
                                 (2, 16)

Il deserto è il luogo della solitudine e dell'incontro, e della nascita dell'intimità d'amore fra Dio e il suo popolo, mediante la stipula dell'alleanza, secondo le parole dell'Esodo. Come l'amato alla sua amata, Dio quindi condurrà Israele nuovamente nel deserto, come un'amata perduta e ritrovata; la condurrà nel luogo del primo incontro, che ha visto la nascita del loro amore, e lì parlerà al suo cuore, tenendola per le mani e guardandola negli occhi.
Nonostante il peccato, infatti, il Signore non può abbandonare a se stessa la sua creatura, come una madre non si dimentica della propria figlia o figlio, per quanti errori o sbagli possa aver commesso nella sua vita:

Quando Israele era giovinetto 
io l'ho amato,
e dall'Egitto ho chiamato mio figlio.
Ma più li chiamavo, 
più si allontanavano da me;
immolavano vittime ai Baal, 
agli idoli bruciavano incensi.
Io ho insegnato i primi passi ad Efraim,
tenendolo per mano;
con legami pieni di umanità li tiravo,
con vincoli amorosi;
mi piegavo su di lui per dargli il cibo,
ma essi non si sono resi conto
che ero io ad aver cura di loro
                                        (11, 1-4)

Come una madre premurosa, Dio ha condotto per mano Israele, gli ha insegnato i primi passi, lo ha preso fra le sue braccia, lo ha tirato a sé con vincoli d'amore e di tenerezza, gli ha dato il primo cibo; si è insomma preso cura dell'uomo in tutto e per tutto.
Sono sempre gli idoli che però corrompono il cuore dell'uomo ("immolavano vittime ai Baal, agli idoli bruciavano incensi") e fanno dimenticare all'uomo Dio:

li ho fatti pascere, si sono saziati;
e saziati, il loro cuore si è inorgoglito,
e così mi hanno dimenticato
                                           (13, 6)

Circondato e stordito dagli idoli, l'uomo si illude di essere autosufficiente, bastante-a-se-stesso, e pasciuto e sazio di beni materiali, dimentica Dio, e crede di poter fare a meno di Lui: questo è il ritratto attuale della società contemporanea, stordita e confusa da beni inutili e superflui, che ne irretiscono lo spirito e inducono a dimenticarsi di Dio.
Ma se l'uomo si dimentica di Dio, Dio non può dimenticarsi dell'uomo, come una madre non si dimentica dei propri figli, sangue del suo sangue e carne della propria carne:

Come potrei abbandonarti, Efraim, 
lasciarti in balia di altri, Israele?
Si sconvolge dentro di me il mio cuore
e le mie viscere si riscaldano tutte.
                                               (11, 8)

E ancora:

Che posso fare per te, Efraim?
Che posso fare per te, Giuda?
                                      (6, 4)

Queste parole sono proprie di chi si pone nell'atteggiamento del servizio, di chi liberamente e volontariamente si offre per fare un'opera buona, un'opera caritatevole per il bene dell'uomo; come fa del resto anche Gesù nei Vangeli: "Allora Gesù gli disse: Che cosa vuoi che io ti faccia? E il cieco a lui: Rabbunì, che io recuperi la vista!" (Mc 10, 51).
Certamente è atteggiamento opposto di chi vuole punire:

Non sfogherò il bollore della mia ira,
non distruggerò più Efraim,
perché io sono Dio e non un uomo,
sono il Santo in mezzo a te che non ama distruggere!
                                                                       (11, 9)

Un uomo, posto davanti a un tradimento, reagisce con forza sfogando la sua rabbia; ma non così il Signore Dio, il Santo di Israele, che uomo non è e non si abbandona all'impeto della sua ira. 
E' il Signore stesso che quindi si rivolge al peccatore, e non si stanca di richiamarlo e di indurlo a ritornare sui suoi passi:

E tu, tu torna al tuo Dio,
rispetta l'amore e la giustizia e spera sempre nel tuo Dio
                                                                                (12, 7)

E ancora:

Ritorna, Israele, al Signore, tuo Dio,
perché sei caduto per i tuoi peccati.
Preparate le parole da dire
e tornate al Signore.
Ditegli: "Perdona ogni iniquità!"
                                        (14, 2-3)

Che cosa bisogna fare dunque per ritornare pienamente al Signore?

