venerdì 17 agosto 2012

R. Benigni, "Il mio Dante. Con uno scritto di Umberto Eco", Torino, Einaudi 2008


Il libro è un'agile presentazione del Dante secondo Benigni fatto conoscere agli italiani -e non solo- nelle affollatissime letture pubbliche di piazza, sbarcate poi, sull'onda del loro enorme successo, in diretta TV sui canali della RAI. La lettura di Dante fatta di Benigni -sgombriamo subito il campo- è una lettura "popolare", nel senso neutro di "divulgativa"; Benigni cioè non è -come invece da talune parti si vorrebbe far credere- un fine intellettuale che spiega al popolo (nel senso  di grande pubblico non specialistico) le sottigliezze teologiche del poema dantesco; ma il comico toscano si pone come unico obiettivo quello di veicolare al pubblico la potenza immaginifica ed espressiva della poesia dantesca, al di là quindi delle complessità e delle interpretazioni filosofiche e teologiche a cui essa può dare adito. Crocianamente potremmo affermare che la lettura di Benigni è limitata alla poesia, accantonando (sebbene diversamente da Croce non eliminando del tutto) la sovrastruttura del pensiero a base di quella. Benigni, in pratica, cerca di trasmettere al pubblico la bellezza della poesia di Dante, le forza dei sentimenti sprigionati dai personaggi, il senso potente e drammatico dei suoi versi; il tutto condito da una grande interpretazione (da attore premio Oscar, appunto) dei versi del poeta fiorentino: una lettura espressiva, cadenzata, rispettosa dei ritmi e delle pause dei versi (per esempio nel rispetto delle fratture marcate dagli enjembements). Ma è appunto, la sua, una lettura divulgativa, per tutti, e non si può pretendere il puntiglio della filologia: sarebbe un errore metodologico, semplicemente sono due piani differenti e distinti, e quindi non confrontabili.
Tuttavia possono spiacere certe leggende della biografia dantesca spacciate per episodi reali (senza un previo avvertimento), per esempio l'episodio di Dante e l'uovo (tratto dalla Leggenda di Dante, p. 52), o alcuni particolari della vita di Ciacco o di Filippo Argenti: qui vedi in Benigni l'attore o il regista interessato al fatto narrativo, spesso di una comicità gustosa, non vedi lo storico preciso e attento ai fatti. O quando afferma che gli epicurei del X canto dell'Inferno "in questa sezione il presente non lo vedono" (p. 62), mentre si tratta probabilmente (la questione è discussa) di un'espediente narrativo di Dante valido per tutta la Commedia. Insomma il tentativo di divulgare Dante ad ogni costo, di abbassarlo al livello popolare, può talvolta comportare il rischio di scadere nella superficialità, se non altro da un punto di vista tecnico (parlo ovviamente per deformazione personale). In più il libricino è decisamente squilibrato nella struttura: 145 pagine in tutto, di cui però solo 76 dedicate alla lettura-interpretazione di Benigni (peraltro si tratta di una sintesi di quanto già declamato pubblicamente nelle piazze), e il restante dedicato alla pedissequa trascrizione dei canti della Commedia citati dall'attore-regista: un'operazione decisamente inutile e su cui resta il legittimo sospetto che sia stata fatta come semplice riempitivo (troppo poche 76 pagine per un libro da 16 euro...).
