sabato 21 luglio 2012

Aristofane contro Socrate, ovvero: le origini del nichilismo

Il secolo XX, da un punto di vista filosofico, lascia una pesante eredità: il nichilismo. Il tema del nichilismo, che filosoficamente prende le mosse dalla filosofia di Nietzsche (nonostante diversi precedenti) attraversa il Novecento come un filo rosso, e da problema filosofico confinato sulla carta, è in realtà debordato alla società civile e politica, tanto da permeare di sé la vita di ciascun individuo e della società contemporanea nella sua globalità, in maniera quasi del tutto automatica e scontata al punto che più nessuno ci fa caso, essendo un presupposto (o meglio, il presupposto) della mentalità di oggi. 
Il nucleo centrale di ogni nichilismo è l'affermazione filosofica (ossia ontologica) del nulla; non esistono certezze di sorta nella realtà: Dio, l'Io stesso, il mondo, la realtà possono benissimo non essere o essere in un modo completamente diverso da quello che noi pensiamo; in pratica si assiste allo scollamento completo fra Soggetto e Oggetto, fra Io e Realtà. La ricaduta più evidente -e che più si tocca con mano- è la negazione della Verità con la maiuscola: non esistono verità, o -che è lo stesso- esistono tante verità quanto sono gli individui, tot capita tot sententiae. L'origine filosofica di un tale atteggiamento è, nella forma iniziale, lo scetticismo; nella sua forma finale è l'estremismo dei sofisti, per i quali la Verità unica non esiste, e addirittura si può imparare l'arte dell'oratoria nella convinzione che la persuasione sia il criterio di demarcazione fra il vero e il falso; con l'abilità dialettica, in pratica, persuado chi mi ascolta della verità (o veridicità) di quanto asserisco; insomma l'arte dell'avvocato nel tribunale del mondo.
La filosofia scettica -con la sua rinuncia a priori alla ricerca di una Verità, giudicata inesistente o inconoscibile da parte dell'uomo-, è il presupposto di partenza di un tale atteggiamento sommamente nichilista: nulla può essere conosciuto o ammesso con il grado della certezza, ergo è meglio rinunciarvi in partenza. 
File:Artgate Fondazione Cariplo - Canova Antonio, Socrate beve la cicuta.jpg
Antonio Canova, Socrate beve la cicuta (1787-90)
Lo scontro in atto nel mondo greco, a un certo punto, è fra un partito per così dire "conservatore", fatto da coloro che sostengono il valore, la positività, insomma la verità, di concetti quali la Patria, lo Stato, la Religione, la Verità in sé e per sé; e all'opposto un partito di "innovatori" o "progressisti" che, in nome della democrazia e del libero pensiero, sfruttando anche al massimo le risorse della dialettica, contestano dalle fondamenta tali concetti, giudicati retaggio del passato da superare in una visione nuova e più "moderna". Insomma il classico scontro fra tradizionalisti (normalmente aristocratici) e innovatori (delle classi sociali più basse, o degli homines novi nella definizione romana). Dal punto di vista della mentalità tradizionalista concetti quali Patria e Religione ecc. sono di per sé sottratti alla discussione in quanto valori eterni e come tali "non negoziabili": anche il solo discuterne (cioè 'metterli in discussione') risulta inconcepibile; nella mentalità innovatrice invece non esistono invece tabù di sorta, soprattutto perché visti come strumento di potere delle classi aristocratiche, del passato sul presente e sul futuro.
Agli occhi del conservatore Aristofane un Socrate che maieuticamente stimolava i giovani alla ricerca della Verità era un'eresia: la Verità c'è già e non va ricercata. Da qui la sua polemica comico-sarcastica (si avverte dell'amarezza in sottofondo...) de Le Nuvole, dove Aristofane rappresenta Socrate che contempla il cielo come un perdigiorno da dentro una cesta appesa a un albero, e alla cui scuola viene insegnato ai giovani come si fa a migliorare il salto di una pulce oppure da dove provenga il ronzio emesso dalle zanzare. Agli occhi del conservatore Aristofane, Socrate è un nichilista, uno di quei tanti sofisti che a pagamento insegnavano "teorie nuove", e che quindi "corrompevano" la gioventù. Socrate fu condannato a bere la cicuta da un tribunale "democratico", ma costituito da "conservatori"; Socrate in effetti rappresenta, in definitiva, la vittima sacrificale più famosa nello scontro storico fra conservatori e progressisti.  
Peccato che, almeno a sentir Platone (e per questo parlo di "vittima sacrificale"), Socrate credeva nell'esistenza di una Verità, per quanto raggiungibile solo a prezzo di una lunga ricerca di scavo interiore, e non era certamente assimilabile, almeno filosoficamente, a uno scettico o a un sofista. Ma tali sottigliezze filosofiche, "da sofista" appunto, difettavano a un commediografo e a un tribunale di severi magistrati.

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