giovedì 15 ottobre 2015

L'universo, Dio e l'uomo

Ammasso di galassie Omega Centauri

L'epoca che stiamo vivendo oggi, grazie soprattutto ai progressi della scienza, ci spinge a interrogarci sul senso del mondo, dell'universo in generale, e dell'uomo in particolare. Sebbene molti ritengano che la scienza e gli scienziati dovrebbero astenersi dal porsi domande -e dal cercare, di conseguenza, delle risposte- circa il senso delle cose, e dovrebbero invece limitarsi a comprendere il meccanismo di funzionamento, diciamo così, dei fenomeni; è inevitabile tuttavia che anche il solo indagare le strutture del mondo, le leggi che lo governano, o i principi che ne sono alla base, porti automaticamente con sé una serie di conseguenze che ci aiutano a meglio capire qual è la posizione occupata dall'Homo sapiens in questo contesto, e a cercarne il senso e il significato. Ciò accade in modo particolare, mi pare, con la cosmologia, una scienza che soltanto negli ultimi anni ha conosciuto un potente sviluppo, sia grazie ai progressi della fisica (teoria della relatività, meccanica quantistica, teoria delle stringhe...), sia per merito delle osservazioni -dirette e indirette- del cosmo. La cosmologia poi, indagando la struttura a grande scala dell'universo, è spinta per sua natura a interrogarsi circa i destini ultimi del mondo conosciuto, partendo dalla sua nascita, e a dare di conseguenza anche un posto ben preciso o un qualche ruolo all'essere umano.


Leonardo da Vinci, Uomo vitruvia
E' per questo motivo che io ritengo che ogni filosofia dell'uomo, oggi non possa non fare i conti con la scienza in generale, e con la cosmologia in modo speciale. Facendo nostre le parole di un grande astrofisico vivente: "Il posto che noi essere umani occupiamo all’interno di questo immenso cosmo può sembrare piuttosto insignificante. Siamo quindi spinti a cercare di cogliere il senso della totalità dell’universo per capire come l’uomo si inserisca in questo quadro" (S. Hawking, La grande storia del tempo. Guida ai misteri del cosmo, Milano, Rizzoli 2005, p. 9).

Il Novecento e il primo decennio di questo secolo sono stati, senza alcuna ombra di dubbio, dei secoli decisamente anti-rinascimentali. Pico della Mirandola con il suo opuscoletto De hominis dignitate, volto a rimarcare la dignità dell'essere umano -anima e pensiero- nel contesto del mondo bruto; o lo stesso Leonardo, che nel celebre Uomo vitruviano teorizza la perfezione dell'uomo come mètron panton chremàton, ebbene tutto ciò è lontano mille miglia dalla scienza e dalla sensibilità dell'uomo contemporaneo. La rivoluzione copernicana ha comportato la terribile rivelazione (da cui tanta ostilità, al di là delle conseguenze sul piano strettamente scientifico) per cui la Terra e l’uomo non sono al centro dell’universo e quindi della creazione. Nel 1922 l’astronomo olandese Kapteyn dimostrò che la terra non occupa nemmeno il centro della Via lattea ma una posizione periferica. Nel 1924 Hubble misurò la distanza di Andromeda in 2 milioni di anni luce, quindi al di fuori della nostra galassia (il cui diametro era stato calcolato da Kapteyn), dimostrando così che esistevano altre galassie come la nostra. La scienza insomma ha certificato con dati inoppugnabili quella che prima poteva essere solo un fatto di sensibilità intuito ad esempio dai poeti, che cioè noi siamo infinitamente piccoli in un universo infinitamente (almeno potenzialmente) grande. Scrive Leopardi nella Ginestra:


Sovente in queste rive,
che, desolate a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e sulla mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch'a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l'uomo non pur, ma questo
globo ove l'uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz'alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinito e della mole,
con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell'uomo?

