lunedì 18 marzo 2013

Papa Francesco I: pro e contro


E' sempre difficile, soprattutto da parte di chi è cattolico, discutere dei pro e dei contro di un papa, all'indomani della sua elezione; al di là del credito che si può accreditare sulla fiducia allo Spirito Santo, è però indubbio -e sarebbe sciocco far finta di niente- che non si può non tener conto delle reazioni del mondo e di una società globalizzata che negli ultimi tempi ha focalizzato la potenza dei media sulla Chiesa Cattolica.
Partiamo dai pro. Da molte voci è stata sottolineata da subito l'umiltà del nuovo papa: non si è presentato al balcone di S. Pietro con la tradizionale mozzetta rossa, ha rifiutato di sedersi in trono e di indossare le eleganti scarpe rosse papali, ha preferito una croce pettorale semplice rispetto al tradizionale crocione d'oro; e da ultimo ha preferito rientrare nella Casa del Clero, insieme agli altri cardinali, pagando anche il conto del soggiorno. Insomma il tutto all'insegna del nome pesante che si è imposto, quel "Francesco" che -a maggior ragione perché mai usato nella pur millenaria storia della Chiesa romana- rappresenta una sorta di fardello su cui si concentrano tutte le aspettative di rinnovamento ecclesiale.
Sotto questo punto di vista l'elezione al soglio pontificio del cardinale di Buenos Aires è letta da Vittorio Messori in chiave geopolitica come segnale di apertura a quel mondo sudamericano, fino a pochi anni fa vero bacino di fedeli per la Chiesa cattolica, e ora in una pericolosa fase di smottamento; da cui la nomina di un papa in aria di "progressista" (era la seconda scelta dopo Martini nel conclave del 2005, e fino all'ultimo antagonista del "conservatore" Ratzinger), vicino soprattutto poveri e agli strati deboli della popolazione argentina (così anche Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di S. Egidio, in una dichiarazione a Porta a Porta di Bruno Vespa).
Dall'altro lato nemo propheta in patria, come si suol dire: i rapporti fra l'attuale papa con il governo argentino della Kirchner non sono mai stati buoni: l'ex presidente argentino Oscar, marito dell'attuale presidentessa Cristina Kirchner, ebbe una volta a definire il cardinal Bergoglio "il diavolo in abito talare". Prova della tensione dei rapporti fra l'attuale papa e l'entourage del governo argentino è il ritardo nelle congratulazioni dopo l'elezione al soglio pontificio; di più lo stesso giornale filogovernativo Pàgina 12 ha commentato con un poco lusinghiero "Dios mio!" l'elezione di Bergoglio, e il giornalista Horacio Verbitsky, considerato l'eminenza grigia del governo Kirchner, ha scritto un editoriale -che riprende la tesi sostenuta nel suo volume El Silencio- in cui accusa Bergoglio di complicità con la dittatura di Videla, in merito soprattutto all'arresto di due gesuiti che operavano in baraccopoli di Buenos Aires. Che è poi lo stesso motivo per cui Bergoglio non gode di grande credito (ma è un eufemismo) presso le Madri di Plaza de Mayo. Da ultimo si è appreso che nel rendere omaggio a papa Francesco, in cui sono attese le rappresentanze di tutto il mondo, sarà assente la Chiesa Anglicana, a causa delle tensioni fra Gran Bretagna e Argentina a proposito delle Isole Falkland, definite senza mezze parole dal cardinal Bergoglio "suolo argentino" di cui gli inglesi sarebbero niente più che "usurpatori".
Insomma di fronte al papa Francesco si aprono subito una serie di delicate questioni politiche che non si possono sottovalutare. Pro e contro, appunto.

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