domenica 30 settembre 2012

"Cesare deve morire" di P. e V. Taviani (Italia, 2012)

Locandina Cesare deve morire

Gran bell'opera, geniale l'idea e anche lo sviluppo, ma non è un film. Se non si chiarisce preliminarmente ciò si corre il rischio di incorrere in un errore metodologico, che a sua volta può comportare il pericolo di fraintendere l'opera, oltre che di rimanerne delusi. Non so qual è l'idea in merito dei fratelli Taviani, ma la dicitura "Film" che campeggia sulla locandina ufficiale non aiuta, è errata e fuorviante; e credo personalmente che compaia semplicemente per una scelta pratica (inconsapevole) ovvero di logica commerciale (consapevolissima). Quando ieri sera sono andato al cinema mi aspettavo di vedere un film, e così come me, devo supporre (ma la probabilità in tal senso è molto alta), un gran numero di spettatori. Col risultato, allo scorrere dei titoli di coda, di rimanere decisamente perplessi. Non ho assistito dunque a un film ma a un documentario: un grande, geniale, splendido documentario, ma pur sempre un documentario. Non un film. E' essenziale chiarirlo. Sarà stato forse perché erano le undici di sera, ma tutti (e sottolineo tutti) i miei compagni di poltrona ai titoli finali avevano gli occhi a palle, evidentemente per mantenere alto lo sforzo di attenzione. Vedere un film alle undici di sera è un conto, altro è vedere un documentario... Al di là però delle battute, è ovvio che ci muoviamo tecnicamente su piani diversi di genere cinematografico: il film documentario o semplicemente -proprio per non creare ambiguità- documentario, si inserisce in un filone storico ben distinto dal film tout court, ed ha caratteristiche sue proprie, oltre che un proprio linguaggio e delle finalità ben specifiche. Da qui la necessità di non confondere i due generi, pena impigliarsi in un corto circuito interpretativo. La presente è dunque la recensione a un documentario, non a un film.

Innanzitutto è da sottolineare che Cesare deve morire è un'operazione culturale, da parte dei fratelli Taviani, di recupero quasi nostalgico della maggiore tradizione cinematografica italiana, quella del Neorealismo. Agli attori di strada del Neorealismo fanno da contraltare nel film-docu dei fratelli Taviani i carcerati di Rebibbia; come pure alla tradizione neorealistica vanno ricondotti la presenza dominante dei dialetti sulla lingua; o l'uso di una colonna sonora minimale, costituita da un unico motivetto che si ripete sempre in maniera quasi ossessiva; così come ancora l'utilizzo in chiave simbolica del bianco e nero per le scene interne al carcere, contrapposto al colore dei (pochi) esterni. Insomma è come se i "vecchi" fratelli Taviani, nel loro ultimo lavoro, piuttosto che rivolgersi al futuro e additare vie nuove al cinema italiano, siano ritornati alle origini, all'epoca d'oro del cinema italiano che dettava legge nel mondo, riconoscendo in quell'esperienza del passato un valore culturale ineguagliabile. Un ritorno al passato dunque, una brillante operazione culturale che solo registi con una lunga e navigata storia alle spalle (passata proprio attraverso quell'epoca straordinaria del cinema italiano) potevano tentare.
Detto questo, il documentario dei Taviani ruota intorno a una tesi (come è prassi di tutta la tradizione documentarista) che è quella del riscatto attraverso l'arte. E l'operazione che ne risulta è senz'altro efficace e convincente. Di primo acchito pensare di far recitare a dei carcerati Shakespeare -piuttosto che un qualsiasi altro autore, magari più vicino nel tempo e quindi più "moderno" e attuale- può sembrare ardito: ma così non risulta nei fatti. Recitando Shakespeare ciascuno nel proprio dialetto -perlopiù di area meridionale- i carcerati avviano un'operazione di "riappropriazione" del testo shakespeariano, operazione che parte prima da una base linguistica, per poi estendersi a tutto il testo, ai personaggi e alla storia in sé. Il criterio-guida dei carcerati è l'attualizzazione del testo in rapporto alla propria vita e all'esperienza specifica di ognuno: "Quante congiure e tradimenti abbiamo visto nella nostra vita!", esclama più o meno con queste parole uno dei carcerati-attori in una scena; e tale approccio permette loro di riappropriarsi appunto di Shakespeare, all'apparenza così lontano dal loro vissuto (così anche hanno affermato i Taviani nella conferenza stampa di presentazione).
Alla fine quello che emerge è che, a differenza di chi pensa che la cultura non dà da mangiare, "non produce panini", e quindi è essenzialmente inutile, l'arte e la cultura in generale hanno una funzione essenziale: quella di rendere consapevole l'uomo a se stesso, come se si mettesse di fronte a uno specchio e lo costringesse a guardarsi dentro, a porsi delle domande che magari prima non poteva nemmeno concepire. E' il motivo per cui chi scrive ha da sempre sostenuto che i vari progetti umanitari in Africa o che so io dove, piuttosto che essere finalizzati a insegnare un mestiere "pratico" o calare dall'alto aiuti a pioggia (insomma insegnare "a produrre panini"), meglio sarebbe se avessero come scopo quello di impartire alle popolazioni locali un'educazione umanistica di base (arte, letteratura, storia e filosofia) per far prendere loro consapevolezza di sé e della loro condizione. Un libro val più di cento panini. Illuminanti a tal riguardo mi sembrano le parole finali del film messe in bocca all'ex camorrista Cosimo Rega alias Cassio (del quale circola in rete una bella intervista, bella perché "vera", in 4 parti: 1, 2, 3 e 4): "Da quando ho conosciuto l'arte questa cella è divenuta una vera prigione".
Arte come consapevolezza di sé. E poi dicono che studiare le humanae litterae non serve a nulla se non a buttare il tempo. Chi l'ha pensato, è da credere, deve essere senz'altro un gran mangiatore di panini...

Nessun commento:

Posta un commento