mercoledì 3 gennaio 2018

Inizio d'anno con l'antifilosofia leopardiana


Scritto nel 1832, il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere (penultimo brano delle Operette morali) riassume la visione della felicità secondo Leopardi, e in genere dà pienamente ragione del suo sistema di “antifilosofia”.
Filosofico’ è ogni sistema di pensiero in cui lo svelamento di una qualche verità rende liberi e felici, in quanto fa pienamente consapevoli della realtà e delle leggi ad essa sottese. L’antifolosofia leopardiana, invece, è una filosofia del paradosso e della contraddizione: essendo la realtà dolore e noia, non solo la conoscenza della verità non rende liberi e felici, ma fa sì che il filosofo, il sapiente, sia l’essere più infelice sulla terra, comprendendo «l'infinita vanità del tutto». Meglio quindi essere ignoranti che sapienti, meglio ignorare che conoscere. 
La felicità, oggetto di ricerca della filosofia, non solo, per Leopardi, non è raggiungibile, ma è un’illusione: essa è attesa e speranza di una condizione felice futura, ma che mai arriverà. Il presente è infelicità, e di conseguenza si sogna, si attende un qualche riscatto futuro: questa tensione futura, mai reale, è la felicità. Mai oggetto del presente, ma solo del futuro (come speranza appunto), o al massimo di recupero nostalgico del passato (la rimembranza, il ricordo perduto della giovinezza).

In questo dialogo si immagina un incontro casuale, a fine anno, fra un venditore di almanacchi e un ‘passeggere’, un passante diremmo oggi: quest’ultimo si avvicina al venditore per comprare un ‘calendario’, e ne nasce uno scambio di battute sul significato della felicità e sull’attesa di un riscatto futuro, per l’anno nuovo, in reazione a un presente deludente (quello dell’anno appena trascorso).
Il venditore infatti, per vendere il suo prodotto, augura al passeggere un anno nuovo felice: ‘felice come l’anno scorso? O come l’anno precedente?’, domanda il passeggere. La domanda inattesa innesca così una serie di considerazioni che portano inevitabilmente il venditore a concludere, insieme al passeggere, che nessun anno trascorso può dirsi veramente felice, e che se anche fosse possibile tornare indietro e rivivere il passato, nessuno accetterebbe di farlo se non a patto di accantonare le pene e il dolore patiti, trattenendo soltanto i pochi momenti di gioia. Lo stesso avverrà di certo per l’anno a venire: tutti ci aspettiamo e ci auguriamo un anno nuovo e felice, diverso dai precedenti; ma poi, in una maniera o nell’altra, questa attesa, umanamente comprensibilissima, è frustrata e disattesa. La conclusione, per bocca del passeggere, è amara: «Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura»; come a dire che la felicità, la vita felice, è solo quella immaginata, sognata, ma mai vissuta: quest'ultima è invece infelice, misera, tristemente banale.
Auguriamoci dunque, a Capodanno, un anno felice, ma con la consapevolezza – dice Leopardi – che realisticamente, come sempre, ogni anno ha i suoi alti e bassi, e la felicità tanto agognata potrebbe risolversi in una vana attesa, in un qualcosa di differito di volta in volta, senza mai poterlo veramente possedere.

Testo integrale del Dialogo (con commento)

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