lunedì 11 giugno 2018

Il "Decalogo" della buona scuola di Ernesto Galli della Loggia


Ha creato una certa discussione il "decalogo", pubblicato da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 5 giugno 2018 (sopra il pdf dell'articolo), con una serie di proposte - dieci appunto - per cambiare la scuola pubblica in Italia e salvarla dal declino e dalla crisi degli ultimi anni, ormai sotto gli occhi di tutti.
Discutiamo nell'ordine tali proposte.
1. "Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l'insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni". Tale proposta fa direttamente il paio con la seconda, ossia:
2. "Reintroduzione dell'obbligo per ogni classe di ogni e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all'ingresso nell'aula del docente".
Entrambe queste proposte tendono giustamente a recuperare il senso dell'autorità del docente, oggi ormai perduto o comunque fortemente compromesso: da qui lo svilimento della figura del docente e il crollo del suo prestigio sociale, in primis presso le famiglie. Che il rapporto docente-discente debba essere improntato a una certa autorità, nessuno dotato di buon senso può metterlo in dubbio. Il docente non può mettersi sullo stesso piano del ragazzo, o peggio essere (o presentarsi come) 'suo amico': i rispettivi ruoli devono essere ben chiari, e la loro confusione non può che risultare enormemente deleteria nel quadro del patto educativo. A ben vedere lo stesso discorso - a riprova di come scuola e famiglia procedano di pari passo, e l'una è spesso specchio dell'altra - va fatto per la dimensione familiare, nel rapporto fra genitori e figli: essere o mostrarsi amico dei propri figli non può che generare confusione nell'adolescente che ha bisogno di punti certi e modelli ben precisi davanti, necessariamente diversi e altri da sé. Il mettersi sullo stesso piano è il frutto di un distorto pensiero pedagogico, nato sul finire degli anni sessanta, avverso ad ogni forma di autorità (intesa sempre e comunque come autoritarismo), sia familiare che sociale, in nome di una presunta liberazione dell'individuo moderno dal peso dei padri. Insomma l'ennesima mela avvelenata del Sessantotto, che ancor oggi dilata le sue perverse e pervicaci radici nella società e nella scuola.
La giusta via è quindi quella di scrollarsi di dosso questo preconcetto e ripristinare un corretto paradigma educativo. Bene dunque il senso della proposta di Galli della Loggia, ma di diversa fattibilità le due proposte: se infatti l'alzarsi in piedi all'ingresso in classe dell'insegnante può essere praticabile, e anzi auspicabile, proprio per mantenere quantomeno quel senso minimo di distanza fra docente e discente (non si scatta in piedi dinanzi ad un pari grado); montare al contrario una 'pedana' sotto la cattedra, per marcare anche fisicamente tale distanza, può essere - ed è - operazione demagogica che sa di stantìo e che puzza di reazione lontano mille miglia. Risulta insomma operazione volutamente fuori dal tempo, e non può che configurarsi pertanto come del tutto gratuita e senza nemmeno la certezza di una sua qualche reale efficacia, proprio perché verrebbe immediatamente percepita per quello è, ossia come un tentativo fuori tempo massimo.
3. "Divieto deciso nei confronti di tutte le "occupazioni" più o meno simboliche e delle relative "autogestioni" [...] per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare".
Sacrosanto. Ancora una volta la moda delle occupazioni, o della forma più soft dell'autogestione, sono un frutto malato dell'epoca delle contestazioni, ma che oggi non hanno più senso, e sono soltanto un guscio vuoto, privo di reali motivazioni politiche e sociali (rivendicazioni o quant'altro: è un classico arcinoto che i ragazzi - tutti e nessuno escluso - non sanno spiegare affatto perché occupano). L'occupazione, al di là della dubbia legittimità - essa si configura infatti in tutto e per tutto come "interruzione di pubblico servizio" (art. 331 e seguenti del Codice penale) - comporta un danno per lo studente, e soprattutto per quello più debole, limitato nel suo diritto allo studio, costituzionalmente garantito. A ciò si aggiungano le intemperanze e gli eccessi (alcolici e non solo), il danno economico alla struttura della scuola (anche al di là di gravi danneggiamenti, è obbligo per la dirigenza procedere a una ripulitura dei locali dopo l'occupazione); tutto ciò depone oltre ogni ragionevole dubbio per il definitivo superamento di tale inutile e obsoleta consuetudine studentesca, su cui pertanto si auspicherebbe una più forte presa di posizione in senso repressivo da parte del Dirigente scolastico e degli organi preposti ad ogni livello.