Io voglio l'amore, non i sacrifici,
la conoscenza di Dio, non gli olocausti
                                                       (6, 6)

L'atteggiamento giusto da parte dell'uomo è una conversione sincera, fatta con il cuore, non una fede che si limita a gesti esteriori, a un vuoto formalismo, come del resto dice, e a più riprese, Gesù nei Vangeli contro i farisei e il fariseismo: "Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia voglio e non sacrificio" (Mt 9, 13).
L'invito del Signore all'uomo è dunque quello di compiere opere di giustizia, all'insegna dell'amore e della carità fra fratelli:

Seminate il seme di giustizia,
raccogliete il raccolto di bontà,
coltivate un nuovo terreno.
E' tempo di cercare il Signore
finché venga a far piovere su di voi la giustizia
                                                                 (10, 12)

L'uomo così si rende conto che non può vivere senza Dio, e che a Lui bisogna necessariamente ritornare se si vuole dare un senso e una svolta vera alla vita:

Affrettiamoci a conoscere il Signore,
come l'aurora è certa la sua venuta
e il suo giudizio sorgerà come la luce.
Egli verrà a noi come la pioggia,
come pioggia a primavera che irriga la terra
                                                      (6, 3a-b. 5b)

Il ritorno al Signore, dopo la morte del peccato, è il segno di una rinascita, come la luce dopo le tenebre, come la pioggia a primavera.
L'immagine della luce che vince le tenebre richiama poi immediatamente la vita che vince la morte. E la morte è la barriera insormontabile che inchioda l'uomo al suo destino, e in definitiva lo costringe a fare i conti con il Signore. Per quanto l'uomo possa far finta di ignorare Dio, immerso nei piaceri futili degli idoli, la morte resta lì, sullo sfondo, come un monito terribile, a ricordare che da essa non si può sfuggire, e prima o poi bisognerà rendere conto di quanto si è compiuto.

Venite, ritorniamo al Signore!
Egli ci ha straziato, Egli ci guarirà;
Egli ci ha percosso, Egli ci fascerà.
Dopo due giorni ci ridarà la vita,
e il terzo giorno ci farà risorgere
e vivremo alla sua presenza
                                           (6, 1-2)

Il Signore che colpisce risana, il Signore che ferisce rifascerà lui pure le ferite.
Gli ultimi versetti già proiettano, con un brivido, al riscatto dell'uomo dalla sua mortalità, pienamente realizzato dalla morte e resurrezione - al terzo giorno - del Signore Gesù: Iddio ci riscatterà dalla morte, ci condurrà alla vita eterna, dove vivremo - per sempre - alla sua presenza.
Solo Dio dunque può vincere la morte, rompere le barriere dell'effimero e della mortalità insita nell'uomo come una condanna, e lo possono proiettare in una dimensione eterna. Solo il Signore può pertanto proclamare:

Dalla polvere degli inferi li libererò!
Dalla morte li salverò!
Dov'è la tua peste, o morte?
Dov'è il tuo maleficio, o inferi?
                                  (13, 14)

Solo Dio ci libererà dalla peste e dal maleficio della morte, ci riscatterà dal buio degli inferi (lo sceòl ebraico) per condurci alla sua ineffabile luce: I desire to see the Light of God, recita l'iscrizione tombale di una nobildonna inglese in una chiesa pisana, e davvero Dio ci farà vedere la sua luce dopo il momentaneo appannamento degli occhi nel momento del trapasso.
Finalmente riconciliato a Dio, l'uomo vivrà con Lui e di Lui, in una dimensione salvifica di pace e amore eterni:

Farò per loro un patto in quel giorno
con le bestie dei campi,
con gli uccelli del cielo e i rettili della terra;
l'arco, la spada e la guerra
li bandirò dalla terra
e li farò dormire tranquilli.
Io ti unirò a me per sempre; ti unirò a me
nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore
                                                                                (2, 20-21)

Il rapporto d'amore fra Dio e l'uomo, quando improntato alla fedeltà reciproca, non può che generare pace, giustizia e diritto sulla terra, fra gli uomini e tutti gli esseri del creato, dove l'ingiustizia e la guerra sono bandite, e la conseguenza è una nuova età dell'oro, come nella profezia escatologica di Isaia:

Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell'arte della guerra
                                                          (Is. 2,4)

E ancora:

Misericordia e verità si incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra,
e la giustizia si affaccerà dal cielo.
Davanti a lui camminerà la giustizia
e sulla via dei suoi passi la salvezza
                               (Sal. 85, 11-12.14)

Il finale del libro di Osea è quindi quello di un ritorno dell'uomo a Dio, di una riconciliazione con il Signore, e nello stabilimento di un patto perenne che porterà alla realizzazione di una condizione di pace perfetta:

