lunedì 6 marzo 2017

Liberalizzare la riproduzione digitale con mezzi propri del patrimonio librario


Chiunque frequenti una biblioteca sa quanto è difficile riprodurre (fotocopiare/fotografare) il materiale librario, di qualsiasi tipo. Le biblioteche vietano esplicitamente la riproduzione digitale con mezzi propri (smartphone e quant'altro), e in generale scoraggiano in ogni modo qualsiasi forma di riproduzione, applicando furbescamente tariffe altissime e fuori dal mercato: la Biblioteca Nazionale di Firenze, ad esempio, fa pagare 39 centesimi a foglio (e nei fatti pochissimi usufruiscono del servizio), ma altrove si arriva fino a 50 centesimi a copia; e i costi si innalzano spaventosamente se poi si tratta di riprodurre materiale antico o manoscritti: a chi scrive è stato chiesto anche 3 euro a scatto, e per chi - come il sottoscritto - necessiterebbe della riproduzione di un intero codice, l'unica opzione è accendere un mutuo o chiedere un prestito alla finanziaria di turno.
Che uno scatto digitale possa danneggiare il manoscritto, come asseriscono pretenziosamente alcune biblioteche, è assurdo e falso come Giuda: sempre la Nazionale di Firenze, con un avviso in bella mostra esposto all'ingresso, giustifica l'alto costo delle riproduzioni - i 39 centesimi di sopra - affermando che la semplice fotocopia (ottenuta per contatto) danneggerebbe il materiale; cosa per cui si impone la scansione digitale, e il successivo eventuale trasferimento su carta o CD. La scansione digitale, quindi, non comporta danneggiamento di sorta, per ammissione delle stesse biblioteche, che in caso contrario vieterebbero del tutto le riproduzioni.
L'ipocrisia di tanti si spinge poi fino a negare l'evidenza, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà: comodamente seduto in sala lettura, qualsiasi utente, con il suo bravo libro chiesto regolarmente al banco distribuzione, lo fotografa da tutti i lati possibili con il suo smartphone, che ovviamente non può essere requisito da nessuno. Io personalmente l'ho fatto e lo faccio in ogni circostanza, e mi autodenuncio. Ma così fan tutti. E tutti sanno. Se si tenta di arginare de iure la riproduzione digitale, la si concede de facto, girandosi dall'altro lato e facendo finta di niente.
Cui prodest? Le biblioteche guadagnano assai miseramente dalle riproduzioni: un tempo, forse, molto prima dell'avvento degli smartphone, qualcosa raggranellavano; ma oggi quasi più nulla. Il servizio riproduzioni è quasi sempre esternalizzato, per cui si tenta - impedendo le riproduzioni in proprio - di non intaccare i privilegi acquisiti. Gelosie egoistiche e ormai di altri tempi, spingono infine a custodire gelosamente il proprio materiale, considerando una minaccia la libera riproduzione.
Ma i tempi avanzano. Inesorabilmente. Un provvedimento del 2014, noto come Art Bonus, consentì per una breve finestra temporale - un mesetto circa - la libera riproduzione digitale con mezzi propri: e il sottoscritto ha scattato più foto in quel mese quanto forse un'intera troupe di Magnum in diversi anni. Ma un emendamento infilato - come costume italiano - in maniera surrettizia (dall'onorevole Flavia Piccoli Nardelli, Partito Democratico, attuale Presidente della Commissione Cultura alla Camera, facciamo pure nomi e cognomi), cancellò con un colpo di spugna il provvedimento, ripristinando lo status quo, ossia il divieto assoluto di riproduzioni in proprio.
Ma un nuovo appello per la liberalizzazione delle riproduzioni digitali è stato nuovamente rilanciato dal movimento "Fotografie libere per i Beni Culturali", sorto nel settembre 2014 (all'indomani dell'approvazione del subdolo emendamento) per iniziativa di Andrea Brugnoli, Stefano Gardini e Mirco Modolo, lanciando una petizione cui hanno aderito oltre 5000 studiosi di ambito umanistico, appello che finalmente è in dritta di arrivo al Parlamento con una proposta di modifica dell'art. 108 in materia di beni culturali. 
Rilanciamo quindi ancora una volta l'appello per questa battaglia di civiltà, invitando chiunque abbia a cuore il problema a sottoscriverlo, a diffonderlo il più possibile e a vigilare bene questa volta, affinché venga finalmente approvato dal Parlamento e a che una manina più o meno anonima - Piccoli Nardelli o simili - non intervenga nuovamente col favor delle tenebre a ripristinare gli antichi e intoccabili privilegi di pochi contro il bene e l'interesse di tutti. 
La cultura deve essere libera, senza lucro, open access per tutti coloro che vogliano studiare e apprendere.
Allego sopra un bell'intervento di Mirco Modolo, riassuntivo di tutta la questione e della posta che c'è in ballo, apparso su Reti Medievali (che fu la promotrice del primo appello che portò all'approvazione dell'Art Bonus del giugno 2014).

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