giovedì 1 maggio 2014

L'arte come forma di comunicazione

Vassily Kandinsky, Improvvisazione 8 (1923)

Sebbene una forma minimale di linguaggio -ossia quale strumento di comunicazione a livello elementare di informazioni semplici e non complesse- sia presente in tutti gli esseri viventi, è certamente indubbio che è proprio ed esclusivo dell'uomo, il linguaggio -verbale e non- quale facoltà di esprimere con simboli i contenuti complessi della mente, e di veicolarli sotto forma di informazioni a tutti gli individui della specie. Si può quindi giustamente affermare che l'uomo -nel contesto degli esseri viventi- è l'animale comunicativo per eccellenza, che fa cioè della comunicazione il tratto essenziale (nel senso etimologico 'che riguarda la sua essenza') e distintivo della sua natura.
L'uomo ha quindi necessità di comunicare, quasi come un bisogno istintivo codificato dentro di sé nel suo patrimonio genetico, e a questo bisogno difficilmente può sottrarsi. La comunicazione può riguardare molteplici aspetti del reale, ma è altrettanto evidente che l'uomo è anche incline per sua natura a parlare di sé, dei suoi pensieri, dei suoi stati emotivi, che sono propri di lui in quanto unicum distinto dagli altri della sua stessa specie. Tutti hanno dunque bisogno di comunicare, ma ciascuno lo fa in modo diverso: unico è il fine, molti sono gli strumenti per raggiungerlo.

Il modo più comune è il linguaggio orale: ognuno parla di sé in una conversazione, in un confronto dialettico con l'altro; ma esistono altre forme di linguaggio, anche non verbale: per esempio il linguaggio della gestualità (fare una carezza, baciare). Ma nell'ambito della comunicazione rientra pienamente anche il linguaggio dell'arte: scrivere una poesia, dipingere un quadro o comporre una musica sono tutte forme di comunicazione in cui una persona -l'artista- esprime un'emozione, un pensiero, una parte di sé. Ciascuno sceglie la forma comunicativa che più gli si confà, in cui più e meglio riesce ad esprimere se stesso. Se quindi comunicare è necessario, appare in tutta la sua evidenza che per certuni è necessario parlare, per altri scrivere, o dipingere o comporre; è un impulso connaturato e irrefrenabile.
Se intendiamo l'arte come una forma di comunicazione, la negazione dell'arte è la non-comunicazione che si può esplicare in due modalità: l'autoreferenzialità e la rinuncia.
G. Govoni, Il palombaro
Ogni forma di comunicazione presuppone l'esistenza di un codice comune che possa consentire al destinatario di interpretare il messaggio dell'emittente: se si incontrassero ad esempio un inglese e un indiano Sioux e instaurassero una conversazione sulla propria visione del mondo, ciascuno nella propria lingua, sarebbe un dialogo fra sordi. Allo stesso modo in un'opera d'arte è essenziale che il codice utilizzato dall'artista sia comprensibile o quantomeno decodificabile dal destinatario (il pubblico, il lettore...). Il rischio di certe avanguardie, soprattutto pittoriche, è invece quello di creare un linguaggio proprio dell'artista -quindi autoreferenziale- non decodificabile dal destinatario, o decodificabile solo in parte e in ogni caso in maniera parziale, non univoca e ambigua, con conseguenza che il messaggio veicolato non risulta interpretabile dal destinatario. Alcune forme esasperate di astrattismo, o certa arte provocatoria dadaista rientrano nella categoria suddetta, che ha come forme estreme il quadro             bianco o la pagina bianca di certa poesia contemporanea. In questo caso l'arte si annulla perché la sua forma di comunicazione si risolve in una non-comunicazione, per quanto giustificata da posizioni filosofiche o ideologiche in senso lato. E' evidente che tale rischio investe soprattutto la contemporaneità, dove -seguendo il quadro storico delineato nell'Estetica di Hegel- a un'arte classica, caratterizzata da un'equilibrata concordanza fra idea e sua forma-realizzazione concreta ("libera impressione adeguata dell'idea nella forma peculiarmente appropriata, secondo il suo concetto, all'idea stessa, con cui essa può quindi giungere ad una libera, concreta concordanza"), fa da contraltare l'arte romantica, tipica della contemporaneità, dove predominano l'elemento soggettivo e l'interiorità sull'elemento oggettivo della forma, provocando di conseguenza una dissoluzione di quest'ultima in nome della libera espressione individuale dell'artista.
Il caso della rinuncia è invece la posizione assunta da chi volontariamente predica l'abdicazione a ogni forma di comunicazione, quale conseguenza traumatica -collettiva o individuale- della modernità: per esempio la nota affermazione -poi ritrattata- di Th. Adorno, secondo cui "dopo Auschwitz non si può più fare poesie" (ma nella ritrattazione il filosofo ribatterà a se stesso che "la sofferenza incessante ha tanto il diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare"); o certa poesia minimalista di stampo crepuscolare: per es. Marino Moretti che in una delle Poesie scritte col lapis scrive testualmente:

                                           Aver qualche cosa da dire
                                           nel mondo, a se stessi, alla gente!
                                           Che cosa? Io non so veramente
                                           perché non ho nulla da dire.

                                           Che cosa? Io non so veramente:
                                           ma ci son quelli che sanno.
                                           Io no -lo confesso a mio danno-
                                           non ho da dir nulla, ossia niente.

Come conseguenza della visione dell'arte come comunicazione discendono infine due corollari.
Primo corollario. Come si può giudicare un'opera d'arte? Bisogna comunicare qualcosa (= contenuto); ma bisogna anche saper comunicare (= forma). Seguendo ancora l'Estetica hegeliana, l'arte è l'idea (ossia il contenuto) che si fa forma, sua realizzazione concreta. Quando un'idea, un pensiero, un'emozione dell'artista si concretizza in oggetto reale (una poesia, una scultura...), si dà l'arte. Minore è la distanza fra ciò che si vuole realizzare (l'idea presente nella mente dell'artista) e ciò che si è effettivamente realizzato (il prodotto concreto), maggiore è la grandezza dell'artista. Da tale definizione si eludono gli estremi: chi possiede una grande idea, un contenuto di peso, ma non è in grado di dargli una forma concreta se non parziale, è un artista sciatto, non realizzato, che non sa possedere la sua materia; dall'altro lato chi sa possedere pienamente la materia ma non ha un'idea forte, è privo cioè di contenuti, realizza solo un guscio vuoto, è un bronzo risonante, una bella sirena dietro cui c'è solo il nulla.
Secondo corollario. La critica letteraria è possibile, in senso proprio, solo sui testi originali: oltre a formulare un giudizio sul contenuto, è infatti necessario giudicare la forma e lo stile, e ciò è possibile solo possedendo pienamente la lingua dell'autore, che va analizzata in tutte le sue sfaccettature. In una traduzione noi riusciamo a giudicare il solo contenuto, o al massimo la lingua e lo stile del traduttore, non dell'autore.

Nessun commento:

Posta un commento