venerdì 16 ottobre 2015

Lui, lei... e "dillo alla luna"



Trainor il farmacista

Soltanto un chimico può dire, 
e nemmeno sempre,
che cosa risulterà dalla combinazione
di fluidi o di solidi.
E chi può dire
come un uomo e una donna potranno interagire
fra di loro, o quali figli ne usciranno?
C'erano Benjamin Pantier e sua moglie,
buoni in se stessi, ma un diavolo l'uno per l'altra:
lui ossigeno, lei idrogeno,
il figlio un fuoco devastante.
Io, Trainor, miscelatore di sostanze chimiche,
ucciso mentre facevo un esperimento,
vissi senza sposarmi.
                  (E. L. Masters, Antologia di Spoon River)

L'unione fra un uomo e una donna è il risultato di una misteriosa combinazione alchemica, talmente misteriosa e dai contorni così inafferrabili che, talvolta, può far credere in un evento che ha qualcosa del miracoloso. La stessa definizione di "anima gemella" è impropria: Lucio Battisti, in Pensieri e parole, cantava: "Conosci me / quel che darei / perché negli altri ritrovassi gli occhi miei...". In realtà "l'anima gemella" non può essere certamente un nostro alter ego, ossia una copia spiccicata di noi stessi, perché quello non è amore, se non amore verso se stessi. L'amore, se è tale, è necessariamente verso l'altro. Del resto se l'altro è totalmente differente da noi è arduo trovare un terreno comune, e l'amore risulta difficile. Appare evidente pertanto che l'amore nasce non verso l'uguale (a noi), né verso il totalmente diverso, bensì verso il compatibile: diverso, ma non troppo, tale da permettere un perfetto incastro.

Ciò dal punto di vista razionale. Ma la vita, si sa, non è razionale. E allora ci capita di amare persone lontane mille miglia di noi, e noi lo sappiamo e la tocchiamo con mano questa opposizione; ma "il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce" (Pascal), e l'amore nei confronti di queste persone è -nonostante tutto e contro ogni logica- amore vero.
Ma prima o poi le diversità vengono fuori: "lui ossigeno, lei idrogeno": e il risultato è la deflagrazione del rapporto. Fino a quanto è giusto accettare -in nome dell'amore- le "intemperanze caratteriali" dell'altra persona? Ecco che a questo punto la vita può sbatterci di fronte a una scelta che, qualunque essa sarà, provocherà una ferita lancinante. Con al seguito rimpianti, ricordi, voglia di ritornare indietro e di riprovare ancora. 
Certamente è paradossale che, se a parole ognuno di noi rifiuti e rifugga la solitudine, cercando il calore di un appoggio nell'altro, una carezza, una chiacchierata o uno sfogo, finisca invece tante volte per ricadere nella solitudine da cui si scappa, per mancanza di coraggio, per paura, o banalmente perché forse in fondo in fondo da soli si sta bene, e se non altro è molto più comodo e meno faticoso che il rapportarsi con qualcuno: "io, Trainor [...] vissi senza sposarmi": la scelta di vivere soli, per sempre, perché non si vuole rischiare. 
Può essere una scelta questa, o la si può subire. In ogni caso è fondamentale la chiarezza, la chiarezza di sapere, di conoscere la scelta. Anche se può far male, anche se è difficile da accettare. Citando le parole di un altro cantautore:

La voglio in faccia la verità,
e se sarà dura
la chiamerò "sfortuna"!
Maledetta sfortuna!

Non è questa, come pure potrebbe sembrare, una forma di auto-consolazione, ma un atto di maturità, prendendo coscienza della realtà delle cose, nonostante il terribile fondo di amarezza che ci si porta dietro:

Guardala in faccia la realtà:
è meno dura!
E se c'è qualcosa che non ti va...
...dillo alla luna! 

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