mercoledì 8 ottobre 2014

Vasco Rossi, "Stupido hotel"


Non è certo operazione comune, forse per un certo snobismo nei confronti della cultura popolare in senso lato (categoria che include in genere l'universo musicale contemporaneo, dal pop al rock), tentare un'analisi di un testo quale quello di una canzone, cosa che di norma i critici riservano ai testi letterari, considerati -evidentemente a torto, quantomeno in senso assoluto- espressione di una cultura di rango e di qualità superiore. Tenterò invece tale operazione applicandola a un testo molto noto di Vasco Rossi, Stupido hotel.
Il brano esordisce delineando subito il quadro del protagonista isolato in uno "stupido hotel", in una condizione di separazione dalla sua lei. La lontananza dall'amata provoca un vortice esistenziale nella vita dell'io narrante, come rimarcato dall'espressione -dal sapore quasi nichilistico- "tutto mi sembra inutile / tutto mi sembra com'è": la realtà delle cose cioè ("tutto"), appare nella sua evidenza ontologica come "inutile"; così com'è, nella sua dimensione normale e quotidiana, "tutto è inutile". 
Questa affermazione filosofica di taglio nichilistico viene ribadita, se possibile con ancora più forza, dalla stupefacente locuzione successiva: "farsi la barba o uccidere / che differenza c'è": il vuoto esistenziale spinge cioè a instaurare un'equivalenza fra un gesto banale e quotidiano, quale il farsi la barba, con un gesto distruttivo, di portata metafisica, quale è quello di privare della vita un altro essere umano. Evidentemente il nichilismo qui è totale, e comporta -nietzschianamente parlando- la trasvalutazione di tutti i valori, in particolare l'annullamento di tutti i valori morali. Si può sottolineare curiosamente come più o meno la stessa immagine ricorra in una poesia del poeta neogreco Giorgios Seferis, che sottolinea l'indifferenza dell'Uomo, il quale ammazza il suo simile con un gesto abituale e quotidiano, come il mangiare o farsi la barba.
Nella canzone il "limite" dell'io parlante è la sua incapacità di vivere da solo, di accettare la condizione della solitudine: "io vado preso io vado preso" replica per ben due volte il protagonista, la cui fragilità emotiva sta proprio nella necessità di uscire e farsi "prendere con sé", in una sorta di "piano di recupero". 
Ma a questo punto, nell'io narrante messo a nudo nella sua fragilità e vuotaggine esistenziale, scatta il corto circuito della protesta, come se volesse giustificare questa sua condizione di pochezza e di incapacità di vivere. L'io si rivolge direttamente apostrofando la sua lei, in un ipotetico colloquio a distanza, urlando tutta la sua rabbia: "credi che sia facile / credi che sia semplice", e raggiunge il suo acme nel "vai a farti fottere", colorita espressione che però ha tutto il retrogusto dello sfogo catartico nei confronti di chi è incapace -o si mostra tale- di comprendere lo scacco esistenziale in cui è bloccato il protagonista. Dall'altro capo del filo c'è infatti chi crede in "una storia semplice", in "un cielo senza nuvole", in "un amore utile". 
Il fulcro intorno al quale ruota però l'intero componimento, e di conseguenza l'esperienza esistenziale del protagonista, è in quel "dov'è" che inaugura la sezione centrale del brano: "sempre alla ricerca, dov'è? Questa felicità!". Insomma il tema del brano è "la ricerca della felicità", il cui ritornello ossessivo "dov'è?" ne chiarisce la natura sfuggente e ancora irrisolta. Maestrale, compresa nella raccolta Ossi di seppia, scrive:
Enigmatica e variamente interpretabile è l'associazione della locuzione "fin là" alla felicità: "Dov'è? Fin là! / Dov'è? Eh, dov'è?". Semplici questioni di rima, oltre che di contesto (i dubbi del protagonista) avrebbero potuto indirizzare verso un più semplice e scontato "chissà", sicché per spiegare l'espressione "fin là" non si può che ricorrere alle ipotesi, o, come nel mio caso, a pure suggestioni dettate da associazioni letterarie. E' Eugenio Montale che in
          sotto l'azzurro fitto
          del cielo qualche uccello di mare se ne va;
          né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
          "più in là!"
La felicità, insomma, è una ricerca, una ricerca infinita che spinge sempre ad andare oltre (Leopardi docet), col rischio di far naufragare l'uomo, che cerca per natura la felicità, nell'infelicità: la felicità, infatti, può essere davvero sotto gli occhi di tutti, a portata di mano; può essere una cosa semplice e banale, e che noi, invece, che ci aspettiamo chissà cosa, rifiutiamo irrazionalmente.
In ogni caso la difficoltà della ricerca, o forse l'impossibilità di trovare uno sbocco o una via d'uscita, fanno sì che inaspettatamente il protagonista opti per una scelta di vita, all'apparenza prima rifiutata o bollata come visione semplicistica della donna, ossia la scelta di "una storia semplice", di "un cielo senza nuvole", di "un amore utile". 
Ed ecco qui che nel finale del brano, attraverso il video ufficiale, la prospettiva si allarga dal chiuso di una grotta dove era ambientata la canzone, fino ad allargare lo sguardo a paesaggi ampi e aperti (un deserto, un bosco, il cielo azzurro); e nella sequenza finale uscire dall'intrico di un bosco autunnale, una sorta di selva selvaggia senza il conforto del calore della luce solare, un gruppo di bambini che iniziano a correre in tutte le direzioni. E' come se l'autore volesse qui additare -ancora una volta con Nietzsche- che la felicità consiste nel farsi bambino, nel dire sì alla vita, in tutte le sue manifestazioni, anche quelle più dolorose.
Del resto, però, è ancora Montale, in Ossi di seppia, a associare con un correlativo oggettivo la felicità (ma in absentia) alla figura dei bambini:
          Felicità raggiunta, si cammina
          per te su fil di lama.
          Agli occhi sei barlume che vacilla,
          al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
          e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

          Se giungi sulle anime invase
          di tristezza e le schiari, il tuo mattino
          è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
          Ma nulla paga il pianto del bambino
          a cui fugge il pallone tra le case.

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