martedì 10 aprile 2012

Del comportamento dell’uomo

Il comportamento dell’uomo è un riflesso della sua volontà, e come tale a rigore non prevedibile. Pure alcuni uomini, per natura o per scelta, annichilano quasi del tutto la propria volontà: come bestie pertanto seguono la legge (matematica) di natura, quella dell’istinto, che è invece prevedibilissima. La voluntas è il quid che veramente distingue l’uomo dalle bestie.
Certi popoli, per colpa dei loro governanti, vivono nell’ignoranza e nell’abbrutimento, e ciò è di molto vantaggio per chi vuole tenere le redini del potere; nessuno è più mansueto e manovrabile dell’ignorante che non ha (ma meglio sarebbe dire, crede di non avere) volontà propria, e si lascia quindi controllare con dei fili come una marionetta. L’errore strategico dei tanti ingenui filantropi che operano in Africa o nelle zone disagiate del Terzo Mondo è di duplice ordine: 1. calare dall’alto gli aiuti alimentari per sfamare –proprio come delle bestie- i poveracci con le mani tese in supplice preghiera di ringraziamento, senza nulla insegnar loro –che già sarebbe meglio- su come arrivare autonomamente a procurarsi e a produrre del cibo; 2. invece di dar loro da mangiare, o anche insegnare loro un mestiere, in genere un mestiere “pratico” (muratore, contadino, ecc.), questi filantropi –non credo in verità che ci abbiano mai pensato- dovrebbero insegnare a queste larve di uomini –che tali sono e resteranno finché non prenderanno coscienza di sé- il lato divino del loro essere uomini: insegnare loro la storia, la loro storia: così comprenderebbero i secoli di soprusi che hanno subìto e continuano a subire con rassegnazione dai loro amministratori corrotti; la filosofia, per insegnar loro la scienza politica, quella morale, e la scintilla divina che nutrono in petto senza saperlo; la letteratura, l’arte e la musica per affinare la loro sensibilità. Questo piano pedagogico –niente affatto utopico- ridesterebbe le coscienze, perché solleverebbe i loro ingegni dall’umano al divino, li farebbe finalmente consapevoli del loro intrinseco valore di essere umani, della loro dignità, e –c’è da scommetterci- ciò li renderebbe meno acquiescenti nei confronti del potere politico. Una prova di quanto affermo è la seguente: insegnino pure i nostri bravi filantropi il mestiere di bracciante, di contadino e altro: nessuno glielo impedirà né si darà briga di questo. Provino invece –così, per celia- a predicare agli abitanti dei villaggi la storia delle loro terre, coi torti subìti dai colonialisti prima e dai loro attuali governanti oggi, aprano loro gli occhi sulla corruzione dilagante a livello politico, leggano loro la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: state certi che chi osasse fare qualcosa del genere si ritroverebbe accoppato in men che non si dica.
Essere liberi ha un prezzo, e questo prezzo, spesso, è un prezzo di sangue.

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