4. "Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell'istituzione scolastica".
Sbagliato. Se è pur vero che sempre più spesso - vedi la cronaca - le famiglie tendono ad entrare a gamba tesa nella scuola, a esercitare pressioni indebite sugli insegnanti e i dirigenti, e ad arrogarsi prerogative che non le sono proprie e che sole spetterebbero agli 'addetti ai lavori' (da cui la comprensibile reazione stizzita di della Loggia); è pur vero che le famiglie non possono essere escluse dal percorso formativo dei propri figli, a cui devono - nei limiti - poter contribuire, in un percorso noto e condiviso. Il patto educativo fra scuola e famiglia non è, o meglio non dovrebbe essere, in nome dei criteri della trasparenza (questa sì che sarebbe demagogia); ma deve essere il sincero e dichiarato - nel senso di messo nero su bianco - patto di leale collaborazione fra la scuola e la famiglia, ognuno con le sue precise prerogative e responsabilità. Tale rapporto va regolato con il buon senso, soprattutto dal Dirigente scolastico, e sanzionato in maniera drastica e decisa nel caso di inadempienze o 'invasioni di campo' dell'una parte sull'altra. Ma la scuola non può agire in maniera autoreferenziale, a dispetto o contro la famiglia, come se questa non esistesse, o non avesse voce in capitolo. I rapporti possono essere conflittuali, possono anche degenerare, da cui l'esigenza di una figura di mediazione nel Dirigente scolastico: ma in un corretto quadro educativo, al destino di collaborazione fra scuola e famiglia non si può sfuggire. In nessun modo.
5. "Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio". Condivisibile. Il rischio dell'eccesso dei burocratizzazione della scuola - come del resto in ogni parte del settore pubblico in Italia - è altissimo, mentre l'aspetto centrale della scuola deve rimanere la didattica. Una drastica semplificazione del carico burocratico sulle spalle degli insegnanti è quindi altamente auspicabile.
6. "Sull'esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il senso di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s'imbrattano i muri!)".
Molto condivisibile. Non tanto, appunto, per il risvolto economico, ma quanto per sviluppare il senso di appartenenza alla propria scuola, che deve essere percepita come un bene personale da difendere e valorizzare, anche con l'apporto di contributi specifici a livello di singoli (per es. realizzazione di murales, o ridipingere le pareti con colori o stili particolari), che sono anzi proprio ciò che realizza e cementifica tale senso di appartenenza. 
7. "Divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all'interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l'uso ai minori di 14 anni".
Sull'ultima parte della proposta non fa conto discutere: oltre che difficilmente realizzabile a livello legislativo, sarebbe anche retriva e inutile, visto che sono i genitori a comprare lo smartphone, e la norma sarebbe pertanto facilmente aggirabile (per es. intestandone la proprietà a se medesimi per poi girarli ai figli).
Annosa è invece la questione sull'uso o meno del cellulare a scuola. L'ultima a difenderne l'uso didattico, come apertura alle nuove tecnologie e agli strumenti digitali, è stata l'ex ministro Valeria Fedeli, che ne ha predicato un uso consapevole, mediato dalla presenza del docente. In realtà nessuno vuole evitare l'uso di tali tecnologie innovative, che anzi, a dirla tutta, sono il futuro inevitabile della scuola del domani, destinati prima o poi a soppiantare del tutto la carta e i libri cartacei. Piuttosto l'uso corretto di tali strumenti deve svilupparsi in un'altra direzione, senz'altro più onerosa per le casse pubbliche (da qui - crediamo - la reale motivazione della maldestra presa di posizione della Fedeli): impiantare cioè in tutte le classi di tutte le scuole di ogni ordine e grado lavagne digitali (LIM) collegate alla rete, e/o dotare gli alunni di tablet scolastici (ma questa è una cosa in più, non strettamente necessaria e indispensabile come è invece la prima). Solo così le nuove tecnologie avranno un senso: infatti nessun docente può controllare - pur volendo - l'uso dei propri smartphone che potrebbero fare gli alunni (per es. andare sui social mentre è in corso la lezione); ancor di più una LIM risulta molto più efficace del singolo smartphone (o tablet, che in effetti è la stessa cosa di un telefono personale), perché consente la lezione condivisa, per tutti contemporaneamente, intorno a uno stesso schermo, laddove con gli smartphone e/o i tablet ogni ragazzo sarebbe lasciato a se stesso, soggetto a perdere il filo o a rimanere indietro. Insomma la strada da percorrere è la LIM in ogni classe, sotto il controllo e la direzione didattica del docente; non lo smartphone in classe. Quest'ultimo - con una semplice circolare del Dirigente a inizio anno scolastico - può semplicemente essere ritirato dall'insegnante di prima ora e custodito in armadietti o scatole chiusi a chiave, e restituito ai proprietari al termine delle lezioni.