Condivisibilissime invece molte notazioni di Benigni: innanzitutto (a p. 27) che se Dante "dice di aver fatto un viaggio nell'aldilà, noi dobbiamo credere che ci sia stato davvero" (qui la fictio della letteratura si sposa con la concezione del Dante profeta, sottolineata da molta critica); o che Dante, e in genere la genuina dottrina cristiana, a proposito del peccato di lussuria "non ce l'aveva con l'eros, ma con la sua mercificazione" (p. 31); che Dante "sentiva che scrivendo quasi sfidava Dio, perché giudicava gli uomini", cosa che, aggiungo io, si guardano bene dal fare gli uomini oggi in nome di un malinteso politically correct che relativisticamente mette tutto e tutti sullo stesso piano e porta ad accettare ogni pretesa di parte, per quanto assurda; o ancora, a proposito dell'invenzione del Purgatorio da parte di Dante, il fatto che "le anime che lo abitano [sono] come pervase dalla beatitudine e dalla grazia, perché poi andranno tutte in Paradiso: [Dante] ha introdotto per primo la speranza" (p. 33); e infine la centralità femminile nel poema dantesco (un grande dantista americano, Charles Singleton, parlava della Commedia in termini di un Journey to Beatrice); e soprattutto lo stile narrativo della poesia dantesca in cui "finiscono personaggi della Bibbia, della mitologia o della storia, ma anche contemporanei di Dante" (p. 37): ciò in base alla concezione figurale, tipica del Medioevo, ma applicata alla poesia dantesca soltanto dopo gli studi di Erich Auerbach
Come chiosa del suo volume mi sembra particolarmente significativa questa affermazione di Benigni: "Ecco perché i grandi libri durano, perché squarciano il buio e ci fanno vedere che cosa siamo, all'improvviso. L'Iliade ci dice che tutta la vita è una battaglia, l'Odissea che tutta la vita è un viaggio, il libro di Giobbe che tutta la vita è un enigma, e la Divina Commedia che tutta la vita è desiderio. E amore, anche" (pp. 42-43). 
A ben vedere la nota veramente stonata del volumetto di Benigni è proprio lo scritto di Umberto Eco che bellamente campeggia in copertina. A parte le stucchevoli lusinghe al comico (del tipo: "Il miracolo, che forse non sperava neppure lui [Benigni], è che lo hanno seguito le folle... Cose che accadono solo ai profeti. Meglio che si fermi, altrimenti un giorno o l'altro gli salterà in mente di moltiplicare anche i pani e i pesci. E a lui, si sa, non piace chi si traveste da Unto del Signore"), per le quali Eco rischierebbe di venir relegato da Dante nella cacca della seconda bolgia di Malebolge insieme alla "puttana" Taide e al lecchino Alessio Interminelli da Lucca; qui c'è dietro probabilmente un corto-circuito fra editore, prefatore e autore: do per certo infatti che Eco non abbia immaginato che la Premessa di Benigni (pp. 13-17) sarebbe andata in stampa tal quale appare, altrimenti avrebbe sicuramente modificato il suo scritto, che invece così com'è, letto appunto in filigrana con la Premessa di Benigni, è semplicemente imbarazzante. Esso appare infatti come un tentativo maldestro per spacciare come proprie originali quelle che sono alcune riflessioni del comico toscano (non credo il contrario): si vedano soprattutto i riferimenti alle novelle del Sacchetti (pp. 6 e 7 dello scritto di Eco, p. 17 della Premessa di Benigni), o al Leopardi (p. 9 Eco, 17 Benigni), o ancora -che tristezza!- il riferimento al film da girare sulla Commedia dantesca, con tanto di simil-titolo: L'altra vita è bella (p. 11 Eco) / La vita nuova è bella (p. 17 Benigni), con entrambi che si attribuiscono la medesima idea.
Insomma qui Eco e Benigni non si sono parlati, o meglio non si sono letti (nella versione definitiva): sicché la responsabilità dell'imbarazzante siparietto sta tutta sulle spalle dell'editore, la celebre Einaudi di Torino. Il che dimostra ancora una volta una cosa: che in Italia non importa cosa scrivi o cosa pubblichi: basta aver un nome dietro il quale trincerarsi. Eco è Eco, e l'Einaudi per quanto Einaudi non poteva metter bocca. No comment.

Voto complessivo al volume:
6 (sufficiente)
Per chi ha già assistito almeno a una performance di Benigni 
il libro -trattandosi di una sintesi di quelle- è ridondante
e non val quindi 16 euro...
la scandalosa prefazione di Eco poi
non ne varrebbe di euro nemmeno uno...

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