Io guarirò il loro traviamento, li amerò con trasporto;
perché la mia collera si è ritirata da loro.
Sarò come la rugiada per Israele,
egli germoglierà come un giglio,
getterà le sue radici come un pioppo,
i suoi germogli si estenderanno lontano;
la sua magnificenza sarà come quella dell'ulivo,
il suo profumo come quello del Libano.
Torneranno a sedersi alla mia ombra,
coltiveranno il frumento e faranno fiorire la vigna
che avrà la fama del vino del Libano
                                                            (14, 5-8)

Ma solo chi è saggio, e si rende conto di tutto ciò, potrà aspirare al raggiungimento di questo stato di perfezione eterna; l'uomo malvagio, che non vuole rinunciare ai suoi falsi idoli e che ne resta pertanto prigioniero, è destinato inevitabilmente alla perdizione, che è poi uno scacco esistenziale, visto che che ciò significa il fallimento di tutta un'esistenza:

Chi è sapiente comprenda queste parole
e l'intelligente le intenda!
Perché le vie del Signore sono diritte:
i giusti incamminano in esse,
mentre i malvagi vi inciampano!
                                         (14, 10)

La riflessione più importante che si impone dalla lettura del Libro di Osea è relativa al concetto dell'amore, del vero amore: che cos'è l'amore e che cosa è o dovrebbe rappresentare l'amore nella vita di ognuno? 
Osea ci fa capire innanzitutto che l'amore, per essere veramente tale, deve essere gratuito: il profeta non prende in moglie una donna bella e perfetta, ma una prostituta, così come Dio ama soprattutto i peccatori, purché si convertano. Allo stesso modo l'amore umano, come quello fra un uomo e una donna, per essere amore vero e profondo non può e non deve basarsi sui presunti meriti dell'uno o dell'altro, quali - ad esempio - la bellezza fisica, o la prestanza o un certo carattere, tutti elementi - chi più chi meno - che vanno e che vengono, destinati inevitabilmente a scomparire o a morire del tutto. Amare qualcuno è una scelta, libera e consapevole, dai tratti talvolta misteriosi, e comunque mai razionalizzabili del tutto: se costruito su tali basi non effimere, l'amore non può non essere che per sempre
Credere oggi nell'amore eterno è sempre più difficile, ma ciò accade perché esso viene costruito su basi fragili, come una casa costruita sulla sabbia. La bellezza, invecchiando, passa; la prestanza fisica decade, la ricchezza o la fama o il successo possono esserci un giorno e sparire il giorno dopo: se l'amore è basato su uno o più di questi elementi, ne viene ugualmente travolto. Ma ciò significa solo una cosa: che un amore così non era vero amore. Non lo è mai stato. Né prima né, a maggior ragione, dopo, quando vengono meno tutti i falsi legami che tenevano uniti.
"Nella buona e nella cattiva sorte", recita la formula cristiana del matrimonio: credere nell'eternità dell'amore e nell'indissolubilità del matrimonio significa credere nell'esistenza di un collante non effimero fra due anime, significa credere che qualunque cosa dovesse succedere nella vita, ciò che lega e che tiene uniti - l'amore appunto - non potrà mai venire meno. Chi invece lascia una persona, per i motivi più diversi, ma del tipo "non sentire più la stessa passione degli inizi, scoprire difetti nell'altro che prima non si vedevano o si sottovalutavano" ecc., dimostra di avere una visione dell'amore molto immatura. Se si vuole veramente bene a qualcuno, se si tiene a quella persona, ci si litiga, ci si discute, anche in maniera aspra se è il caso; si cerca infine di portarla sulla retta strada, se l'altro sembra tentennare nel cammino. Ma se amore c'è, non può venir meno. L'amore non muore mai, "l'amore non avrà mai fine" (1Cor 13, 8).
La buona notizia è dunque che l'amore eterno esiste; la cattiva è che è sempre più raro, perché le persone non lo cercano o non lo vogliono o non lo sanno riconoscere.
L'amore fra Dio e l'uomo è un esempio di amore eterno, che dura per sempre, nonostante le cadute, le crisi e i tradimenti: e tale deve o dovrebbe essere anche l'amore fra un uomo e una donna, a somiglianza di quello di Dio. Ed è questo che - pare - voglia dire il profeta Osea, con la storia del suo amore e del suo improbabile matrimonio con Gomer, figlia di Diblaim, di professione: prostituta.

Qui il testo completo del Libro di Osea (Versione C.E.I.)

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