mercoledì 1 ottobre 2014

L'insostenibile incomunicabilità dell'essere (umano)

R. Magritte, Gli amanti (1928)
Rovesciando una celebre immagine di John Donne, bisogna ammettere in ultima analisi che l'uomo in quanto tale, sia come specie astratta sia come individuo concreto, "è un'isola". Il desiderio, innato dentro di lui, di rompere l'accerchiamento e l'isolamento cui il destino lo ha ineluttabilmente condannato, si esplicano in un bisogno di comunicare, di parlare, di confrontarsi, di cercare nell'altro una qualche forma di solidarietà e di calore che possano spezzare la sua solitudine esistenziale. 
Ma ogni forma di comunicazione, a partire in primis dal linguaggio, che è la forma di comunicazione per definizione, è un compromesso, un tentativo di mediazione fra l'io e il mondo che non può che essere parziale e approssimativo: ciascuno di noi se ne rende conto quando si trova nella condizione di dover esprimere un'emozione profonda dall'intimo dell'anima (per esempio l'amore nei confronti di una donna), e, pur sforzandosi, non riesce ad esprimere a parole che un balbettìo, una pallida immagine di quello che ha dentro e che vorrebbe veramente esprimere.
In generale è proprio nel rapporto d'amore che vengono palesemente alla luce tutti i limiti della condizione esistenziale dell'uomo, inchiodato, per così dire, alla sua incomunicabilità: a volte ci si innamora delle persone sbagliate, perché non se ne conosce la vera natura, e il nostro sentimento nei confronti di quella persona si basa su nostre credenze circa la sua più intima natura che non trovano riscontro nella realtà; altre volte si ama non riamati, e vorremmo poter esprimere, a gesti o a parole, come sublimi artisti, i nostri sentimenti nei confronti dell'altro; e falliamo miseramente perché l'altro non ci capisce o è sordo alle nostre parole. Altre volte ancora il linguaggio crea ambiguità, equivoci, per estirpare i quali servono altre parole, in un circolo vizioso senza fine.
Se fossimo essere perfetti esisterebbe, forse, una qualche forma di telepatia, e ciascuno di noi potrebbe leggere, nella mente o nel cuore dell'altro, i sentimenti più veri e più sinceri; il linguaggio, invece, come ogni forma di mediazione, genera falsità e menzogna. Da qui la nostra condizione di infelicità e di perenne insoddisfazione, soprattutto nei rapporti più profondi, l'amicizia e l'amore soprattutto.
Che una persona, un 'altro da noi', possa conoscere davvero la nostra più intima natura, e apprezzarci e amarci per come siamo davvero, e non per come appariamo in superficie, è forse solo una pia illusione per salvarci dall'abisso della disperazione. Forse chi ama davvero ama per un equivoco, un'illusione, o per un atto di fede, che è cieco per definizione. Forse l'amore non è mai, perché non può esserlo, razionale, ma è esso stesso un equivoco o un atto gratuito di fede nei confronti dell'altro; o talvolta, più squallidamente, è una comoda via di fuga da se stessi, per aggrapparsi a un qualcuno che non sia noi, e che ci dia la benevola illusione di farci sentire amati; amore cieco, amore per caso, amanti muti che non si parlano e non si conoscono.

5 commenti:

  1. Leggendo l'articolo rimane un po' l'amaro in bocca, e come se l'amore fosse uno sbaglio o un illusione. Forse considerandolo un atto di fede e' possibile dare un' accezione positiva a tale sentimento, descrivendolo come un atto gratuito, un dono che ciascuno di noi fa verso l'altro. In ogni caso, descrivere razionalmente l'amore e' arduo, e piu' che un atto di fede in questo caso sarebbe un atto di pazzia.

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    1. Sbaglio o illusione non sempre e per forza, ma talvolta -o spesso- sì; certamente amore e ragione fanno a pugni.

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  2. Nell' ottimo articolo da lei scritto si evince, in modo particolare, la volontà di snocciolare il sentimento dell'amore con una chiave di lettura che sia del tutto razionale. Personalmente, approvo in larga parte il contenuto del testo: credo che l'amore nasca principalmente dal forte bisogno di porre al centro della nostra esistenza (e di quella del partner) il nostro "IO"; credo che l'evoluzione di questo sentimento nasca dalla nostra incapacità di saper affrontare da soli le vicissitudini della vita. Tuttavia, non credo che l'amore sia un'illusione. E' vero che il grande vincolo della comunicazione rende, alla persona da noi amata, soltanto una parte, la quale può essere più o meno grande, di quello che siamo, ma è pur vero, al tempo stesso, che il primo grande vincolo di comunicazione noi l'abbiamo con noi stessi. Nei nostri più fervidi attimi di solitudine ci analiziamo nel tentativo di conoscere noi stessi, eppure, ciò che ne ricaviamo, sono delle raggrinzite considerazioni del tutto storpiate dalla lettura che il nostro animo vuole conferire a noi stessi. Eppure, non esiste essere umano che non si ami, in quanto esso stesso è la pura realizzazione di ciò che la predisposizione del nostro animo vuole veder realizzato: allora, se riusciamo ad amare una parte di noi, con la quale siamo destinati a sopravvivere e della quale conosciamo ben poco, come possiamo illuderci di amare un aspetto esterno che decidiamo di accostare alla nostra vita senza nessun obbligo?

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  3. Nell' ottimo articolo da lei scritto si evince, in modo particolare, la volontà di snocciolare il sentimento dell'amore con una chiave di lettura che sia del tutto razionale. Personalmente, approvo in larga parte il contenuto del testo: credo che l'amore nasca principalmente dal forte bisogno di porre al centro della nostra esistenza (e di quella del partner) il nostro "IO"; credo che l'evoluzione di questo sentimento nasca dalla nostra incapacità di saper affrontare da soli le vicissitudini della vita. Tuttavia, non credo che l'amore sia un'illusione. E' vero che il grande vincolo della comunicazione rende, alla persona da noi amata, soltanto una parte, la quale può essere più o meno grande, di quello che siamo, ma è pur vero, al tempo stesso, che il primo grande vincolo di comunicazione noi l'abbiamo con noi stessi. Nei nostri più fervidi attimi di solitudine ci analiziamo nel tentativo di conoscere noi stessi, eppure, ciò che ne ricaviamo, sono delle raggrinzite considerazioni del tutto storpiate dalla lettura che il nostro animo vuole conferire a noi stessi. Eppure, non esiste essere umano che non si ami, in quanto esso stesso è la pura realizzazione di ciò che la predisposizione del nostro animo vuole veder realizzato: allora, se riusciamo ad amare una parte di noi, con la quale siamo destinati a sopravvivere e della quale conosciamo ben poco, come possiamo illuderci di amare un aspetto esterno che decidiamo di accostare alla nostra vita senza nessun obbligo?

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    1. Sì, nel complesso concordo con la sua analisi, decisamente più equilibrata della mia! Grazie per il contributo alla riflessione

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