Da qui il principio copernicano, oggi comunemente accettato dagli scienziati, per cui si afferma che la Terra non è in una posizione centrale o di particolare privilegio. Recentemente generalizzato si può arrivare a concludere che gli uomini non sono osservatori privilegiati dell’universo. Un secondo principio della scienza, il cosiddetto principio di mediocrità, afferma altresì che non c’è nulla di speciale, su scala cosmologica, nella Terra e nell’Uomo; predica quindi il concetto di “non particolarità” di qualsiasi evento che può (anzi si è certamente) sviluppato in qualsiasi altra parte dell’universo, in maniera naturale, indipendente e casuale. Esso è supportato dalla grandezza dell’universo (100 miliardi di galassie) e dall’esistenza di pianeti extrasolari. Ed è esattamente il contrario dell’ipotesi della rarità della Terra secondo cui l’evoluzione della vita prevede una difficile e rara combinazione, su scala statistica estremamente improbabile, di circostanze fisiche e chimiche.
Ammasso della Chioma

La grandezza dell'universo è determinante nello sviluppo di certe considerazioni, come appare evidente anche in un bel video di Willy Foo che circola recentemente sui social. A grande scala l’universo appare organizzato in galassie, quindi gruppi (fino a 50 galassie, di diametro di circa 3 milioni di anni luce e massa ca. 1013 masse solari), ammassi (da 50 a 1000 galassie, diametro di 25 milioni di anni luce, massa ca. 1015 masse solari) e superammassi, gli oggetti più grandi dell’universo. È tema di dibattito se possano esistere oggetti ancora più grandi. Fra i gruppi per es. Gruppo di M66, Gruppo di M101, Gruppo Canes II; fra gli ammassi: Ammasso della Vergine, Ammasso della Fornace, Ammasso della Chioma, Ammasso di Perseo. I superammassi più grandi dell’universo sono invece la Grande Muraglia di Ercole (scoperta nel 2013, distanza 10 miliardi di anni luce, lunga 10 miliardi di anni luce, ossia 1/9 ca. dell’intero universo osservabile, larga 7,2 miliardi di anni luce); la Grande Muraglia di Sloan (scoperta nel 2003, distanza 1 miliardo di anni luce, lunga 1,37 miliardi di anni luce); Ammasso di quasar Huge-LQG (73 quasar, diametro da 1,4 a 4 miliardi di anni luce); Grande Muraglia o Grande Parete (Grande Muraglia CfA2) (scoperto nel 1989, distanza 200 milioni di anni luce dalla Via Lattea, lungo 500 milioni di anni luce, largo 15 milioni di anni luce). E molti altri ancora. Più vicino a noi è il Superammasso Locale che contiene il Gruppo Locale, un insieme di galassie fra cui la nostra; al centro di esso si trova il Grande Attrattore, scoperto nel 1986, che è un’anomalia gravitazionale che attira galassie in una regione estesa per centinaia di milioni di anni luce; esiste poi una lunga catena di galassie puntata dritta verso la terra e conosciuta col nome di dito di Dio.
Quest'ultima catena di galassie, che ha il nome evocativo e pieno di suggestioni quale è appunto la definizione di Dito di Dio, apre poi un altro fronte su cui ci si dovrebbe misurare, e che mi sembra decisamente trascurato dalla recente teologia: il piano della religione. Mi riferisco alla religione in generale (il ruolo di Dio in quest'ordine immenso, e il rapporto del Creatore con la creatura), ma penso soprattutto alla teologia cristiana in modo particolare. Al di là del concetto di creazione, la centralità del pensiero cristiano è tutta nel concetto di incarnazione, che è un evento storico, avvenuta hic et nunc, in un certo momento cioè della storia, e in nessun altro. Realizzata poi per il riscatto dell'umanità, il cui valore -non solo agli occhi di Dio- deve essere di una certa evidenza. Come conciliare questa visione con la posizione minimale, se non nulla, che l'uomo sembra invece assumere nel contesto dell'universo? E ancora, come conciliare l'unicità dell'evento incarnazione con la possibilità -notevolmente alta, secondo i princìpi sopra enunciati- dell'esistenza di altre forme di vita intelligenti? Bisognerà immaginare più incarnazioni nell'universo? O postulare differenti forme di riscatto escogitate dal Creatore nei confronti delle sue molteplici creature? 

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