domenica 19 agosto 2012

Il filosofo Maurizio Ferraris presenta il suo "Manifesto del nuovo realismo"


Maurizio Ferraris, ordinario a Torino di Filosofia teoretica ha dato l'avvio a un interessante dibattito fra nuovo realismo -da lui rappresentato- e il postmodernismo del pensiero debole: il punto d'avvio è stato un suo articolo su Repubblica dell'8 agosto 2011, dal titolo significativo di Ritorno al pensiero forte; cui ha fatto seguito, sullo stesso giornale del 19 agosto 2011, uno stimolantissimo dialogo botta e risposta fra lo stesso Ferraris e Gianni Vattimo, il padre del pensiero debole; e da lì è partita una lunga querelle che ha visto l'intervento di molti filosofi e opinionisti di diversa estrazione. Finalmente, nel marzo 2012 (in contemporanea a un congresso tenutosi a Bonn dal 26 al 28 marzo), è uscito per i tipi di Laterza, il Manifesto del nuovo realismo di Ferraris, il quale ha poi illustrato il suo volume, in data 10 maggio 2012, in un video realizzato per l'ottimo portale Filosofia della RAI Educational.
Nel video in questione il filosofo torinese sintetizza brillantemente i cardini del suo pensiero. Innanzitutto Ferraris sottolinea che il nuovo realismo si oppone significativamente al postmodernismo il quale, nato da posizioni di sinistra sul finire degli anni '70 (J. F. Lyotard, La condition postmoderne), si poneva in origine come obiettivo l'emancipazione dell'uomo, in particolare da tutte le costruzioni storiche e sociali frutto delle logiche di potere e di classe. Il postmodernismo, che definisce la realtà come costruita dai nostri schemi concettuali, dal nostro pensiero e dalle nostre ideologie, conduce però inevitabilmente a un esito nichilistico, riassunto dal motto nietzschiano per cui "non ci sono fatti ma solo interpretazioni".

Secondo Ferraris le parole chiave del nuovo realismo sono: ontologia, critica e illuminismo. Con ontologia si intende l'esistenza di una realtà che resta indipendente da quello che noi pensiamo. L'errore del postmodernismo è stato confondere ontologia ed epistemologia: una cosa è la realtà -che non può essere messa in dubbio-, altro è quello che noi possiamo conoscere o predicare intorno ad essa. Se io bevo un bicchier d'acqua, oggi so che si tratta di H2O; in passato questo non si sapeva ma ciò non toglie che le proprietà dell'acqua, chimico-fisiche, restino immutate a prescindere da ciò che io so o posso predicare dell'acqua. Se invece, con il postmodernismo, crediamo che il nostro pensiero abbia un valore costitutivo della realtà, inevitabilmente si nega l'esistenza di una realtà oggettiva e si ammette l'esistenza di più realtà contemporanee e opposte fra di loro a seconda dei diversi soggetti che la percepiscono: si cade cioè nel relativismo. La realtà invece, secondo Ferraris, è costituzionalmente inemendabile, cioè è così, e non può essere altrimenti: io posso avere legittimamente tutti gli schemi interpretativi che voglio, ma se un sasso è bianco resta bianco, anche se io sono daltonico. Questo è fondamentale per la costituzione di un sapere scientifico, valido oggettivamente e universalmente, e permette di distinguere la scienza dalla magia.
Riguardo alla parola critica Ferraris sottolinea di come si confonda spesso il realismo con la Realpolitik: il realismo cioè accetterebbe la realtà per quello che è, in maniera acquiescente, negando ogni sua possibile modificazione da parte dell'uomo. Per Ferraris invece il realismo non accetta la realtà, ma la accerta; cerca di dimostrare l'esistenza di fatti inoppugnabili al di là dei parziali punti di vista soggettivi; se neghiamo (come i postmodernisti) l'esistenza oggettiva di una realtà esterna si confondono il piano della realtà e il piano del pensiero: io posso esistere, ma niente mi assicura che sto solo sognando di esistere.
Si tratta quindi, secondo Ferraris, di attuare un ritorno all'Illuminismo: è un errore, infatti, pensare che la modernità si sia sviluppata da istanze illuministiche; tutt'altro, da Nietzsche in poi, si è insinuata l'idea che l'intuizione dell'artista sia superiore alla conoscenza del saggio, che la verità non sia affatto liberatoria, e che è meglio non conoscerla che conoscerla (qui si avvertono in Nietzsche anche alcuni spunti da Schopenhauer e Leopardi). Gli siti della modernità sono stati pertanto decisamente all'insegna dell'irrazionalismo: "fra la pupa e il secchione" afferma Ferraris "la modernità ha scelto senza esitazioni la pupa". Con l'idea poi di Foucault secondo cui "il sapere non è nient'altro che un effetto di potere", la società contemporanea è sfociata nel realitysmo, per cui è possibile costruire tramite il controllo dei mass media una realtà alternativa dotata di pari valore di quella esterna (si pensi al film The Truman Show). Nuovo illuminismo però significa anche riconoscere che l'uomo "non vive di sole equazioni", e va pertanto riconosciuta la necessità di apertura dell'uomo al mistero e alla religione.
Da ultimo Ferraris chiarisce la sua idea di realtà e di verità. Per realtà bisogna ammettere l'esistenza di due livelli: gli oggetti sociali (per es. il matrimonio, la famiglia) che sono costruiti dal nostro pensiero, sono cioè prodotti culturali; e gli oggetti reali (per es. i laghi, le montagne) dotati di esistenza intrinseca e indipendente dal nostro pensiero; dire che i primi sono costruzioni sociali è ovvio ma vero (e in questa ammissione sta la differenza fra il nuovo realismo e il realismo ingenuo di un tempo); dire invece che anche gli oggetti reali sono dipendenti dal nostro pensiero è falso. Per verità invece Ferraris ripropone la classica definizione di "corrispondenza fra la proposizione e la cosa" (è la medievale adaequatio rei et intellectus, di origine aristotelica e ben presente per es. in S. Tommaso). Se io affermo che il sasso è bianco e il sasso è bianco allora la proposizione è vera, altrimenti è falsa.
In conclusione Ferraris nota che la fortuna e la sfortuna dei postmodernisti sono stati l'enorme successo e la conseguente traduzione del loro pensiero nella società contemporanea, cosa che probabilmente nessuno di loro nemmeno si aspettava: partendo però da legittime posizioni di emancipazione e di antidogmatismo (del tipo "Attenti! Non esiste una Verità oggettiva data una volta per tutte, altrimenti si rischiano inutili contrapposizioni ideologiche e guerre di religione"), la loro posizione si è risolta nel relativismo e nel nichilismo dove tutto è messo sullo stesso piano (vero e falso, verità e menzogna, bene e male, giusto e ingiusto, ecc.) e dove peraltro tale posizione risulta inattaccabile da un punto di vista di vista metodologico: non è possibile infatti smascherare un bugiardo che potrà benissimo (e intelligentemente) rispondere: "Non esistono fatti ma solo interpretazioni!", con effetti devastanti sulla struttura stessa della società che deve essere basata in qualche modo su criteri discriminanti e distintivi di giusto / ingiusto, permesso / vietato, eccetera.
Inutile dire che concordo verbum de verbo con le posizioni di Ferraris e del nuovo realismo: fino a pochissimi anni fa era impensabile che la filosofia contemporanea -soprattutto continentale- si schierasse apertamente contro il postmoderno e il pensiero debole che sono all'origine della decadenza della nostra società. Il nuovo realismo di Ferraris è una crepa nel muro.

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