venerdì 17 agosto 2012

La battaglia per il Realismo

J. Howard Miller, We can do it, poster (1943)
utilizzato spesso come icona del femminismo
La battaglia per il Realismo in filosofia deve essere la battaglia della vita: l'esistenza di una realtà esterna oggettiva, indubitabile, indipendente dal soggetto conoscente è la buona battaglia combattuta in nome dell'esistenza di una Verità oggettiva nel mondo, a prescindere dal punto di vista relativistico dei diversi osservatori conoscenti che la percepiscono. Esse non est percipi: l'esse è indipendente dal percipi. "Realismo e Verità" (titolo di un'opera di Devitt del 1991) deve essere il punto di riferimento imprescindibile di una visione "forte" dell'universo, in contrapposizione al relativismo imperante nella società occidentale contemporanea. Realismo significa infatti ammettere che la realtà è così e non può essere altrimenti, per quanto l'uomo protesti o si affanni a ritagliarsi un ruolo risibilmente "semidivino", se non proprio in sostituzione di Dio: la natura è immutabile, e l'uomo ne fa parte. Esiste quindi una Verità e una sola Realtà che l'uomo non può intaccare. Da un punto di vista etico ciò presuppone l'esistenza di valori morali assoluti e non modificabili: ad esempio il maschio è maschio, geneticamente distinto dalla donna; da cui l'assurdità (nel senso di contro-senso fuori dalla realtà) di ogni pretesa legislativa di equiparazione fra matrimonio etero e gay (ma ciò non implica il non riconoscimento di sacrosanti diritti civili), ovvero di femminismo (pari diritti fra uomo e donna è un conto, altro è credere che i due termini siano intercambiabili tout court, come si assiste sempre più frequentemente oggi nella nostra società). 
Il Realismo insomma deve essere la leva che scardina il meccanismo materialistico della società contemporanea. Il nemico, padre nobile di ogni relativismo, è l'Idealismo in tutte le sue forme: dall'idealismo romantico (Fichte, Schelling e l'idealismo assoluto di Hegel) a quello novecentesco di un Croce o di un Gentile, fino alla fenomenologia trascendentale di un Husserl; ma compreso anche (Kant docet) l'idealismo di matrice empirista, quale quello di Berkeley, o quello meccanicista di un Cartesio. 
Realismo ovvero anti-Idealismo: questa la chiave di volta in filosofia contro il mondo moderno.

6 commenti:

  1. Caro Eugenio, ma anche il materialismo è realista, mi sembra che l'Idealismo sia stato travolto dal materialismo nel mondo moderno... come poi il materialismo scientista possa convivere con il relativismo è qualcosa di effetti degno di riflessione... forse è perché conduce facilmente al nichilismo sul piano etico... ma l'idealismo non è relativista, visto che crede a valori spirituali universali. Anche Kant, con la sua filosofia critica, in morale e in estetica non era affatto relativista!

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    1. Caro Giacomo, Kant stesso -che io quasi idolatro- definisce la sua filosofia "realismo" in opposizione all'idealismo di un Berkeley o di un Cartesio (vedi il mio post "Realismo e Idealismo nella Critica della Ragion Pura di Kant" (http://aemecca.blogspot.it/2012/07/realismo-e-idealismo-nella-critica.html). Detto questo la mia piccola polemica -assolutamente personale- è contro il postmodernismo (che sfocia nel relativismo e nel nichilismo). Ora mi pare che i postmodernisti traggano la loro ispirazione necessariamente da proposte idealiste o comunque antirealiste: la svalutazione di una realtà oggettiva, esterna e indipendente dal soggetto, sui cui possa valere la loro massima (ma nietzschiana) "non ci sono fatti ma solo interpretazioni". Se solo si ammettesse questa proposizione minima (che è infatti rigettata assolutamente da Vattimo: vedi il mio ultimo post su Maurizio Ferraris e il suo "Manifesto del nuovo realismo": http://aemecca.blogspot.it/2012/08/ferraris.html) l'arco dei postmodernisti perderebbe gran parte delle sue frecce. La via maestra, mi pare, è percorrere le strade (perché no, quelle indicate proprio da Kant) di un giusto equilibrio: l'idealismo "ingenuo" non farà più dipendere TUTTA la realtà dal soggetto conoscente, ma ammetterà l'esistenza di uno "zoccolo duro" della realtà (sono parole di Umberto Eco, "Kant e l'ornitorinco") con cui fare i conti, e contro cui non valgono interpretazioni di sorta; e d'altra parte un realismo non ingenuo -come mi pare sia il nuovo realismo del Ferraris- si guarderà bene dal negare che MOLTA (non TUTTA) la realtà non sia socialmente costruita. Insomma esiste una realtà oggettiva e indipendente da noi ma esistono anche interpretazioni (nei fatti sociali e culturali, quali la politica e la morale).Un ritorno a un dualismo di fondo? E sia, dualista lo sono sempre stato, se non altro istintivamente.

