lunedì 13 giugno 2016

La (ri)pubblicazione del Mein Kampf: un appunto di principio e una nota tecnica



Fra molte polemiche (dei giornali, della politica e della comunità ebraica italiana), Il Giornale di Alessandro Sallusti ha deciso in questi giorni di allegare, con il quotidiano, una copia del Mein Kampf di Adolf Hitler, libro di cui -lo ricordiamo- sono appena scaduti i diritti d'autore (settanta anni dalla morte dell'autore: 1945-2015), e che chiunque può quindi pubblicare liberamente. Giusto o sbagliato? Semplice operazione di verità storica o squallido modo per farsi pubblicità e per vendere più copie, magari approfittando in Italia del periodo elettorale delle elezioni amministrative? Sallusti ha difeso la sua scelta in un editoriale, motivandola nei termini di "studiare il male per evitare che ritorni, magari sotto mentite spoglie"; e da destra anche Il Foglio ha difeso la pubblicazione con un articolo in prima pagina su L'importanza di leggere il Mein Kampf. Il mondo accademico, come accade spesso, è diviso, fra chi saluta la pubblicazione in nome del no a qualsiasi censura; e chi invece parla di "vergogna" e di "cosa inaccettabile". Su Twitter #MeinKampf e #AnnaFranck (anche del suo famoso Diario sono appena scaduti i diritti) sono fra le maggiori tendenze del momento.

Va detto che in Germania -in cui i diritti erano detenuti dal Land della Baviera, ultima residenza di Hitler, e che aveva sempre rifiutato finora ogni autorizzazione alla pubblicazione-, il libro è stato pubblicato nel 2016 con l'avallo della comunità ebraica tedesca, in edizione critica in due volumi a cura dell'Institut für Zeitgeschichte (l'Istituto di Storia contemporanea) di Monaco di Baviera con un ricchissimo apparato di note: "abbiamo circondato Hitler con le nostre note", ha affermato uno degli storici curatori; e lo stesso governo tedesco sta valutando ora le modalità per la sua graduale introduzione nelle scuole tedesche. 
L'appunto di principio è questo: chi -e penso soprattutto ai politici e a certa intellighenzia da salotto- si professa liberale, o democratico nel senso più stretto del termine (per chiarire: Renzi, Boldrini, fra gli intellettuali un Carlo Ossola), è del tutto incoerente se sostiene la censura nei confronti di un libro e delle idee espresse da qualcuno, per quanto bieche esse possano essere. Delle due l'una: o si è liberali e democratici fino in fondo, e si condanna di conseguenza ogni forma di censura, o non lo si è, e in questo caso ci si può permettere il lusso di bruciare dei libri. I cosiddetti "reati di opinione", di cui da quel versante politico-filosofico si auspica la cancellazione totale e definitiva, o non sono reati per nessuno o lo sono per tutti: la legge (e la coerenza) non possono fare eccezioni.
La nota "tecnica" è una questione più spiccia ma più concreta, e riguarda direttamente la pubblicazione de Il Giornale. Da filologo quale sono so bene quanto sia importante un'edizione critica, seria e affidabile, di un testo, di qualunque genere esso sia, ma a maggior ragione per uno così controverso. Sallusti nella sua autodifesa sostiene che "ovviamente si tratta di un'edizione commentata", e curata da uno specialista del settore (Francesco Perfetti). Ebbene lo credevo "ovviamente" anch'io, e ho comprato il quotidiano con l'opuscolo hitleriano: e non è così. In effetti dire che io sia rimasto basito, è dire poco. L'edizione tedesca del 2016 è in due volumi, di 2500 pagine, corredata di fitte note in calce al testo, oltre che di una lunga Introduzione
Rogo pubblico di libri (Bucherverbrennung)
nella Germania nazista
Il volume pubblicato da Il Giornale è una monografia di 422 pagine; di queste: 1) l'Introduzione di Francesco Perfetti consta di sole 13 pagine; dopo di che 2) segue il testo, senza una nota; non poche note, si badi bene, ma nessuna nessuna: testo hitleriano spoglio, affidato a se stesso (ossia alla sola voce di Hitler) e al lettore che si deve arrangiare. Last but not least forse la cosa peggiore di tutte: chi ha tradotto il Mein Kampf in italiano per la pubblicazione de Il Giornale? Forse Francesco Perfetti? Manco a pensarlo. E' una pedissequa e letterale ristampa (!) dell'edizione italiana del 1938, vale a dire di un'Italia all'indomani dell'Asse Roma-Berlino (1936) e a ridosso dell'emanazione delle leggi razziali (1938). Chi ci assicura che il testo hitleriano, folle di per sé, sia stato reso in maniera oggettiva nella traduzione e non invece ulteriormente piegato alle esigenze della propaganda fascista? Come è evidente il volume in questione non è certamente un'edizione critica, e lo dimostra banalmente anche il carattere di stampa da cui salta subito all'occhio che si tratta né più né meno che di una fotocopia di una stampa precedente. C'è quindi di che meravigliarsi di Francesco Perfetti, che si fregia del titolo di professore ordinario di Storia contemporanea presso la LUISS di Roma, il quale ha prestato il suo nome a un volume che titola in copertina "edizione critica a cura di Francesco Perfetti". Non solo non è edizione critica, come Perfetti ovviamente ben sa, ma tale dicitura, chiaramente e indubitabilmente falsa, può essere tacciata di vera e propria frode o pubblicità ingannevole, e come tale ai limiti dell'illecito penale.
Per un filologo, e fidatevi, non solo per un filologo, tutto ciò rappresenta una pietra tombale sull'edizione del Mein Kampf pubblicata da Il Giornale per le cure (!) di Francesco Perfetti. E a bollare l'operazione editoriale, con buona pace di Sallusti e dello stesso Perfetti, se non come propagandistica (questo non sono in grado di affermarlo), quantomeno come una caricatura, dilettantistica, avventata, irresponsabile. Pauca sapienti.

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