giovedì 16 agosto 2012

Una vita senza rimpianti

Clusone (BG), Oratorio dei Disciplinati, Trionfo della morte (1485)

                                          Er tutto è nnun tremà cquanno se more
                                [Il tutto (l'importante) è non tremare quando si muore]
                                                                    (G. G. Belli, La bbona nova, v. 14)

Il momento finale della vita è stato da sempre al centro della riflessione da parte delle culture più diverse: nella società occidentale contemporanea, come ha mirabilmente discusso lo storico francese Philippe Ariès nel celebre volume Storia della morte in Occidente, l'atteggiamento più diffuso è la rimozione; la morte è un tabù -come una volta lo era il sesso- di cui non è bene parlare. Per l'uomo contemporaneo pertanto, l'atteggiamento nei confronti della morte è l'indifferenza, per scelta, scaramanzia o inconsapevolmente; ovvero spesso la paura, per i pochi che hanno ancora il coraggio di una sana meditatio mortis. Sul piano religioso la questione è ambigua: da un lato la morte è la "porta verso l'eternità", il punto di passaggio per l'agognato incontro con Dio, e come tale Francesco d'Assisi tesseva le laudi di "sora nostra morte corporale", e ancora oggi ai funerali irlandesi segue una cena o una bevuta al pub per festeggiare il morto; dall'altro lato la morte è il momento del giudizio, della sentenza di assoluzione o di condanna senz'appello per l'eternità, momento di vero e proprio terrore (si pensi al Dies irae, anche nell'ultima versione di Mozart),  e ciò soprattutto nella religiosità protestante, incline ad esasperare il peccato dell'uomo e la visione di Dio come rex tremandae maiestatis.
   
Io credo che per ben morire bisognerebbe ben vivere. Si dice che sul letto di morte agli occhi dell'agonizzante sfili tutta la vita come la pellicola di un film: e in quel momento possono scattare i rimpianti, verso quello che si poteva fare e non si è fatto. E non c'è cosa peggiore, perché in punto di morte è ormai troppo tardi per porre rimedio, e ci si può sentire un fallito, uno che ha sprecato la sua vita o non l'ha pienamente vissuta. Il trucco per nnun tremà cquanno se more è dunque vivere e morire senza rimpianti. Come quel violinista Jones protagonista dell'omonima poesia funebre dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che è la storia di un uomo che ha vissuto tutta la sua vita, volente o nolente, seguendo la sua unica passione per il violino, e le cui ultime parole suonano appunto così:

finii con i miei quaranta acri;
finii con un violino spezzato -
una risata spezzata, migliaia di ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

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