lunedì 23 luglio 2012

Realismo e Idealismo nella Critica della ragion pura di Kant

L'opposizione classica nella storia della filosofia non è quella -posteriore e molto meno rilevante- fra Idealismo e Materialismo, bensì quella fra Idealismo e Realismo. La definizione più appropriata di tale opposizione la si trova in Kant (Critica della ragion pura, parte II, libro II, cap. II, sez. III: Confutazione dell'idealismo). Secondo Kant, che confuta l'ipotesi idealistica professandosi realista in opposizione tanto all'idealismo "dogmatico" di Berkeley, quanto a quello "problematico" di Cartesio, Berkeley -che è un empirista- e Cartesio -che è un razionalista- possono essere accomunati sotto l'etichetta di "Idealismo" in base alla loro visione gnoseologica, e in particolare al rapporto che essi istituiscono fra soggetto e oggetto. Ogni forma di idealismo, secondo Kant, predilige il soggetto sull'oggetto, nel senso che per un idealista l'oggetto non è dotato di esistenza autonoma dal soggetto, ossia la realtà esterna dipende dal pensiero del soggetto. Al contrario per realismo devono intendersi tutte quelle posizioni che riconoscono una realtà oggettiva al dato esterno, indipendentemente dal soggetto; sostengono insomma l'irriducibilità dell'essere al pensiero. In soldoni per il realista esiste una realtà esterna dotata di un valore oggettivo; mentre per l'idealista la realtà in sé non è dotata di valore intrinseco, e la sua esistenza è dichiarata "o semplicemente dubbia e indimostrabile [Cartesio], o falsa e impossibile [Berkeley]" (per usare le parole testuali di Kant).
Prima edizione della Critica della ragion pura (1781)
Il salto da questo soggettivismo estremo al relativismo è breve. Per definizione, infatti, il realismo in tutte le sue forme si contrappone al relativismo, proprio perché il primo crede in una esistenza oggettiva della realtà, laddove il relativismo la nega in nome di un soggettivismo esasperato (tot capita tot sententiae). Insomma l'Idealismo è la porta d'ingresso del relativismo. Non per niente Fichte professava il suo idealismo filosofico come la filosofia dell'azione tipica della nuova gioventù romantica, in opposizione alla filosofia dell'illuminismo bollata come conservatrice. Nella prospettiva idealistica (sposata da Fichte) la realtà, non essendo dotata di valore in sé, dipende dal pensiero e dall'azione del soggetto, quindi lascia la possibilità al soggetto di agire su di essa e di plasmarla a suo piacimento; è dunque la filosofia della libertà (o dell'anarchismo), e dell'assenza di valori di verità oggettivi e assoluti, dati una volta per tutti. Per il realista invece la realtà, dotata di valore intrinseco, è portatrice di valori di verità assoluti e non modificabili dal soggetto. Chi sfida le leggi di Natura per l'idealismo romantico è un Titano o un Prometeo; per il realismo illuminista è un superbo o uno sciocco.
E' dunque chiaro che nella nostra battaglia personale contro ogni forma di relativismo e di nichilismo la nostra prospettiva è quella del realismo kantiano: è solo ammettendo -come ci pare indubitabile- l'esistenza oggettiva della realtà esterna al soggetto che noi fondiamo il principio di esistenza di una qualche verità oggettiva; l'idealista, al contrario, che rinnega la realtà oggettiva, rinnega anche l'esistenza di una verità oggettiva e si pone, ipso facto, nell'ottica del relativismo. "Senza una realtà indipendente dalla mente dell'individuo, la nozione di verità non avrebbe senso", sarà anche la tesi del pragmatista James (S. Franzese, Introduzione a William James, Pragmatismo, Milano, Nino Aragno Editore 2007, p. XVIII).

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