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  2. Caro Eugenio, non vorrei smentirti, ricordo però di quando ti dichiaravi materialista, e in che modo eri dualista allora? Forse sul piano politico? ;) A proposito di Kant, il suo realismo stava nella sua fede nella 'cosa in sé', però definiva la sua filosofia anche come 'idealismo formale, trascendentale o critico'. Per lui esisteva una realtà esterna, ma era in sé inconoscibile, visto che viene conosciuta attraverso le categorie ideali. Per gli idealisti, diversamente dai post-modernisti alla Vattimo, si può elaborare una metafisica fondata sullo Spirito invece che sull'Essere oggettivo, quindi pur sempre una verità universale, con risvolti etici. Fichte da giovane difendeva la rivoluzione francese e auspicava l'abolizione dello Stato, ma quando tutti gli uomini si fossero conformati alla legge universale della ragione, e più avanti auspicò il controllo dello Stato sull'economia e l'educazione... per non parlare di Hegel, che non a caso era uno dei bersagli di Vattimo nella querelle sulla posizione di Ferraris.
    Può essere che il soggettivismo post-moderno, con le sue istanze di emancipazione anti-dogmatica, abbia le sue radici in un atteggiamento libertario e individualista romantico, ma direi anche illuminista. L'illuminismo era contrario al dogmatismo, e amava il relativismo culturale (vedi 'Le lettere persiane' di Montesquieu). Però ho l'impressione che credesse nei fatti, come ci credeva poi tantissimo il Positivismo, e penso che sia in reazione al positivismo che Nietzsche affermò che i fatti non esistevano, ma solo interpretazioni... e tra Nietzsche e il positivismo chi preferisci oggi? Una richiesta di chiarimento: qual è la proposizione minima che deve essere ammessa e che Vattimo ha rigettato?