8. "Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l'intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. [...] Il motto della scuola diventi: Il buon cinema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!"
E' cosa essenziale della buona scuola l'integrazione con il territorio, nella dimensione specifica del proprio rione o quartiere. La scuola deve essere un baluardo di civiltà e un riferimento del territorio, e a maggior ragione nelle periferie o nelle aree soggette a degrado. La scuola aperta tutto (o quasi) il giorno, con all'interno una serie di iniziative e attività per il territorio, è la vera sfida della scuola del domani. Di per sé le scuole già oggi sono aperte fino almeno alle 18, sotto la sorveglianza del personale Ata: pertanto non servirebbe un numero elevato di fondi da reperire per tali aperture pomeridiane, mentre le attività poste in essere potrebbero in effetti essere gestite dagli studenti direttamente o dal personale docente "di potenziamento", che non ha (o ha poche) ore di lezione in classe. Certamente fra tali attività ci deve essere tanto il cinema quanto la lettura, ma una presenza di rilievo andrà senz'altro accordata alla musica, nobile disciplina scalzata e bandita, non si sa per quale motivo, dalle scuole italiane. O anche ad attività "ricreative" in senso lato (palestra, balli, ecc.): solo così la scuola potrà essere un vero e reale riferimento del quartiere.
9. "Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come mete solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L'Europa comincia a casa propria".
La proposta di Galli della Loggia ha un fondo di verità, ma così posta è estrema e poco realistica. La conoscenza e l'integrazione con il proprio territorio, si è detto, devono essere una costante della scuola. Conoscere il proprio territorio risulta quindi operazione necessaria e imprescindibile. Un tempo la scuola graduava le gite o le uscite didattiche a seconda dell'anno di frequenza, destinando solo agli ultimi anni le uscite all'estero, cosa che invece tende oggi a non essere più rispettata, anticipando le mete estere fin dai primi anni. Va ripristinata invece tale gradualità, ma appunto con una motivazione didattica: prima la conoscenza approfondita del proprio territorio, poi il contatto e la conoscenza con l'estero e con il mondo a noi più lontano. E' oggettivamente uno scandalo - culturale, si intende - che sempre più spesso oggi i giovani conoscano tutte le principali capitali europee, e non siano mai stati in posti e città italiane che tutto il mondo ci invidia, che non ne conoscano le ricchezze culturali, artistiche, paesaggistiche. Il proprio territorio prima, l'estero poi. Ecco la norma.
10. "Istituti e plessi scolastici devono essere intitolati al nome di una personalità illustre [...] non già con un semplice numero o l'indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato".
Non solo gli istituti dovrebbero portare tutti un'intestazione a un personaggio illustre, ma tale personaggio dovrebbe in linea di massima avere una valorizzazione o un contatto con il proprio territorio e la specificità della realtà in cui si opera. Un liceo Petrarca potrebbe avere un senso a Arezzo, o a Padova, ma forse meno a Palermo (senza nulla togliere alla caratura internazionale di un Petrarca): insomma non riciclare sempre gli stessi nomi per tutte le scuole (Dante, Galilei ecc.), ma dedicare le scuole a una personalità locale o comunque connessa in qualche modo al territorio in cui la scuola opera quotidianamente. Anche questo aspetto aiuta a legare scuola e territorio, e a sviluppare il senso di appartenenza nei ragazzi che la frequentano e anche in chi ci lavora.

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