mercoledì 2 gennaio 2013

Marcello Veneziani e il "New Realism" di Maurizio Ferraris


Marcello Veneziani, in un articolo recente su Il Giornale, pubblicato l'ultimo dell'anno, è intervenuto nel dibattito sul "New Realism" di Maurizio Ferraris, sollevando in merito qualche riserva. La prima riserva è sull'obiettivo polemico del New Realism, ossia il postmoderno di Gianni Vattimo, definito "un interlocutore troppo debole e sfuggente", "un epigono" troppo piccolo rispetto ai suoi predecessori: Veneziani ricorda, in particolare, che il sogno dell'"abolizione della realtà" percorre come un filo rosso tutta la modernità, a partire da Marx e Engels, per il quale "tutto ciò che esiste merita di perire", e laddove i fatti divergano dal progetto "tanto peggio per i fatti". La seconda obiezione è che per Ferraris, secondo Veneziani, bisogna sì ripristinare la realtà e l'oggettività contro le demistificazioni e le derive soggettivistiche del postmoderno, ma la realtà cui Ferraris alluderebbe è presentata come un qualcosa di negativo, da cui urgerebbe emanciparsi (Veneziani cita, fra gli esempi di Ferraris, la realtà della mafia, della Shoah, di Berlusconi e in genere dei populismi politici). In quest'ultima critica, mi pare, è certamente da ravvisarsi in Veneziani più che una riserva filosofica, una riserva di tipo politico: come Veneziani ricorda, il New Realism nasce -almeno a livello divulgativo e mass-mediatico- con "uno sponsor come La Repubblica e un testimonial come Eco", vale a dire risulta un'operazione culturale spostata "a sinistra".
Il termine "emancipazione", inoltre, usato da Veneziani per definire la realtà secondo Ferraris, rimanda immediatamente a quell'ideale, tipico della sinistra e in genere dei movimenti progressisti, cui invece i movimenti conservatori oppongono l'idea di "accettazione totale" della realtà (si veda dello stesso Veneziani, La cultura della destra, Roma-Bari, Laterza 2002, pp. VIII, 27, 81, 104 ecc.). Insomma per Veneziani la visione della realtà di Ferraris è una visione "di sinistra", contro la visione conservatrice che non fa della realtà un qualcosa di negativo da cui rifuggire, ma un qualcosa che -positivo o negativo che sia- va accettato in toto in nome dell'amor fati. Il vero punto centrale dell'analisi di Veneziani è che Ferraris assume, nell'approccio al suo New Realism, un punto di vista ancora debitore della visione di "sinistra", quale è esplicitato nella XI Tesi su Feuerbach di Marx: "finora è stato diversamente interpretato il mondo, ora va cambiato", con un primato della prassi sulla teoria. Per Veneziani, invece, il punto di vista da adottare ("da destra") è esattamente l'opposto, ossia "il primato del pensiero sulla prassi", nel senso che "finora abbiamo modificato il mondo, con la tecnica e le rivoluzioni:  si tratta ora di conoscerlo, di capire la realtà". Bene il realismo dunque per Veneziani ma rovesciando l'ottica di Ferraris, magari riprendendo una definizione di realismo secondo Pavel Florenskij (Il significato dell'idealismo, Milano, SE 2012). Per Veneziani, in conclusione, "è troppo riduttivo, forse piccino, un realismo [quello di Ferraris] che scopre la realtà in opposizione al postmoderno, la usa come base per rilanciare un'etica politica del risentimento e risolve il realismo nel puro manifestarsi degli oggetti e degli effetti (soprattutto nocivi)": il punto di vista "di sinistra" del realismo. Al contrario bisogna "scoprire che la realtà è viva, animata e collegata, è il fenomeno visibile di un'origine invisibile, come il frutto deriva da una radice". Alla visione laica, ma è meglio dire senz'altro illuminista del realismo ferrariano (che infatti inserisce la parola Illuminismo fra i termini-chiave del suo New Realism); Veneziani oppone una visione per così dire "metafisico-religiosa": la realtà è ombra visibile generata da una luce invisibile. 
Posto che le riserve di Veneziani sono terribilmente puntuali -come è nello stile dell'autore- va però rimarcato che oggi più che mai, soprattutto per chi fa riferimento a un'ideologia di stampo conservatrice, urge assolutissimamente una prospettiva filosofica all'insegna del realismo, in contrapposizione ad ogni forma di idealismo. Ergo: 1) il New Realism di Ferraris, pur con tutti i suoi limiti di prospettiva, è una ventata salutare nel panorama filosofico contemporaneo, non solo italiano, in ogni caso ostile -a dir poco- ad ogni prospettiva realista; 2) è certamente vero che l'attacco alla realtà è un tratto tipico della modernità, e del Novecento in particolare (il nichilismo nietzschiano qui ha fatto scuola); ma è altrettanto vero che negli ultimi decenni -e qui forse in Italia più che altrove- è la prospettiva del postmoderno che ha dominato: da cui il bersaglio polemico di Ferraris nei confronti del suo ex maestro Vattimo, più attivo e agguerrito che mai (si legga il suo ultimo libello "Sulla realtà", Milano, Garzanti 2012). Che senso avrebbe, mi chiedo, prendersela oggi con un Nietzsche piuttosto che con Marx o Engels? Prendiamocela invece con i "cattivi maestri" (titolo di un bell'articolo di Veneziani) tuttora vivi e vegeti che hanno ancora un seguito e un peso culturale, e fanno, per così dire, opinione e "tendenza". In conclusione mi pare che, con tutte le riserve del caso ben evidenziate da Veneziani e che potrei candidamente sottoscrivere, al momento è cosa buona e giusta tenerci Ferraris e il suo New Realism: se non altro per ragioni opportunistiche (ma la realpolitik dovrebbe essere una virtù per un uomo di destra) bisognerebbe cavalcare l'onda mediatica che Ferraris&Co. hanno saputo attirare; il tutto per poter sferrare un attacco il più possibile definitivo al nichilismo e al soggettivismo postmoderno. In nome del Realismo. Sia esso "New" (alla Ferraris) o "Old" (all'Aristotele o alla S. Tommaso o alla Florenskij, come vorrebbe Veneziani) mi pare, al momento, una questione di lana caprina.

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