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  3. Non sono d'accordo sul fatto che per Kant "esisteva una realtà esterna, ma era in sé inconoscibile, visto che viene conosciuta attraverso le categorie ideali". Di inconoscibile in Kant c'è solo il noumeno e la "cosa in sé"; il fenomeno e la realtà fenomenica sono invece "oggettivi e universali" altrimenti, per Kant, non sarebbe possibile la scienza (vedi http://www.filosofico.net/kant105.htm). Il realismo di Kant non è nella credenza di un "noumeno", che mi pare altro discorso, ma appunta nella credenza dell'esistenza di una realtà fenomenica che può essere conosciuta oggettivamente e universalmente, seppure attraverso le categorie, che però, essendo le medesime in "tutti gli uomini" sono anch'esse universali. Il guaio degli idealisti post-kantiani, a partire proprio da Fichte (dai cui sviluppi filosofici Kant ebbe tempo di dissentire pubblicamente) fu sottolineare le presunte contraddizioni logiche della "cosa in sè" ("se io concepisco in qualche modo l'esistenza di una "cosa in sé" allora posso concepirla, quindi non è più "in sé" cioè non conoscibile né concepibile) spalancando così le porte all'idea che se "il concetto di cosa in sé è contraddittorio, significa comprendere che al di là del pensiero non può esistere alcuna cosa esterna e indipendente da esso" (parole testuali di Severino: http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaS/SEVERINO_%20L%20IDEALISMO%20E%20LO%20SVILU.htm); e proprio in ciò sta la svolta anti-realistica di Fichte rispetto a Kant.
    Ora non mi sognerei mai di affermare che l'idealismo, sic et simpliciter, è automaticamente il generatore del postmodernismo: ma il negare l'esistenza di una realtà oggettiva e il ridurre tutto al pensiero, PUO' sfociare nel libertarismo relativistico o -peggio- nichilista. Le mie simpatie materialiste di un tempo erano semplicemente un'insofferenza verso la "svalutazione del reale e dell'oggettivo" proprio dell'idealismo, che tanto in Italia ha attecchito.
    Che l'illuminismo sia stato anche relativistico lo posso ammettere (il relativismo è la piaga endemica dell'era moderna e contemporanea), ma il suo forte richiamo alla ragione universale (e alla conseguente esistenza di "fatti" oggettivi) mi pare un argine ben forte contro tali deviazioni. Il Positivismo lo leggo come la "degenerazione materialista" dell'Illuminismo, la sua versione ingenua e unilaterale (= al di là dei "fatti" non esiste nient'altro). Il mio personale -e sottolineo 'modesto'- realismo si guarda bene dal materialismo o da certo illuminismo o positivismo; ribadisco che un fertile terreno di incontro fra il mio realismo e (il tuo?) idealismo è proprio il criticismo kantiano, nel suo accentuato dualismo fra fenomeno e noumeno, fra determinismo (del fenomeno) e libertà (del noumeno), quindi alle solite nel dualismo (tanto vituperato da Fichte e dalla più parte dell'idealismo romantico). Che ne pensi? :)

    P.S.
    La "proposizione minima" non ammessa da Vattimo è l'esistenza di una qualsivoglia realtà oggettiva e universale, per es. scientifica (matematica o fisica che sia). Per Vattimo cioè non esiste UNA Realtà (con la R maiuscola) valida per tutti, in nessun campo del sapere.
    Saluti

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  4. Grazie della risposta, penso anch'io che Kant possa essere un terreno d'incontro tra realismo e idealismo. Io non mi identifico né con l'uno né con l'altro però, visto che trovo la nozione di cosa in sé astratta, e ogni pretesa di oggettività come indimostrabile, e in ultima analisi sbagliata, visto che non si dà oggetto senza soggetto, e visto che dopo il momento non-linguistico della percezione, ciò che appare è interpretato con le categorie (soggettive) ereditate col linguaggio.
    Però non sono idealista in quanto non nego una realtà esterna che possa essere studiata con metodi scientifici, che d'altronde quando arrivano all'estremo mostrano come il soggetto studiante influenzi la realtà stessa (principio di indeterminazione di Heisenberg), impedendone una conoscenza 'oggettiva' e assoluta. Anche Einstein ha messo in crisi la nozione di tempo oggettivo, e a questo proposito si potrebbe ricordare che forse il primo idealista in Occidente è stato S.Agostino quando parlava del tempo... non Platone per cui persino le Idee erano realtà oggettive e a sé stanti. L'Idealismo europeo è concepibile solo a partire dall'introspezione e dalla centralità dello spirito e della libertà portati dal Cristianesimo.

    Per riassumere quello che penso, direi che tutto è interconnesso, e quindi ogni idea di cosa in sé è da escludere, e realismo e idealismo sono essenzialmente sovrapposizioni concettuali alla percezione.
    A proposito del rapporto idealismo-relativismo, ripensandoci si potrebbe ammettere che il partire di Fichte dall'Io, che pare piacque molto ai contemporanei in Germania, fosse in sintonia con l'egocentrismo romantico, antenato di quello contemporaneo... però il post-modernismo forse mette in dubbio anche l'io stesso, messo alle strette da Freud... e chi più post-moderno di Pirandello, autore tra l'altro di 'Uno, nessuno e centomila' con la sua scomposizione dell'io? :)

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